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Standing Commission

nr. 565 del 7 febbraio 2019
venerdì 01 marzo 2019

 

 

Caffè Dunant  nr. 565 del 7 febbraio 2019

Tratto da "The New York Times"

<Il tranquillo “eroe” compie 30 anni di attività come ricostruttore di arti e di dignità in guerra>
di Mujib Mashal
Traduzione non ufficiale di Claudia Di Dino

23 Gennaio 2019

KABUL, Afghanistan — Alberto Cairo, un giovane avvocato italiano, diventato fisioterapista, arrivò a Kabul nel 1990, quando le truppe supportate dal governo americano assediarono la capitale del governo comunista. Da allora, rimase,  diventando l'amato “Mr. Alberto”, colui che fissa gli arti e dà speranza durante una guerra che non ha mai cessato d'esistere completamente, e che continua a uccidere e mutilare con numeri da record.


Mercoledì, il programma di riabilitazione fisica del Comitato Internazionale di Croce Rossa (C.I.C.R.), programma che Alberto Cairo ha portato avanti durante numerosi governi, ha celebrato il suo trentesimo anniversario.  Il programma ha coinvolto circa 180 mila pazienti e ha ricostruito circa 200 mila arti artificiali, numeri che Alberto Cairo elenca con un profondo respiro.

Ma per Alberto Cairo, oggi 66enne, non è solo una questione di protesi e sedie a rotelle. Come lui spesso ricorda ai visitatori, è una questione di dignità.

“Quando tu perdi una gamba, non perdi solo una gamba – tu perdi un pezzo di cuore, un pezzo di mente, un pezzo di autostima”, queste le parole dette da Alberto Cairo mercoledì presso il centro di Kabul, uno dei sette centri di riabilitazione presenti sul territorio afghano. “tutto questo deve essere ricostruito, e tutto insieme fa parte della dignità”.

Nato a Torino e successivamente trasferitosi a Milano, Cairo studia per diventare avvocato. Mosso da sentimenti umanitari, Cairo si specializza in fisioterapia. Una delle sue prime missioni con il CICR lo ha portato a Kabul, città sotto assedio. Quello che lo ha colpito maggiormente, dice, è stata la quotidiana ricompensa che si riceveva responsabilizzando le persone ostracizzate per le loro disabilità.

Ferozuddin Feroz, Ministro afgano della salute, disse che la prima volta che incontrò Alberto Cairo fu quando stava per finire la specializzazione come studente di medicina. Spesso descrive Alberto Cairo come un eroe.
“Ha dedicato tutto se stesso all'Afghanistan, e per noi è un maestro” specifica il Ministro Feroz.
Quando Cairo arrivò in Afghanistan, il programma di riabilitazione fisica era destinato solo ed esclusivamente alle vittime di guerra. Analizzando i dati  del ministero della salute, Cairo ha velocemente realizzato che il programma non era equo, in quanto il paese ha circa  il 3 – 5% della popolazione che soffre di una o più disabilità. Il programma , quindi, fu ampliato a metà del 1990 con l'obiettivo di includere tutte le persone che presentavano delle disabilità che minavano la loro mobilità.

“Ogni giorno, avevamo circa 50 pazienti: diciamo che 15 erano vittime di guerra a cui dicevamo di entrare, gli altri 35 dovevamo dire di tornare a casa perché non potevamo fare nulla per loro” ricorda Alberto Cairo. “Questo non era possibile. Questa era discriminazione”

Cairo ricorda che il cambiamento del programma ha creato degli sviluppi tremendi. Trattare un invalido di guerra potrebbe risultare semplice, ma approcciarsi a pazienti, spesso bambini, con paralisi celebrali o malattie congenite, richiede un alto grado di specializzazione.

Nei decenni passati, i centri di riabilitazione hanno accolto annualmente circa 10 mila nuovi pazienti di cui circa 1500 vittime di guerra, mentre i rimanenti erano pazienti colpiti da malattie o incidenti. 100 mila pazienti, circa, ritornano almeno una volta all'anno per controlli e visite.

Nel 2018, il numero dei pazienti ha raggiunto un nuovo record, con più di 12 mila richieste di aiuto. L'incremento della domanda è arrivata quando l'Afghanistan è diventato più pericoloso per gli operatori umanitari, i quali sono stati oggetto di svariati attacchi.

Il CICR ha affrontato molti di quegli attacchi, nonostante una dichiarazione fatta dai Talebani con cui si sollevava una garanzia di sicurezza al Comitato (garanzia che è stata ripristinata dopo alcuni colloqui). Uno dei più raccapriccianti attacchi contro il CICR, ha visto coinvolta Lorena Enebral Perez,  una dei fisioterapisti dello staff di Alberto Cairo, che fu colpita mortalmente durante una sessione di terapia per un paziente poliomelitico che aveva contrabbandato una pistola. Il capo della delegazione del CICR in Afghanistan, Juan-Pedro Schaerer, assieme ad Alberto Cairo, le ha reso omaggio durante la cerimonia dell'anniversario di mercoledì.

Alberto Cairo ha dichiarato che,  quasi tutti i 750 membri dello staff dei sette centri di riabilitazione sono ex pazienti con disabilità. “Questi centri sono per i disabili, portati avanti e gestiti da disabili”.

 


L'evento di mercoledì è stato organizzato in una palestra dove ogni giorno si allenano circa 500 para atleti.

Uno di questi atleti, Mohammed Saber, 28 anni, giocatore di basket in sedia a rotelle, è nato dopo l'arrivo di Alberto Cairo in Afghanistan.

Quando Saber aveva 3 anni, fu vittima di un ordigno inesploso con cui stava giocando un cugino nel loro villaggio nella periferia di Kabul. L'ordigno uccise il cugino di 8 anni e fece perdere le gambe a Saber.

Saber si ricorda vagamente di quando, all'età di 5 anni, Alberto Cairo realizzò per lui il primo paio di protesi. Dopo aver vissuto circa dieci anni in un campo profughi in Pakistan senza avere la possibilità di sostituire le protesi, Saber decise di ritornare in Afghanistan e avere un altro paio di protesi adatte alla sua età.

Intorno al 2012, Saber venne a conoscenza dei corsi sportivi che il centro offriva all'interno di una palestra di nuova costruzione. Con un amico si unì ai corsi di sport e oggi fa parte della squadra nazionale di basket dell'Afghanistan con cui ha girato diversi paesi: di recente è tornato dal Libano dove ha partecipato ad un torneo di basket. Inoltre ha un lavoro nel centro di riabilitazione, dove si è formato per due anni per lavorare con le vittime della polio.

Alcune volte, racconta Saber, chiede al dott. Cairo se si ricorda del loro primo incontro quando assieme alla nonna si presentò al centro per il suo primo paio di protesi.  “ Forse, tu eri molto piccolo” questa è la risposta di Alberto Cairo. D'altronde ha trattato migliaia di amputati durante questo trentennio, ricorda Saber.

Durante la cerimonia, Cairo  ricorda che spesso gli viene chiesto se 30 anni è stato un lungo periodo di tempo. “Spero di rimanere altri 30! La ricompensa nell'aiutare persone con disabilità, vedere che riescono nuovamente a fare cose, vedere che dal gattonare ricominciano a camminare, è un qualcosa che non invecchia mai. Quella ricompensa si sta accumulando, e se devo comparare quello che do a quello che ottengo, beh sto ottenendo molto di più”

 

 
nr. 564 del 4 gennaio 2019
venerdì 01 marzo 2019

Caffè Dunant nr. 564 del 4 gennaio 2019

 

 

AUGURI

 

Un nuovissimo 2019 è appena partito, chissà dove ci porterà, chissà cosa ci farà vivere nei prossimi 361 giorni, di certo ognuno di loro sarà una sorpresa.

Auguro a tutti i lettori e redattori del Caffè, che continuano ad essere affezionati a questo strumento che entra nel suo XXI anno di vita, un anno di belle sorprese. Quelle belle e grandi si fanno notare da sè, per quelle piccole ci vuole un poco di sforzo da parte nostra, le dobbiamo riconoscere. Non è difficile. Certo bisogna fare un po’ di allenamento, ma sono sicura che ogni giorno capiti ad ognuno di noi quella piccola cosa che non ci aspettavamo. Bisogna fermarsi un attimo, crearle dello spazio intorno, in modo che si distacchi dal resto della confusione delle nostre giornate e lasciare che ci dia quel momento di felicità di cui noi tutti abbiamo bisogno.

Cambio il mio augurio: riconoscere 365 momenti di felicità che, messi uno vicino all’altro, costituiranno al 31 dicembre 2019 un piccolo tesoro, che forse così piccolo non sarà.

 

Cordialmente

 

M.Grazia Baccolo

 

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Tratto dalla  Rivista Red Cross Red Crescent

CLIMA DI GUERRA   

Traduzione non ufficiale di Barbara di Castri

 

 

Il riscaldamento globale porterà un mondo più violento o semplicemente causerà più sofferenza alle persone che vivono nel mezzo di un conflitto armato?

 

Molto prima che lo Yemen entrasse in un conflitto che molte persone hanno definito la peggiore crisi umanitaria del mondo, l’acqua aveva già cominciato a scarseggiare nella capitale del Paese, Sana’a.

 

Le autorità nazionali competenti e una moltitudine di attori internazionali del settore dello sviluppo avevano avvertito che, se non fossero state adottate misure urgenti, le risorse idriche del bacino della Sana sarebbero potute scomparire. Secondo un rapporto, 4,2 milioni di abitanti della capitale potrebbero diventare entro il 2025 "rifugiati d'acqua".

 

Diminuzione a lungo termine delle precipitazioni, Popolazione in crescita, Aumento delle colture intensive che necessitano di acqua, Cattiva gestione delle risorse idriche e sistemi di approvvigionamento idrico inefficienti.

Questi sono i fattori che hanno contribuito a ridurre le falde acquifere situate sotto la città da tre a quattro metri all'anno.

 

Prima della guerra, numerose organizzazioni internazionali avevano collaborato con il governo yemenita in piani ambiziosi di diversi milioni di dollari, destinati a ridurre l'uso agricolo dell'acqua, migliorare la raccolta e ridurre i rifiuti nei sistemi urbani.

 

Oggi, il termine sviluppo sostenibile non viene quasi menzionato, mentre si pone l’accento sulla necessità urgente di un intervento umanitario per la carestia imminente causata dalla siccità e dai conflitti; il risentimento crescente delle persone; un alto numero di morti al giorno; le città assediate; la malnutrizione; i vincoli sull'aiuto umanitario; e le continue interruzioni di corrente che permettono alla popolazione di pompare l’acqua solo poche ore al giorno.

 

"L'economia è in caduta libera, quindi, le persone, per mantenersi, si sono dedicate alle colture con necessità di molta acqua, e questo fenomeno impoverisce ulteriormente le falde acquifere", afferma Johannes Bruwer, ingegnere idraulico che ha lavorato in Yemen durante molti anni, dove oggi è a capo della delegazione del CICR. "Sono  queste, le condizioni perfette per l'insorgere di problemi di approvvigionamento idrico a lungo termine".

 

Insieme alla carenza di carburante, che rende più costosa la produzione di acqua e il trasporto di merci, la carenza idrica fa male a una parte essenziale dell'economia yemenita. "Non si può più lavorare in agricoltura come prima", dice Moosa Elayah, ricercatrice yemenita del Centro per le questioni internazionali di sviluppo a Nijmegen, nei Paesi Bassi. "I prezzi del cibo sono troppo elevati"

Anche i Paesi più sviluppati in tempo di pace hanno difficoltà a gestire questi problemi. Ma la guerra nello Yemen ha escluso qualsiasi soluzione sostenibile.

"Stiamo affrontando la fame in molte parti del Paese e penso che la situazione peggiorerà con il cambiamento climatico", dice Elayah.

 

Una spada a doppio taglio

Lo Yemen non è l'unico caso. In Medio Oriente, e in altre regioni gravemente colpite da conflitti e cambiamenti climatici, si verificano situazioni simili. 

Schemi meteorologici imprevedibili, come ondate di calore, siccità e inondazioni, aggravano la già terribile situazione delle persone che vivono sotto assedio, che sono state sfollate a causa di un conflitto, costrette a migrare, detenute o che vivono in città che ospitano un numero enorme di sfollati.



È un'arma a doppio taglio: mentre gli abitanti trovano sempre più difficoltà nell’affrontare le vicissitudini della guerra a causa dei cambiamenti climatici, il conflitto impedisce alle persone di adattarsi ad esso.

"La vulnerabilità ai cambiamenti climatici è particolarmente elevata nelle aree in cui esiste un conflitto", afferma Maarten van Aalst, direttore del Centro per le organizzazioni della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa sul cambiamento climatico a L'Aia, Paesi Bassi.



"I disordini climatici hanno un effetto molto maggiore sugli agricoltori in una zona di conflitto rispetto a un luogo dove l'economia è stabile e diversificata, in quanto, dove l’economia è stabile si hanno assicurazioni sul raccolto, sussidi e sistemi di sicurezza sociale".

Nei Paesi in cui c'è un conflitto, le reti di sicurezza per gli agricoltori spesso svaniscono, proprio come i cambiamenti climatici rendono l'ambiente più difficile per l'agricoltura, osserva Michael Mason, direttore del Middle East Center presso la London School of Economics. e Scienze Politiche.



Le precipitazioni diminuiscono notevolmente, mentre le temperature del suolo aumentano. 

Il problema consiste nel fatto che con l'aumentare delle temperature, le colture alimentari hanno necessità di più acqua per crescere.

"Esistono mezzi tecnologici per contrastare gli effetti basati sulla temperatura e sulle precipitazioni in agricoltura", afferma Mason. "Ma molti paesi della regione mancano di sviluppo economico e stabilità politica per investire in queste soluzioni".



Mason e altri esperti avvertono che è importante non dare la colpa ai cambiamenti climatici per i problemi idrici nella regione. Sistemi di approvvigionamento idrico poveri e obsoleti, pompaggio eccessivo di acqua dalle falde acquifere, contaminazione di fonti esistenti a causa di acque di scarico o deflusso agricolo sono solo alcuni dei fattori che influenzano notevolmente la disponibilità di acqua .

 

Linee guida che cambiano costantemente

Il cambiamento climatico significa che in molte zone di conflitto, i modelli meteorologici sono meno stabili. 

Nella regione arida del lago Ciad, ad esempio, la temperatura è aumentata e i periodi di siccità si sono allungati, anche le piogge stagionali arrivano in ritardo, rispetto alle previsioni. 

Quando si verificano, sono più intense, quindi l'acqua tende a rimanere in superficie, invece di entrare nel terreno e ricaricare le falde acquifere. 

D'altra parte, i periodi di siccità si stanno allungando.



"Se non ci fossero i conflitti, la popolazione potrebbe fronteggiare meglio il problema delle piogge tardive ", osserva Janani Vivekananda, ricercatore presso Adelphi, un think tank con sede a Berlino commissionato dall'Unione Europea per studiare i relativi rischi di insicurezza. per il cambiamento climatico.

"Prima, se i raccolti andavano persi, i proprietari  accettavano che  gli agricoltori  pagassero con il raccolto successivo. Oggi, molte terre sono inaccessibili, a causa dei combattimenti, e i proprietari si rifiutano di ricevere i soldi in ritardo.



Pertanto, gli agricoltori oggi sono costretti a pagare anche quando il raccolto è andato perduto. Ma come si organizzeranno in futuro?

In alcune aree, i tradizionali sistemi di risoluzione delle controversie non funzionano più e le regole abituali su chi può pescare o crescere dove e quando non si applicano, spiega Vivekananda.

Secondo i rapporti che Adelphi ha fornito all'Unione Europea, per sopravvivere a periodi difficili, le persone a volte abbattono le foreste per produrre carbone, offrono sesso in cambio di cibo o si arruolano in gruppi armati.



Il cambiamento climatico accentua anche un'altra caratteristica tipica di molti conflitti armati: la lotta per il controllo delle risorse naturali. Mentre le risorse spesso non sono la causa principale del combattimento, la lotta per controllare le scarse risorse può esacerbare un conflitto o avere un impatto significativo sulle dinamiche dei combattimenti.

In molte aree colpite dai cambiamenti climatici e dai conflitti, una caratteristica comune è stata la competizione per la terra arabile e l'acqua, poiché le tensioni a volte diventano violenze tra coloro che hanno bisogno di terra e acqua per coltivare e coloro che ne hanno bisogno per coltivare. allevare bestiame Queste tensioni causano non solo modelli meteorologici, ma anche altre dinamiche come il dislocamento, l'intrusione della guerra nelle aree tradizionali di coltivazione e pascolo o altre pressioni.



Nello Yemen, le dispute sull'acqua e sulla terra sono state per secoli parte del panorama politico e, secondo numerosi rapporti ed esperti intervistati per questo articolo, poiché l'acqua diventa più scarsa, questi conflitti stanno aumentando. Mentre molte di queste lotte idriche locali sono relativamente piccole scaramucce alla periferia del conflitto più ampio, molti esperti ritengono che le risorse in diminuzione del Paese siano un terreno fertile per l'aggravarsi dell'attuale conflitto o per la creazione di uno futuro.



Date queste dinamiche, alcuni sono preoccupati che i conflitti peggioreranno nei luoghi più colpiti dai cambiamenti climatici e dove i meccanismi di difesa della comunità o del governo sono deboli, specialmente visti i gravi avvertimenti emessi quest'anno dai principali gruppi di scienziati come l'Intergovernmental Panel on Climate Change (vedi pagina 5). Anche così, gli esperti di sicurezza non riescono a raggiungere un consenso sul fatto che i problemi climatici abbiano contribuito, o contribuiranno in modo significativo, alla generazione di conflitti (vedi www.rcrcmagazine.org: War Weather).



Tuttavia, è generalmente riconosciuto che a causa del cambiamento climatico le persone che vivono in luoghi dove c'è un conflitto saranno ancora più poveri. 

In una serie di rapporti del 2018, gli scienziati del clima prevedono che il riscaldamento dell'atmosfera e il cambiamento climatico avranno conseguenze particolarmente gravi per luoghi come il Medio Oriente, il Nord Africa e il Sahel, dove l'aumento della temperatura sta superando la media mondiale.

Un altro studio recente pubblicato sulla rivista Nature Climate Change è andato ancora oltre e ha previsto che, se non verranno prese misure drastiche per ridurre i gas serra, è probabile che le temperature massime nella regione vicino al Golfo Persico raggiungeranno e supereranno una soglia critica al di sopra della quale il corpo umano non potrà sopravvivere.

Per le organizzazioni umanitarie è giunto il momento di fare una profonda riflessione: come ci si dovrà preparare in futuro?



Molti luoghi in cui si opera avranno  temperature più elevate e un clima più secco e saranno più vulnerabili a fenomeni come inondazioni, tempeste, sabbia, ondate di calore e siccità. 

L'intervento umanitario in situazioni di conflitto dovrebbe adattarsi ai cambiamenti climatici?

"La risposta umanitaria tende ad essere a breve termine e [le organizzazioni umanitarie] spesso non pensano al pieno impatto ambientale che i loro interventi possono avere", dice Vivekananda di Adelphi.



Il ricercatore cita un esempio recente nella regione del Lago Ciad. "[Le organizzazioni umanitarie] fornivano una grande quantità di cibo, ma non distribuivano carburante per cucinarlo, il che ha portato a una massiccia deforestazione da parte dei beneficiari che stavano cercando di trovare fonti di carburante. A sua volta, si è accentuata una degradazione del paesaggio e la desertificazione, esponendo le persone ancora di più a tempeste di sabbia e inondazioni ".

Allo stesso modo, la risposta spesso automatica di perforare più pozzi per soddisfare l'urgente bisogno di acqua durante le emergenze ha avuto anche molte conseguenze, osserva Michael Talhami, un consulente di politica urbana del CICR che ha lavorato per anni in Medio Oriente.



"Oggi la nostra politica è di perforare i pozzi solo dopo un accurato studio idrologico locale e se siamo sicuri che non causerà danni irreparabili alle falde acquifere", afferma Talhami, aggiungendo che perforare più pozzi nelle aree con carenza d'acqua potrebbe significare che altri pozzi e sorgenti si seccheranno o che la fonte d'acqua sarà contaminata. 

"È chiaro che, in una situazione di conflitto, è spesso difficile, se non impossibile, effettuare meticolosi studi idrologici".

Nello Yemen, questo problema era evidente. "Normalmente, la perforazione di un pozzo richiede un permesso e uno studio per non esaurire la falda acquifera", afferma Bruwer."Nello Yemen, le persone hanno superato questa norma e la gente ha trivellato pozzi a destra e a sinistra".



Di conseguenza, non solo la falda freatica è diminuita, ma in alcune parti del Paese, l'acqua fornita è stata contaminata. 

Mentre viene pompata più acqua fresca, l'acqua salata dell'oceano filtra e disattiva lentamente molti pozzi.

Parte di questa eccessiva trivellazione è stata effettuata da organizzazioni umanitarie che avevano buone intenzioni, ma molte di questi problemi provengono da molto prima, quando lo Yemen ha iniziato a industrializzarsi negli anni '70 e la popolazione, gli agricoltori e le aziende hanno acquistato le proprie pompe idrauliche. Le vecchie regole usuali applicate dagli imam e dai leader locali sono così cadute in disuso.

Oggi, quando il conflitto aumenta lo stato di anarchia, "abbiamo preso la decisione consapevole di rafforzare sistematicamente il ruolo delle autorità idriche e di lavorare su soluzioni sostenibili", spiega Bruwer.

 

 

Spingere il cambiamento

In questo caso, il cambiamento climatico ha rafforzato un approccio che si è evoluto negli ultimi due decenni, mentre il conflitto si trascinava e si urbanizzava: si lavorava con le autorità idriche locali per riparare, aggiornare o sostituire pompe, tubi, stazioni di pompaggio intermedie e impianti per il trattamento delle acque reflue.

Il cambiamento climatico è anche un fattore importante nella pianificazione e il finanziamento pluriennale richiede che le organizzazioni internazionali e locali accompagnino le comunità per periodi più lunghi al fine di trovare soluzioni più durature per sistemi urbani molto complessi e interconnessi.

A livello globale, il cambiamento climatico "è un fattore che ci costringe a riesaminare il modo in cui i gruppi di aiuto intervengono", osserva Talhami. "Fino ad ora ciò che abbiamo fatto è reagire. 

Ora dobbiamo pensare a lungo termine. "

Ma quale tipo di riflessione a lungo termine è esattamente necessaria? 

Per Talhami, un elemento chiave è "non nuocere", un principio umanitario essenziale che deve essere applicato sia nelle situazioni di emergenza che nelle crisi protratte. Al fine di trovare altri modi per intervenire, il Centro per i cambiamenti climatici della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa e il CICR organizzeranno nel 2019 una serie di tavole rotonde incentrate sui cambiamenti climatici e i conflitti. Riunendo specialisti e ricercatori,  l’obiettivo è quello di comprendere meglio e forse raggiungere un certo consenso sul modo migliore di procedere.

Una goccia d'acqua nell'oceano

Dato l'ampio impatto che i cambiamenti climatici e i conflitti hanno sui sistemi di approvvigionamento idrico, fonti energetiche, agricoltura, governance, commercio, salute e trasporti, qualsiasi soluzione importante richiederà già un massiccio investimento globale a lungo termine Tutti gli attori dovrebbero partecipare (comprese le banche di sviluppo, le agenzie governative internazionali, i governi nazionali e le organizzazioni di comunità).

In questo contesto, il contributo del settore umanitario è probabilmente solo una goccia d'acqua nell'oceano: un contributo molto importante, poiché fornisce una rete di sicurezza fondamentale per le persone più vulnerabili, ma una realtà piuttosto piccola rispetto all'investimento generale che sarebbe richiesto .

Alcuni dei maggiori contributi finanziari sono legati all'accordo sul clima di Parigi, in base al quale le nazioni sviluppate, si impegnano ad aiutare le nazioni meno sviluppate a mitigare e ad adattare gli sforzi attraverso vari meccanismi di finanziamento internazionali. 

Altre nazioni si impegnano ad aiutare nella ricostruzione delle infrastrutture post-conflitto. Ad esempio, ad una conferenza svoltasi a Parigi nell'aprile di quest'anno, i Paesi donatori hanno promesso prestiti in dollari a basso interesse per 11 miliardi di dollari al Libano, circa la metà dei quali sono stati destinati alla modernizzazione delle infrastrutture obsolete (acqua e rifiuti. servizi igienico-sanitari, energia e trasporti).

Il modo in cui questi contributi vengono spesi potrebbe avere conseguenze importanti in termini di rafforzamento della resilienza dei servizi e delle comunità essenziali di fronte ai futuri conflitti e alle condizioni climatiche. 

Questi soldi saranno utilizzati per ricostruire in modo più resiliente, secondo l'esperienza degli operatori umanitari? 

Oppure, verrà ricostruito seguendo un modello ipercentralizzato, che metterà in pericolo la continuità di un servizio essenziale nel caso in cui una parte del sistema sarà danneggiata? (vedi riquadro Forging resilience).

Per Mawanda Shaban, consigliere politico e di resilienza presso il Centro per i cambiamenti climatici, un primo passo fondamentale è semplicemente includere il cambiamento climatico nell'agenda in luoghi in cui le persone parlano di conflitti e viceversa. Ad oggi, in entrambe le piattaforme regionali e globali relative alla sicurezza, all'ambiente e alla riduzione del rischio di catastrofi, queste due questioni non sono ben collegate.

"Ci sono stati alcuni progressi in questo dibattito", osserva Shaban, che è riuscito a portare queste questioni al tavolo della riunione arabo-africana sulla riduzione del rischio di catastrofi all'inizio di quest'anno. "Lo stesso non è stato fatto in tutto il mondo, ma stiamo provando."

Con lo svolgersi di questo dibattito, una questione spinosa sarà mantenere il rispetto di importanti principi umanitari, come l'indipendenza e la neutralità, se le organizzazioni umanitarie svolgeranno un ruolo maggiore con i partner nel programma per lo sviluppo sostenibile. In molti contesti, gli sforzi di ricostruzione e di recupero precoce potranno essere collegati a forze politiche ed economiche che  avranno interessi nel conflitto. La stretta collaborazione con gli attori del settore dello sviluppo, le agenzie delle Nazioni Unite, gli Stati o le coalizioni di Stati porteranno altri a mettere in discussione l'imparzialità e la motivazione delle organizzazioni umanitarie?

Comunque, gli operatori umanitari sono consapevoli di questo problema e comprendono che la dinamica tra cambiamenti climatici e conflitti sia destinata a diventare un problema sempre più urgente e che le temperature continueranno a salire e i conflitti continueranno.

"Le temperature stanno aumentando lentamente", dice Bruwer del CICR, quindi le persone non si rendono conto sempre dei cambiamenti. 

Ma è molto importante restare vigili per continuare ad adattarsi e agire prima che sia troppo tardi. "

 

 

Originale in lingua spagnola al link: http://www.rcrcmagazine.org/2018/11/climate-of-war/?lang=es

 
nr. 563 del 9 novembre 2018
venerdì 09 novembre 2018

nr. 563 del 9 novembre 2018

CONTENUTO:

 

1-

Tratto dal sito CICR - 11 ottobre 2018

Donne  e guerra   

Traduzione non ufficiale di Barbara di Castri

 

2-

Tratto dal sito del CICR - 12 ottobre 2018

La risposta del CICR ai bisogni dei migranti vulnerabili

Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

 

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1-

Tratto dal sito CICR - 11ottobre 2018

Donne e guerra  

Traduzione non ufficiale di Barbara di Castri

 

 

Gli uomini fanno la guerra, le donne ne subiscono le conseguenze. Il fenomeno, viene percepito in questa maniera.

 

 

Le donne vivono e cercano di reagire alle conseguenze di una guerra, ma non sono mai delle vittime passive. Molte di loro si addolorano, combattono la sofferenza e sono costrette a reinventarsi: cancellano la loro vecchia identità per forgiarne una nuova, più adatta alla guerra che stanno vivendo.

Una nuova funzionalità del National Geographic, supportata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha focalizzato lo sguardo su come le donne reagiscono e affrontano il disordine che il conflitto porta nella loro vita familiare e lavorativa.

 

Nel progetto, A Woman’s War, si rompe lo stereotipo di donna vissuta come vittima e si vanno ad esplorare i molteplici e complessi ruoli che le donne giocano durante un conflitto armato: sono combattenti, umanitarie, madri, figlie, braccianti agricole, leader della comunità e sopravvissute.

 

“Credo che le donne siano le agenti di un forte cambiamento oltre ad essere una delle fonti principali di stabilità nelle aree colpite da un conflitto armato, e questo non solo per le loro famiglie ma per l’intera comunità” ha affermato Mary Werntz, vice direttrice delle operazioni internazionali del Comitato della Croce Rossa. “La mia speranza è che noi tutti, compresi gli operatori umanitari, saremo in grado di guardare alle donne nella loro forma più completa e non solo come vittime di qualcosa.”

 

Le vite documentate sono molto diverse fra loro. Il fotografo Robin Hammond ha visitato una guerra che conosce bene - l'Iraq - così come i conflitti che raramente fanno notizia a livello mondiale, nelle Filippine e nel sud della Nigeria. Le identità continuano a essere modellate dalla guerra anche quando i cannoni tacciono, così Hammond ha viaggiato anche in Perù per vedere vecchie cicatrici che non sono ancora guarite.

Lavorare su questo genere di cose  è complesso. Si combinano insieme potere e privilegi, rituali e aspettative della comunità. 

Il conflitto tende sempre ad esacerbare le disuguaglianze esistenti. 

Cosa succede quando chi porta il pane in famiglia - spesso maschio - va in guerra o viene ucciso dalla violenza? I ruoli della società si spostano; alle donne potrebbe essere data un'opportunità che in precedenza non avevano.

 

"Penso che in molte situazioni di conflitto le donne siano costrette a diventare dei capo famiglia", ha detto Werntz. "Le donne potrebbero essere costrette a prendersi cura delle aree agricole, potrebbero  confrontarsi con il mondo del lavoro e contemporaneamente occuparsi dell'educazione dei bambini.

Con questo nuovo progetto, National Geographic e ICRC esplorano le molteplici identità che le donne possono assumere, attraverso una serie di ritratti, in parte ambientali, in parte oggetto di studio. Ogni ritratto unico, preso su uno sfondo significativo della storia del soggetto, è creato per sfidare le semplici etichette che attribuiamo alle donne in guerra e per mettere in discussion anche il ruolo della fotografia che fornisce risposte singolari a questioni complesse.

 

La mia speranza per il futuro è di tornare alle nostre case in pace.

 

Fatima, 17 anni, vive con sua sorella e sua madre in un campo per gli sfollati a Maiduguri, in Nigeria. Quando aveva 15 anni, il suo villaggio fu attaccato. "La sera verso le 17:00, quando le persone avevano finito di mangiare, udimmo degli spari, ricordo di aver tremato per lo spavento, sconosciuto per noi; il villaggio era stato circondato ed era stato invaso.

Non c'era spazio per la fuga. Ci siamo nascosti in una stanza, il rumore degli spari si avvicinava. 

Pallottole vaganti che penetravano nel nostro tetto. Ci coprimmo con il materasso e gridammo aiuto inutilmente. "Fatima disse che la maggior parte degli uomini era già fuggita, e loro erano rimaste prigioniere in una stanza per una settimana senza cibo prima di essere rilasciate. Una volta lasciata la stanza, le donne si sparpagliarono immediatamente .

Fatima andò da una parte, sua madre dall’altra. Si nascosero nella boscaglia. Sarebbero passati 18  lunghi mesi prima che si rivedessero.

Essere donna in questo conflitto significa essere resiliente.

 

Medico e stagista del secondo anno, Hozan Badie Sindi, 25 anni, è in piedi davanti alla sua coperta nella sua stanza d'ospedale dove dorme, quando è di guardia. Ha passato la maggior parte della sua vita a sopportare i danni della guerra. L'ospedale di emergenza di West Erbil, noto anche come ospedale di Rozhawa, ha ricevuto centinaia di casi di feriti e traumatizzati provenienti dal conflitto di Mosul.

Il CICR ha sostenuto l'ospedale di Rozhawa e altri  ospedali che si occupano delle persone ferite durante il conflitto. 

Erbil, Kurdistan iracheno. "Ho sofferto con le persone che vivono i conflitti, ma non voglio solo provare dolore, vorrei fermare il dolore, impedire agli altri di soffrire. Vorrei davvero fare qualcosa per loro ma sfortunatamente non posso, a volte è fuori dalle mie possibilità, sono una donna, e potrei dare loro un supporto emotivo, potrei dare loro comprensione per tutto quello che stanno attraversando. Forse, essere una donna, ha aggiunto un po' di tristezza alla mia anima, comportarsi come  una donna in questo conflitto, non si può descrivere semplicemente con una parola: significa cercare di sopravvivere e aiutare gli altri a sopravvivere.

Quindi, in fondo, questa è la mia idea. essere una donna in tempo di conflitto armato significa essere resiliente, lavorare sodo ogni giorno, cercare di rendere neutrale la situazione, mi piacerebbe che la prossima generazione capisca così l’inutilità della guerra.”

 

 Ero una vittima quindi sono diventato una combattente.

 

Dionisia Calderon vende frutta e patate nel suo villaggio natale di Morochucos, Ayacucho, in Perù. La 54enne ha subito molteplici perdite durante il conflitto interno che ha portato violenza e sofferenza nella regione. Il suo primo marito scomparve senza lasciare traccia. Anche il suo secondo marito fu preso e torturato severamente. Più tardi, morì a causa delle ferite riportate.

Dionisia Calderon, rifiutandosi di vivere in silenzio con le ingiustizie inflitte a lei e alla sua famiglia, è diventata rappresentante delle donne che hanno subito abusi sessuali durante il conflitto.

"Ero solita dire a me stessa: 'Perché sono nata donna? Perché non sono nata uomo?' Noi donne abbiamo attraversato tante di quelle vicissitudini, con i soldati e il Sentiero Splendente, è stato molto difficile sopportare tutta quella violenza, siamo state tutte emarginate, criticate per quello che avevamo passato ... mi sentivo orribile, ora devo la mia vita a quelle donne che mi hanno detto: "Non sei quello che pensi di essere. Non sei quello che la gente dice che tu sia, perché quelle persone non sanno. Sei una donna e una combattente. Devi oramai saper affrontare queste cose. ' Sono stata vittima del conflitto armato interno e poi sono diventata una donna che combatte per la giustizia e la verità ".

 

Sono una vittima e sono una sopravvissuta.

 

 

Eufemia Cullamat, una contadina di 57 anni, sta sostenendo la fine delle attività delle compagnie minerarie nelle sue terre ancestrali nella provincia di Surigao del Sur a Mindanao, nelle Filippine. Suo cugino, leader di un movimento contro le grandi compagnie minerarie, fu giustiziato nel 2015 insieme ad altri due. I popoli indigeni delle province di Davao del Norte, Surigao del Sur e Bukidnon si trovano di fronte a molestie e sfollati dalle loro terre natali.

Centinaia di famiglie hanno scelto di lasciare le loro comunità e case per altre aree. Il CICR ha fornito assistenza e assistenza per il sostentamento alle comunità di Surigao del Sur quando hanno evacuato le loro case.

 

 Il testo originale spagnolo al link:https://www.icrc.org/es/document/las-mujeres-y-la-guerra 

 

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Tratto dal sito del CICR - 12 ottobre 2018

La risposta del CICR ai bisogni dei migranti vulnerabili

Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

 

La migrazione è un fenomeno globale complesso che ha molte e varie cause. Indipendentemente dai motivi per cui lasciano il loro paese, i migranti potrebbero essere vulnerabili a un dato punto durante il loro viaggio. Alcuni di loro si trovano difronte a  terribili difficoltà che minacciano la loro integrità fisica, la salute mentale e persino le loro vite.

 

Capire le dicoltà dei migranti

 

La réponse du CICR aux besoins des migrants vulnérables | Comité international de la Croix-Rouge https://www.icrc.org/fr/document/la-reponse-du-cicr-aux-besoins-des-migrants-vulnerables

 

La migrazione è un fenomeno globale complesso che ha molte e varie cause. Indipendentemente dai motivi per cui lasciano il loro paese, i migranti potrebbero essere vulnerabili a un certo punto durante il loro viaggio. Alcuni di loro si trovano difronte a terribili dicoltà che minacciano la loro integrità fisica, la salute mentale e persino le loro vite.

A volte sono costretti ad attraversare aree colpite da conflitti armati o altre situazioni di violenza, nelle quali possono rimanere bloccati.

Durante il loro viaggio, potrebbero essere a rischio di abusi e sfruttamento. La loro strada è disseminata di innumerevoli rischi e le insidie, come perdere il contatto con le loro famiglie, essere vittime di incidenti o di malattie gravi senza poter avere accesso ai servizi essenziali come l'assistenza medica, essere arrestato ed essere  discriminato. Inoltre, sono migliaia le persone che perdono la vita o che scompaiono lungo il percorso, mentre le famiglie restano nell'ansia dell'incertezza.

 

Il nostro approccio



Tenendo conto della natura globale della migrazione, il CICR e il Movimento internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa stanno sfruttando la loro presenza lungo le rotte migratorie per valutare meglio le esigenze dei migranti vulnerabili e fornire loro risposte, contribuendo a colmare le attuali lacune in termini di protezione e assistenza.

Il CICR si sforza di garantire che tutti i migranti siano beneficiari della protezione a cui hanno diritto in virtù del diritto internazionale e della legge del paese in cui si trovano, compresa la protezione speciale che deve essere offerta a determinate categorie di migranti, come rifugiati, richiedenti asilo e apolidi.

Mentre i diritti dei migranti sono definiti dal loro status giuridico, dall'altra parte, l'assistenza che forniamo loro è principalmente motivata dai loro bisogni e non è condizionata dal loro status di migrante. La nostra azione si iscrive nel quadro di un mandato umanitario e non ha lo scopo di incoraggiare, scoraggiare o a impedire la migrazione.

Il CICR svolge le sue attività in favore dei migranti vulnerabili e delle loro famiglie principalmente in aree colpite da conflitti armati o altre situazioni di violenza. È sempre pronto a fornire alle società nazionali della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa consulenza tecnica e / o supporto operativo in settori di sua competenza, come il ripristino dei legami familiari, le visite dei migranti prigionieri e la delucidazione del destino delle persone scomparse.

 

 

Il CICR si sforza di cooperare con gli Stati, che hanno la principale responsabilità

per garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti di tutte le persone, indipendentemente dal loro status, nella loro giurisdizione. Gli Stati hanno il dovere di mettere in atto misure di sicurezza adeguate per salvaguardare la dignità dei migranti e per garantire la loro sicurezza. A questo riguardo, il CICR ricorda agli Stati i loro obblighi nei confronti dei migranti e nei confronti del loro diritto nazionale e diritto internazionale, in particolare per quanto riguarda il principio di non-respingimento.

Consapevole della necessità di una cooperazione efficace per soddisfare i bisogni di migranti vulnerabili, il CICR è attento alla presenza e alle capacità di altri

attori e collabora con coloro che hanni lavorato da lunga data con i migranti nel rigoroso rispetto dei Principi Fondamentali del Movimento.

 

Sul fronte politico, il CICR partecipa anche a forum regionali e mondiali su questioni umanitarie legate alle migrazioni, nel corso dei quali condivide la sua esperienza diretta delle difficoltà vissute dai migranti e delle loro esigenze di protezione.

Ad esempio, ha contribuito allo sviluppo del Patto mondiale sulla migrazione sicura, ordinata e regolare (il "Patto di migrazione") e il Patto mondiale sui rifugiati, cogliendo queste opportunità per invitare gli Stati a tenere in debito conto le difficoltà umanitarie e i bisogni di protezione dei miranti e dei rifugiati, e anche a uniformarsi ai loro obblighi internazionali in vigore.

 

CICR ha invitato gli Stati a prestare particolare attenzione ai migranti

scomparsi, alla detenzione di migranti, il principio di non-respingimento, l’uso della forza e alla separazione delle famiglie.

 

 

In conformità alle raccomandazioni del CICR, gli Stati si sono impegnati a rispettare il Patto di migrazione a:

- prevenire il rischio di morte e scomparsa di migranti, chiarire la sorte delle persone scomparse e alleviare le sofferenze delle loro famiglie. Molte delle misure pratiche adottate per rinforzare la cooperazione internazionale e i riferimenti agli obblighi giuridici internazionali sono state direttamente ispirate dai suggerimenti e dai documenti di orientamento del CICR;

- ricorrere alla detenzione di migranti soltanto come ultima risorsa e lavorare per porre fine alla detenzione di bambini a causa del loro status migratorio o quello dei loro genitori;

- offrire ai migranti tutte le garanzie del giusto processo, far rispettare il divieto di espulsione collettiva e il divieto di  rinviare i migrant verso i luoghi dove essi si troverebbero ad affrontare un rischio reale e prevedibile di morte, la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti, o altri pregiudizi irreparabili, conformemente ai loro obblighi derivanti dal diritto internazionale dei diritti umani, compreso il principio di non-respingimento.

 

 La nostra azione

 

Il CICR risponde alle esigenze dei migranti vulnerabili in vari modi, tra cui:

• condurre visite ai centri di detenzione amministrativa per migranti;

• ripristinare i legami familiari;

• fare luce sulla sorte delle persone scomparse e fornire supporto a

le loro famiglie;

• assicurare una gestione adeguata e dignitosa delle spoglie umane e di altri

servizi medico-legali.

 

 

Risposta del CICR ai bisogni dei migranti vulnerabili

Comitato internazionale della Croce Rossa

 

Il testo originale francese  al link https://www.icrc.org/fr/document/la-reponse-du-cicr-aux-besoins-des-migrants-vulnerables

 
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