n° 10 del 22 novembre 1998
sabato 21 novembre 1998
22novembre 1998
nr. 10
Notiziario a cura del Museo Internazionale Croce Rossa
Castiglione delle Stiviere (MN)




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1. ICRC NEWS 46 Traduzione di R.Arnò

2. "Le vittime delle mine: l'azione di protezione ed assistenza del Comitato internazionale della Croce Rossa" - Conferenza di Cornelio Sommaruga - Roma 28/10/1998

( -1- ) ICRC NEWS 46 (19/11/1998) Traduzione di R.Arnò SOMMARIO LIBERIA: VISITE AI DETENUTI:
Ottenuta l'autorizzazione dai Ministeri della Difesa e della Giustizia ad accedere alla prigione centrale e alla prigione militare di Monrovia, i delegati del CICR, dal 9 al 12 novembre, si sono recati nei luoghi di detenzione per visitare le persone arrestate in connessione ai disordini verificatisi in settembre nella capitale. INDONESIA: FORTE IMPEGNO DELLA SOCIETA' NAZIONALE DURANTE I VIOLENTI DISORDINI A GIACARTA: Durante i violenti disordini che hanno avuto luogo a Giacarta la scorsa settimana, e nel corso dei quali è stato riferito che 15 persone abbiano perso la vita ed altre centinaia siano rimaste ferite, 70 membri della Società Indonesiana della Croce-Rossa hanno soccorso sul posto 185 persone ferite e ne hanno trasportate in ambulanza altre 174 negli otto più vicini ospedali. SVIZZERA: APPLICAZIONE DEL DIRITTO UMANITARIO DA PARTE DEGLI STATI: La conformità degli ordinamenti giuridici interni con il diritto internazionale umanitario e la repressione dei crimini di guerra, del crimine di genocidio e dei crimini contro l'umanità figurano tra i temi trattati al convegno di esperti di common law organizzato la scorsa settimana a Ginevra dal CICR.

( -2- ) Circolo di Roma Circolo di San Pietro "Le vittime delle mine: l'azione di protezione ed assistenza del Comitato internazionale della Croce Rossa" Conferenza del Dottor Cornelio Sommaruga, Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa Roma, il 28 ottobre 1998 Ogni giorno, i medici e gli infermieri del Comitato Internazionale della Croce Rossa devono affrontare lo sguardo terrorizzato di uomini, donne e bambini il cui corpo è stato martoriato da mine antipersona, nauseati all'idea di dover fare un'altra amputazione. I tecnici della rieducazione colgono lo sguardo di coloro che sentono di aver perso la loro dignità perché non possono più provvedere al sostentamento della famiglia. Troppo spesso i nostri delegati vedono campi fertili trasformarsi in terreni incolti mentre intere comunità soffrono la fame. Essi, come tanti operatori umanitari, ne hanno abbastanza del dolore e della sofferenza inflitti da queste armi. È stata l'esperienza di tali interminabili sofferenze che ha spinto il CICR a chiedere il divieto totale delle mine antipersona. I motivi dell'opposizione a queste armi sono ben noti. Attivate, posate ed abbandonate, le mine antipersona seminano morte e distruzione anche dopo la fine di un conflitto. A meno che non vengano rimosse o fatte esplodere, esse uccidono e mutilano mesi e perfino anni dopo la fine dei combattimenti. Le mine non possono distinguere tra soldati e civili, e sono più spesso questi ultimi che rimangono purtroppo vittime di tali ordigni. La presenza di mine rende vaste aree di territorio inutilizzabili ed ostacola la ricostruzione. Campi e strade contaminati riducono la capacità delle comunità di produrre cibo per il proprio sostentamento ed ostacolano gli sforzi delle organizzazioni umanitarie per fornire l'assistenza necessaria. Non vi sarà, penso, sfuggito il nostro comunicato stampa del 30 settembre, che annunciava un serio incidente di sicurezza nel Kossovo, dove un nostro veicolo con una squadra medica, composta di due medici volontari locali, un'infermiera neo-zelandese ed un infermiere locale, è stato completamente distrutto da una mina posta (e nascosta) su una strada che portava ad una località dove -a causa di un ospedale distrutto- era necessaria un assistenza urgente alle numerose vittime di attacchi armati indiscriminati. Uno dei medici è morto, l'infermiera e l'altro medico erano in ospedale a Ginevra, fino a qualche giorno fa, dove sono stati operati e si preparano ad una lunga convalescenza. Nel frattempo il loro aiuto ci manca sul posto. Ma ciò che più ci sta a cuore sono le sofferenze inflitte agli esseri umani. Sono le vittime delle mine e le loro famiglie che vivono in prima persona l'angoscia e la miseria provocate da queste armi. Soltanto i sopravvissuti all'esplosione di una mina possono descrivere l'intensità del dolore e dello shock immediatamente dopo lo scoppio e la difficoltà di raggiungere rapidamente un posto di pronto soccorso. Soltanto loro sanno cosa si prova nel subire varie operazioni e trattamenti estensivi di rieducazione per ritrovare un minimo di dignità. Soltanto loro possono descrivere le gravi conseguenze psicologiche del non poter trovare lavoro, emarginati dalle famiglie e dalla comunità, e la difficoltà di mantenere un livello di vita adeguato. In molti contesti gli ostacoli da affrontare sono immensi. Mentre alcuni dei sopravvissuti riescono a superare la loro invalidità e condurre una vita attiva, altri richiedono ulteriori aiuti ed assistenza. Sono state queste realtà che, nel 1994, hanno spinto il CICR a lanciare un appello al mondo intero, chiedendo la totale messa al bando delle mine antipersona. Questa iniziativa ha portato ad una stretta collaborazione tra il CICR ed una straordinaria coalizione di organizzazioni non governative, organizzazioni internazionali, governi ed individui. Nonostante la diversità degli attori in campo, l'obiettivo per cui tutti si battevano era lo stesso: mettere fine alla carneficina. Questa mobilitazione unica nel suo genere ha favorito l'elaborazione di un trattato internazionale che metteva al bando l'uso, la produzione, l'immagazzinamento ed il trasferimento di mine antipersona. Il trattato, firmato ad Ottawa, Canada, nel dicembre 1997, riveste un'importanza particolare, in quanto è la prima volta che un arma usata su vasta scala sia stata messa al bando. Questo dimostra chiaramente che dinanzi alla crudeltà ed alla barbarie l'umanità non è né impotente né incapace di raggiungere i suoi obiettivi. Purtroppo, la tragedia continua. Nei pochi minuti che mi occorreranno per pronunciare il mio discorso, le mine avranno fatto un'altra vittima. Da qualche parte nel mondo, un uomo, una donna o un bambino calpesterà una mina o urterà un filo d'inciampo e, come abbiamo visto fin troppo spesso, la loro vita cambierà per sempre. Si calcola che ogni mese 2.000 persone, uomini, donne e bambini, vengano uccisi o feriti da mine terrestri. Tenendo conto del fatto che nelle aree minate è spesso difficile raccogliere dati sistematicamente, questa cifra potrebbe essere più bassa di quella reale. Le statistiche compilate dal CICR indicano che nel 1997, sette ospedali nel solo Afganistan hanno accolto più di 1.900 pazienti feriti dalle mine. E questo è un numero esiguo di ospedali in relazione a tutti quelli del Paese. Dal momento che molte vittime muoiono prima di poter ricevere un qualsiasi trattamento e che l'Afganistan è soltanto uno dei tanti paesi colpiti dalle mine, è certo che il numero vero delle vittime sia molto più alto. La tragedia provocata da queste armi si svolge anche in zone dove da decenni non c'é più stato un conflitto armato. Si stima infatti che diversi paesi siano afflitti dal grave problema delle mine rimaste sul campo ai tempi della II(superscript: a) Guerra Mondiale. Nuovi, successivi conflitti hanno però aggravato la situazione e anche se due terzi dei paesi del mondo hanno firmato il trattato, soltanto poco di più di quaranta lo hanno ratificato. Desidero, tuttavia, sottolineare che esiste oggi una chiara tendenza verso l'abolizione di queste armi. Il fatto che solo nove mesi dopo la firma, 40 Stati abbiano depositato i loro strumenti di ratifica della Convenzione di Ottawa dimostra che ormai non è più una questione di "se" il trattato entrerà in vigore, ma di una certezza che a partire dal 1o marzo 1999 il trattato sarà giuridicamente obbligatorio per tutti i paesi che l'hanno ratificato. Una norma contro l'uso di queste armi è dunque oggi parte del diritto internazionale e non c'è dubbio che, con il tempo, il loro uso sarà stigmatizzato come quello dei proiettili esplosivi e dum-dum o delle armi chimiche e biologiche. È chiaro che c'è ancora molto da fare per raggiungere gli scopi e gli obiettivi del movimento mondiale per l'eliminazione delle mine antipersona. Bisogna incoraggiare gli Stati che non l'hanno ancora fatto a firmare ed a ratificare il trattato. Alcuni Stati avranno bisogno di aiuto per poter rispettare gli obblighi da esso previsti, ma ciò non dovrebbe essere un deterrente. Secondo il trattato, ogni Stato parte ha il diritto di chiedere cooperazione ed assistenza per lo sminamento, la distruzione di scorte e l'assistenza alle vittime. Gli Stati parti che sono in grado di farlo hanno quindi la responsabilità di fornire tale assistenza. Tuttavia, le mine continuano a minacciare intere comunità, ad impedire il ritorno degli sfollati, ad ostacolare la ricostruzione e lo sviluppo economico. Inoltre, in molti paesi colpiti dalle mine mancano i servizi di riabilitazione per le vittime ed i sopravvissuti. È chiaro che moltissimi paesi condividono gli obiettivi umanitari del trattato di Ottawa ed è ormai giunto il momento di realizzarli. Bisogna però fare in modo che il problema delle mine terrestri continui a ricevere la dovuta attenzione e le risorse necessarie. Da ciò dipendono la vita, il benessere ed il futuro di molti innocenti. Quando il 16 settembre scorso il Burkina-Faso depositava a New York presso il Segretario generale dell'ONU l'istrumento di ratifica del trattato di Ottawa, che ne permetteva l'entrata in vigore secondo il calendario previsto nell'accordo stesso, ho dichiarato alla stampa che era particolarmente incoraggiante che paesi severamente colpiti e paralizzati dalla calamità delle mine fossero fra i primi paesi a ratificare. Ho poi aggiunto che il nostro compito doveva ora consistere a far tradurre effettivamente il trattato nei fatti. L'organizzazione di vasti programmi di sminamento e di prevenzione attraverso l'informazione sui pericolo delle mine sono solo agli inizi. Questi programmi, come quelli di assistenza medico-chirurgica alle vittime e di riabilitazione, che esistono -per quanto riguarda il CICR- da tempo, devono essere intensificati: essi necessiteranno un'importante mobilitazione di risorse sul piano nazionale ed internazionale nei prossimi anni. Potremo veramente parlare di successo quando il numero di vittime sarà effettivamente ridotto, quando le terre coltivabili potranno di nuovo essere seminate e quando la vita avrà ripreso normalmente nelle zone infestate finora da mine antipersona. Mi pare interessante di poter prender nota dei 40 paesi che hanno per primi ratificato il trattato di Ottawa sulla proibizione -lo ripeto- dell'uso, dello stoccaggio, della produzione e dell'esportazione delle mine antipersona. Interessante, perché comprende "paesi vittime" come pure grandi "paesi produttori", ciò che è notevole. Secondo l'ordine alfabetico francese sono: Africa del Sud, Germania, Andorra, Austria, Bahamas, Belgio, Belize, Bolivia, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Burkina-Faso (il 40 (superscript: mo) istrumento!), Canada (il primo istrumento, al momento della firma), Croazia, Danimarca, Djibuti, FYROM (Macedonia), Fidji, Francia, Granada, Guinea equatoriale, Ungheria, Irlanda, Giamaica, Malawi, Mali, Maurizio, Messico, Mozambico, Nive, Norvegia, Perù, Gran Bretagna, San Marino, Santa Sede, Samoa, Svizzera, Trinità e Tobago, Turkmenistan, Yemen e Zimbabwe. Nel frattempo, il trattato è anche stato ratificato da (in ordine cronologico): Namibia, Senegal, Honduras, Benin, Giappone, Panama, Guinea. Ritorniamo alle vittime. Avendo ricevuto il mandato di prendersi cura e di proteggere le vittime di guerra, il CICR ha svolto un ruolo essenziale nel curare e nel riabilitare le vittime delle mine e nell'illustrare alle comunità i pericoli posti da questi ordigni. Le ferite provocate dalle mine sono orrende. Mentre esse possono essere a volte causate anche da altre armi, le mine antipersona sono le uniche concepite essenzialmente per provocare tali lesioni. Queste richiedono speciali interventi chirurgici, enormi quantità di sangue per le trasfusioni, antibiotici ed altri medicinali ed una lunga degenza in ospedale. Pochi medici, tra coloro che operano in ambito civile sanno come trattare queste ferite. Esse rappresentano una vera sfida per i chirurghi più competenti. Parlerò fra un momento di riabilitazione ortopedica. Ma lasciatemi qui ricordare che riabilitare non significa soltanto fornire arti artificiali, anche l'integrazione economica e sociale merita particolare attenzione. L'addestramento al lavoro, un'occupazione remunerata ed il counseling, dove questo fosse necessario, fanno parte integrante della soluzione al problema. Il CICR ha imparato che le persone mutilate dalle mine possono essere impiegate con successo specialmente nei centri ortopedici. Tale soluzione presenta un duplice vantaggio: da una parte gli invalidi beneficiano di un'occupazione, dall'altro, la loro presenza ha un impatto positivo sui pazienti che devono far fronte alle conseguenze dell'incidente di cui sono rimaste vittime. Nel nostro laboratorio di Kabul -diretto da Alberto Cairo, avvocato di Cuneo, riciclatosi alla fisioterapia ed all'ortopedia, da ormai dieci anni col CICR-, il 60% degli operai sono feriti di guerra, molti dei quali sopravvissuti all'esplosione di una mina. È chiaro che essi, come le altre vittime delle mine, abbiano molto da contribuire a questo tipo di attività. In Cambogia, per esempio, le donne, i mariti delle quali sono rimasti uccisi o feriti dalle mine, hanno cominciato a lavorare nelle operazioni locali di sminamento, sia per provvedere alle famiglie sia per rimuovere questi terribili ordigni dal loro paese. Dal momento che ci vorranno parecchi anni prima che alcune comunità possano liberarsi dalla minaccia delle mine, i programmi di sensibilizzazione ai problemi posti da queste armi svolgono una funzione importante nell'aiutare la gente a sopravvivere. Il CICR sta ora attuando questi programmi in Azerbaigian, in Bosnia-Erzegovina e in Croazia. Esso intende fare lo stesso in Georgia, Sudan ed Uganda. Questi programmi sono necessari se vogliamo che la gente possa sopravvivere al flagello delle mine. In tutto questo lavoro, sono le grida delle vittime e dei sopravvissuti che continuano a giungere fino a noi. È stata la crudele realtà della loro sofferenza che ha indotto squadre sanitarie, operatori umanitari, dirigenti politici e perfino militari a rifiutare le mine antipersona come armi di guerra. Essi hanno attivamente partecipato agli sforzi fin qui compiuti per impedire che altri subissero la stessa sorte. Non dobbiamo dimenticare questi sforzi ed il fatto che molti di loro hanno esigenze che devono essere soddisfatte. L'assistenza alle vittime e la prevenzione degli incidenti costituiscono comunque una sfida per la comunità internazionale. Se le mine antipersona ci hanno messo davanti alla necessità di dover agire nel campo della prevenzione, della sorveglianza (cioè la raccolta di dati su luoghi minati, gli incidenti e le loro conseguenze di sanità pubblica e socio-economiche), l'organizzazione dei soccorsi medici e la cura delle vittime in genere, è pur vero che le mine antipersona costituiscono -in particolare per quanto riguarda la riabilitazione (fisica e psicologica) delle vittime- un problema di sanità pubblica, in particolare in società post-conflittuali. Questo richiede dunque uno sforzo particolare per la rapida riabilitazione delle strutture sanitarie e sociali e la ricostruzione dell'infrastruttura economica nei paesi che escono da un periodo di conflitto armato. Ciò dovrebbe essere una priorità per istituzioni quali la Banca mondiale, il PNUS e l'OMS. Desidero -ciò che mi sembra doveroso in questa sede- rilevare l'importante ruolo della Santa Sede in relazione alla lotta contro le mine terrestri, con delle prese di posizione estremamente chiare anche de parte del Papa. Vorrei anche rendere omaggio a tutte le organizzazioni non governative che in Italia, sin dall'inizio degli anni novanta si sono mosse con fervore ed intelligenza, anche nella regione di Brescia, contro la fabbricazione, vendita e cessione delle mine antipersona, con donne coraggiose che hanno trascinato molte migliaia di persone. La messa al bando delle mine antipersona è stata in Italia al centro delle preoccupazioni del Governo Prodi ed in particolare anche della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, presieduta all'Onorevole Occhetto -presente con il Ministro Dini alla Conferenza di Ottawa-, creando dall'autunno del 1996 e durante tutto il 1997 una dinamica tendente a concretizzare i primi passi fatti nel 1994 dall'allora Governo Berlusconi alla vigilia del Vertice G 7 di Napoli. La legge italiana ora in vigore è una buona legge, che comporta anche sanzioni penali per chi trasgredisce al bando. Molto merito a questa dinamica italiana va al Presidente della Repubblica, che mi aveva promesso nell'ottobre del 1996 di volersi indirizzare al Parlamento per sottolineare l'urgenza di una soluzione italiana al problema, cosa che il Quirinale poi fece con una lettera indirizzata a Palazzo Madama ed a Palazzo Montecitorio. Quello che si attende ora è la ratifica da parte italiana del Trattato di Ottawa. Non ci sono, mi pare, ragioni per tardare oltre. Ho già accennato al lavoro di soccorso alle vittime, senza abbordare nel dettaglio il problema dell'intervento sul ferito e della sua riabilitazione. Sono attività umanitarie che richiedono risorse umane e finanziare ingenti, ma anche un grado notevole di saper fare. In questo campo vorrei rilevare tre aspetti del nostro lavoro di assistenza. Il primo consiste nel rinforzare le strutture di primo soccorso e di trasporto del ferito -anche quello per mina-, appoggiandoci in particolare sulle Croce- o Mezzaluna rosse locali. Occorre infatti tener presente che molte vittime delle mine antipersona muoiono sul posto per dissanguamento, prima che un intervento chirurgico abbia potuto essere eseguito. In secondo luogo è necessario che gli ospedali nelle zone infestate siano resi funzionabili sia per quanto riguarda il personale sanitario specializzato, sia per quanto riguarda le istallazioni ed il materiale necessario agli interventi. In tutti gli ospedali di guerra sostenuti dal CICR la proporzione delle vittime di mine è ingente: ci si avvicina spesso al 30%. Le somme devolute all'attività chirurgica del CICR sul campo sono importanti e comportano secondo gli anni e l'evolvere della situazione diverse decine di milioni di franchi svizzeri annualmente. Il CICR attribuisce grande importanza allo sviluppo di tecniche chirurgiche che permettano di migliorare i trattamenti destinati ai feriti di guerra. Continuiamo, infatti, a formare chirurghi provenienti da tutto il mondo all'applicazione di queste tecniche e produciamo videofilm ed opuscoli sui trattamenti chirurgici delle ferite di guerra, destinati al personale sanitario. Il terzo aspetto dell'assistenza alle vittime -in particolare delle mine antipersona-, che è anche il più costoso, è quello della riabilitazione ortopedica di cui parlavo poc'anzi! I feriti bambini, donne e uomini (civili ed ex-combattenti) sono quasi sempre amputati di un arto. L'impatto socio-economico della mina antipersona è quindi notevole, anche perché non si tratta unicamente presso la vittima di una mutilazione fisica, ma pure di uno "choc" di stress psichico che -se non curato a dovere- può lasciare tracce importanti in tutta la vita. E' per questo che il CICR intende portare le vittime "to walk again" ed ad aiutarle a reinserirsi nella società locale. Da due decenni abbiamo sviluppato dei sistemi di riabilitazione ortopedica che siano buoni per il paziente, ma anche semplici di manutenzione, con materiali particolarmente solidi. Abbiamo perciò evitato di trasportare i pazienti fuori dai paesi o dalle zone di conflitto, costruendo sul posto bastoni ortopedici, carrozzelle e protesi, implicando al massimo personale locale, anche per contribuire alla formazione nel senso di una sana politica di sviluppo. Lo stesso sia detto dei fisioterapisti ed infermieri necessari alla preparazione ed all'adattamento delle protesi e della rieducazione relativa. I nostri programmi ortopedici che sono attualmente attivi in paesi quali l'Angola, Kenya, Ruanda, Uganda, Sudan, Congo-Zaire, Tadjikistan, Georgia, Azerbaigian, Afganistan, Irak, Cambogia, vengono rimessi alle autorità e Società di Croce Rossa locali non appena la loro sopravvivenza ci pare garantita. Ciò è stato fatto in Mozambico, Zimbabwe, Nicaragua, Pakistan, Viet Nam ed altri paesi ancora, dove i centri sono ora anche utilizzati per la riabilitazione ortopedica di vittime di incidenti di lavoro o della poliomielite. L'anno scorso abbiamo rimesso in piedi, applicando delle protesi, ca. 11 mila amputati (in vent'anni, più di 100 mila). Le risorse umane necessarie sono molto ingenti: ci avviciniamo oggi ai 40 specialisti espatriati ed 800 collaboratori ortopedici locali. Il finanziamento rimane, se in particolare messo in relazione con le altre attività di assistenza e prevenzione nel campo delle mine, un punto delicato. Ci occorrono per portare a termine le nostre attività odierne ben oltre 30 mio di franchi svizzeri. Siamo perciò grati a tutti quelli che dimostrano una sensibilità particolare nel campo delle mine antipersona e che ci assistono ad agire. Vorrei ricordare il Premio Balzan per l'Umanità, la Pace e la Fratellanza fra i Popoli che ci fu attribuito nel 1996, i contributi della Santa Sede, del Governo italiano fra quelli di molti altri governi, di Società nazionali di Croce Rossa, fra cui la Croce Rossa Italiana, ma anche in particolare della Croce Rossa Britannica con fondi raccolti dopo la morte tragica di Diana Principessa di Galles -che aveva magistralmente pubblicizzato la problematica delle mine antipersona- ed anche di molti privati e di associazioni, fra queste il programma "Mine-ex" dei tre Distretti Rotary in Svizzera, che hanno versato finora già due milioni di franchi svizzeri. Anche l'iniziativa del Nunzio a New York "A Song for Peace in the World", che dovrebbe realizzarsi a Roma nel 2000, prevede una raccolta di fondi anche per la riabilitazione delle vittime. Questo sostegno da parte di privati e delle loro associazioni è essenziale, non solo per l'importanza dei fondi, ma anche perché è un riconoscimento diretto dell'impegno dei nostri collaboratori sul campo. Parlare di armi per il CICR non è un anacronismo. Nel creare il diritto umanitario questa relazione è sempre esistita. E' andata intensificandosi colle revisioni delle Convenzioni ed in particolare al momento dell'approvazione dei Protocolli aggiuntivi del 1977 alle Convenzioni di Ginevra. Lì si parla di metodi e mezzi di combattimento: il CICR che è il guardiano/patrono (non il garante tuttavia) del diritto internazionale umanitario assume dunque una responsabilità giuridica e morale in questo campo. Gli elementi che devono essere messi in luce nella relazione del diritto umanitario con le armi, sono di tre ordini: - l'uso delle armi - l'effetto di ogni tipo di arma - la disponibilità delle armi. Mi sia permesso qualche commento. L'uso delle armi è limitato dal diritto internazionale umanitario. Il civile disarmato, l'ex-combattente (prigioniero o ferito) non può diventarne bersaglio. E' così che il Protocollo I aggiuntivo del 1977 prende chiaramente posizione contro l'uso indiscriminato delle armi, ciò che è anche ormai una disposizione di diritto consuetudinario. Questo vale in particolare per le mine. Non voglio qui aprire il discorso sulle armi atomiche, che furono esplicitamente escluse dal negoziato per i Protocolli aggiuntivi. La Corte internazionale di giustizia si è pronunciata in un complesso parere del 1996 su questa delicata questione. E' bene ricordare che fra le armi con effetti indiscriminati ci sono anche le armi batteriologiche e chimiche! Parlando dell'effetto di un'arma entriamo nelle disposizioni del Protocollo I. L'articolo 35 è chiaro. Lo cito "E' vietato l'impiego di armi, proiettili e sostanze nonché metodi di guerra capaci di causare mali superflui o sofferenze inutili". Ma vi è di più: l'articolo 36 dice che "nello studio, messa a punto, acquisizione o adozione di una nuova arma, di nuovi mezzi o metodi di guerra, un'alta Parte Contraente ha l'obbligo di stabilire se il suo impiego non sia vietato, in talune circostanze o in qualunque circostanza, dalle disposizioni del presente Protocollo o da qualsiasi altra regola del diritto internazionale". Siamo qui nel seguito di una dichiarazione già fatta all'Aia nel 1899! Quanti sono -fra i 150 Stati legati oggi dal protocollo aggiuntivo- i Governi che ne tengono conto? Perché è stato necessario di arrivare alla Convenzione di Ottawa? Le mine non sono già armi che causano mali superflui o sofferenze inutili? Perché abbiamo dovuto lottare quattro anni per arrivare al Protocollo che mette al bando l'utilizzazione delle armi al laser accecanti? Protocollo che è da poco entrato in vigore e me ne rallegro. In questa situazione abbiamo lanciato il progetto SIRUS (superfluos injury or unnecessary suffering) per andare verso una determinazione medica delle armi che causano mali superflui o sofferenze inutili. Un gruppo di esperti si è già riunito formulando una serie di criteri. Una prima pubblicazione è uscita. L'Associazione medica internazionale se ne è occupata nel suo congresso di ottobre a Ottawa. Andremo avanti, anche se non sarà possibile fare progressi spettacolari, perché il diritto internazionale umanitario è sempre il risultato di un tortuoso cammino, dove costanza e pazienza devono prevalere per arrivare a testi, che abbiano le premesse di ottenere l'universalità ed essere al servizio delle vittime. Veniamo ora al terzo elemento che menzionavo poc'anzi: la disponibilità di armi. Il CICR è vivamente preoccupato della proliferazione delle armi, in particolare delle armi da fuoco leggere, che, secondo le costatazioni dei nostri delegati sul campo, hanno delle conseguenze deleterie sulle popolazioni civili. I controlli insufficienti dei trasferimenti d'armi e la loro utilizzazione frequente in violazione delle regole fondamentali del diritto internazionale umanitario, minacciano di indebolire il diritto che ha lo scopo di proteggere i civili nelle situazioni di conflitto. Diciamolo chiaramente questa larga disponibilità di armi leggere ha fatto sì che il numero di vittime civili è ben più alto che quello dei combattenti armati. Inoltre le sofferenze causate da queste armi continuano a lungo dopo la fine dei conflitti, in quanto la disponibilità di armi crea una "cultura della violenza". Le armi da fuoco leggere che più ci preoccupano sono i fucili automatici capaci di tirare delle centinaia di colpi al minuto mietendo stragi presso civili in gruppo; Sarajevo, Hebron, Luxor ne sono dei tristi esempi. Sulla base della sua esperienza sul campo e cosciente del suo mandato di guardiano del diritto internazionale umanitario, il CICR constata che - il trasferimento non controllato di armi e munizioni può accrescere le tensioni, aumentare il numero delle vittime civili e prolungare i conflitti; - è necessario di preoccuparsi urgentemente dei sistemi attuali di trasferimenti di armi leggere in quanto eludono in gran parte i controlli internazionali; - se incombe essenzialmente agli utilizzatori di armi di rispettare il diritto umanitario, gli Stati e le imprese, che producono ed esportano armi, sono loro stessi corresponsabili nei confronti della comunità internazionale dell'uso che è fatto delle loro armi e munizioni; - anche se gli Stati hanno il diritto incontestato, sulla base del diritto internazionale, di detenere le armi necessarie alla loro sicurezza, essi hanno pertanto una responsabilità morale e giuridica -anch'essa formale, secondo l'articolo primo comune delle Convenzioni di Ginevra-, di rispettare e fare rispettare il diritto internazionale umanitario; è dunque in quest'ottica che conviene esaminare il trasferimento di armi e munizioni; gli Stati dovranno seriamente domandarsi se le armi e le munizioni possono essere semplicemente considerate come una semplice merce di scambio. E' per tutte queste ragioni che il CICR intende invitare urgentemente gli Stati a prevedere l'elaborazione di regole basate sul diritto umanitario che possano regolare il trasferimento di armi da fuoco e munizioni. Tutto ciò non sarà facile, specialmente se consideriamo la realtà odierna in tanti paesi, in particolare in Occidente, dove le armi sono accessibili con estrema facilità. Le vittime in aumento vertiginoso ed il rispetto scadente del diritto umanitario devono peraltro portarci a reagire. Perché tutto questo? La risposta è nella Dichiarazione di San Pietroburgo del 1868 - firmata da tutte le potenze dell'epoca. Essa dice: "il solo legittimo obiettivo degli Stati in una guerra è l'indebolimento delle forze militari del nemico". Oppure -e questa sarà la mia conclusione- ricordiamo quanto il Generale Guillaume Henry Dufour, che fu nel 1863 il mio primissimo predecessore e che aveva comandato 14 anni prima l'esercito federale svizzero -nell'ultima guerra che ci fu in Elvezia e che era una guerra civile- quanto il Generale disse ai suoi soldati alla vigilia della guerra in un ordine del giorno: "Colui che porta la mano su una persona inoffensiva si disonora ed insudicia la sua bandiera"!