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nr. 552 del 4 Gennaio 2018
giovedì 04 gennaio 2018

4 Gennaio 2018

nr. 552

 

Tratto dalla Rivista  Red Cross Red Crescent                                                                                                        

Una risposta, una voce

Traduzione non ufficiale di Maria Grazia Baccolo

dall'originale francese al link http://www.rcrcmagazine.org/2017/10/une-reponse-une-voix/?lang=fr

 Sud Sudan

 Nello Stato di Jonglei (Sud Sudan), un obiettivo di fortuna è stato preparato sul terreno per guidare un’azione di paracadutismo alimentare per 21.000 persone, oltre a semi e strumenti agricoli per migliaia di sfollati arrivati in questa zona per cercare lì rifugio.

Foto: Olav Saltbones / Croce Rossa Norvegese

 

Mentre il conflitto, la fame e le malattie combinano i loro effetti mortali nel Sud Sudan, il Movimento moltiplica il suo impatto attraverso una maggiore coordinazione.

 QUANDO, NELL’ULTIMO MESE DI LUGLIO, Juba, la capitale del Sud Sudan, ha subito un'improvvisa ondata di violenza letale e poi un'epidemia di colera, entrambe le emergenze sono state una vera prova: i vari componenti del Movimento internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa saranno in grado di cooperare strettamente, rapidamente ed efficacemente, applicando un nuovo modello operativo progettato appositamente per questo scopo?

 Mentre il CICR  (Comitato Internazionale della Croce Rossa) ha aiutato la Croce Rossa del Sud Sudan a rispondere ai bisogni immediati causati dall'epidemia, l'FIRC stava lavorando con la National Society per lanciare una serie di misure sostenute dal Fondo di emergenza per il soccorso in caso di calamità. dell'IFRC (Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa). "Fin dal primo giorno, la risposta al colera è stata condotta in stretta collaborazione e in comunicazione con tutti i partner del Movimento", ha dichiarato Michael Charles, a capo dell'ufficio FIRC nel paese.

 

Il delegato della cooperazione del CICR in Sud Sudan, Bayram Valiyev, ha aggiunto che tutte le comunicazioni pubbliche sono state preparate collettivamente - sotto l'egida della Croce Rossa del Sud Sudan - il Movimento (comprese le molte sorelle Società nazionali attive nel paese) era percepito come "una sola e stessa famiglia".

Quando si interviene in situazione di crisi, l’unità non è facile da raggiungere, dal momento che ciascuna organizzazione è responsabile nei confronti dei propri donatori e del pubblico in generale nel proprio paese per le sue attività e risultati. Allora, una comunicazione ben coordinata può mostrare ai donatori il reale impatto dell'azione del Movimento, contribuendo a consolidare l'unità all'interno della famiglia della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa.

Mano nella mano

Le violenze di luglio sono state solo un episodio in più in un conflitto interno più ampio che - insieme a molti scontri locali tra tribù - ha già causato lo sfollamento di circa 2 milioni di persone nel paese e tanti rifugiati nei paesi vicini.

A ciò si aggiunge la siccità, che in molte parti del paese ha portato le persone alla soglia della carestia. Sebbene lo stato della carestia sia stato ufficialmente revocato in due Stati, quasi la metà della popolazione del Sud Sudan è ancora considerata dalle Nazioni come insicura dal punto di vista alimentare. Inoltre, la mancanza di accesso all'acqua potabile fa in modo che in molte località del paese sono stati segnalati focolai di colera. A metà giugno, ci sono stati oltre 5.000 casi nel paese, con 169 morti segnalati.

 In questo tipo di crisi complessa e durevole, è particolarmente importante stabilire un coordinamento efficace, ma le condizioni sul terreno spesso lo ostacolano. La mancanza di strade e di buone reti di comunicazione ha reso ancora più difficile l'intervento su larga scala. L'assistenza deve spesso essere fornita per via aerea anziché su strada; tuttavia, durante la stagione delle piogge, molte piste d'atterraggio diventano inutilizzabili.

 Inoltre, nel Sud Sudan operano 138 organizzazioni internazionali non governative (ONG), che lavorano a fianco di oltre 700 attori locali. Questo è uno dei motivi che hanno spinto il governo a sostenere un metodo più razionale istituendo una commissione nel 2016 incaricata di  valutare, registrare, monitorare e controllare le attività di tutte le ONG.

 Una tale commissione può aiutare ad assicurare che più persone ricevano assistenza, ma i governi stranieri e le organizzazioni di assistenza hanno espresso preoccupazioni, sostenendo che tale regolamentazione potrebbe limitare il numero di aiuti umanitari aumentando condizioni per lavorare nel paese, anche se i bisogni sono più grandi che mai.

 Fino ad oggi, non possiamo ancora parlare di una collaborazione veramente efficace e produttiva tra tutti questi attori; alcuni operatori umanitari lamentano il fatto che molti di loro continuano a operare isolatamente, concentrandosi sul loro contributo individuale.

 Katherine Mueller

Operatrice umanitaria, giornalista e specialista in comunicazione con base in Canada

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 Cinque " paesi laboratorio "

Questo è il motivo che ha spinto il Movimento a testare nuovi metodi propri, al fine di migliorare la collaborazione interna. Il Sud Sudan è stato scelto, insieme ad altri quattro "paesi laboratorio" (Haiti, Filippine, Siria e Ucraina) per sperimentare una procedura approvata da tutte le Società Nazionali per l’azione nel Sud Sudan.

 Il metodo è conosciuto all'interno del movimento come "Rafforzare il coordinamento e la cooperazione all'interno del Movimento"; risponde a due risoluzioni adottate dalle strutture direttive del Movimento e una relazione del 2015 che afferma: "È urgente e cruciale migliorare il coordinamento all'interno del Movimento, e ciò richiede impegno da parte di tutti i partner del Movimento ".

 Il rapporto fa notare  che "data la sua portata unica e la complementarietà dei ruoli e dei mandati delle sue componenti, il Movimento è particolarmente capace di adattarsi al mutevole contesto umanitario", aggiungendo: "Tuttavia, il Movimento nel suo insieme, deve raddoppiare gli sforzi e superare le sue difficoltà interne in modo che le sue attività umanitarie abbiano un impatto maggiore ".

 Questo è esattamente ciò che sta accadendo in Sud Sudan. Le componenti del Movimento attivo nel Paese hanno sviluppato un piano di intervento del Movimento che è "complementare ad altri attori" e che "riconosce che la crisi della sicurezza alimentare (...) è intrinsecamente legata ai rischi associati alla salute, all’acqua, ai servizi igienico-sanitari ed ai livelli nutrizionali ".

 Allo stesso tempo, un gruppo di coordinamento del Movimento si incontra regolarmente per esaminare nuovi progetti in base alle loro esigenze, pertinenza e sostenibilità. "Ci chiediamo:" Questo progetto soddisfa i bisogni o è semplicemente un'attività o un progetto deciso dai donatori che collasserà con la fine della disponibilità dei fondi? " dice Michael Charles. "E quando comunichiamo le nostre attività, diciamo:" il Movimento della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa sta conducendo questa azione ", senza menzionare la Società Nazionale, il CICR o la FICR – aggiunge - . E’ logico, perché tutto ciò che una Società nazionale della Croce Rossa o della Mezzaluna Rossa può fare qui, è il risultato dei contributi e degli sforzi di sviluppo della capacità di molti dei partners del Movimento nel corso degli anni. "

 Ci sono voluti anni per arrivarci, ma per Nicolas Luyet, responsabile del CICR dei progetti per rinforzare il coordinamento e la cooperazione all'interno del Movimento, questo lavoro sta iniziando a dare i suoi frutti. "Nel tempo, vediamo che i partner della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa che lavorano nel paese sono più attivi nel garantire che le loro azioni siano integrate con il lavoro dell'intero Movimento".

 "Cerchiamo di cambiare la mentalità, il modo di lavorare di ciascuno dei partners del Movimento e ci vuole tempo", continua, aggiungendo che a volte vecchie riflessioni riaffiorano e che le interferenze sono causate dai partners del Movimento che lavorano all’esterno dal Paese, o c'è troppa comunicazione verticale tra il campo di azione, gli uffici regionali e mondiali, mentre "il coordinamento deve essere fatto a livello di Paese".


I costi del coordinamento

 Queste riflessioni sono comprensibili. Come sottolineato nel rapporto 2015 al Consiglio dei Delegati, "Garantire un coordinamento efficace esige  sforzi considerevoli, molto tempo, competenze specifiche e impegno e, soprattutto, un costo.”

Uno dei costi della singola chiamata internazionale, ha detto John Lobor, segretario generale della Croce Rossa del Sud Sudan, è tempo perso. Mentre i fondi di emergenza erano disponibili per aiutare i più bisognosi, ci è voluto un mese per preparare un appello congiunto, che potrebbe ritardare l’aiuto alle popolazioni bisognose, ma anche danneggiare la reputazione del Movimento come fornitore rapido di supporto completo. Tuttavia, continua John Lobor, una volta lanciato l'appello, la Croce Rossa del Sud Sudan (con i suoi 8800 volontari) è riuscita ad aiutare molte più persone attraverso una migliore collaborazione con i partner del Movimento.

 Le lezioni apprese da tutti i paesi laboratorio che fanno parte del processo di "Rafforzamento del coordinamento e della cooperazione del Movimento "contribueranno alle discussioni del Consiglio dei Delegati in occasione delle riunioni statutarie del Movimento che si terranno nel mese di  novembre in Turchia. L'intenzione ora è di consolidare e condividere le lezioni apprise dall’esperienza in modo che possano essere messi in atto migliori meccanismi di coordinamento, adattati a ciascuna situazione, non appena si verifichi un'emergenza, e siano migliorati nel corso del tempo.

 

 

 
nr. 551 del 24 Dicembre 2017
lunedì 01 gennaio 2018

24 Dicembre 2017

nr. 551

 

Tratto da Red Cross Red Crescent Magazine nr. 2 – 2017

OVUNQUE  SIANO

Traduzione non ufficiale di Pancrazio Stangoni  dall’originale in lingua francese al link

http://www.rcrcmagazine.org/2017/11/ou-quils-soient/?lang=fr

Che viaggino in treno, per strada, a piedi o in aereo, i migranti e i richiedenti asilo si trovano spesso in situazione di notevole vulnerabilità. Essi rischiano di bere dell’acqua inquinata e di vivere in ambienti sovraffollati ove sono esposti a malattie infettive. Possono sentirsi isolati, depressi e privati della loro casa. In tutto il mondo le Società Nazionali di Croce Rossa e Mezza Luna Rossa unitamente alla FICR  (Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa) e al CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa) si impegnano non solo  a favore dei migranti, per aiutarli a far fronte ai loro bisogni materiali e esistenziali immediati, ma anche a raggiungere i loro obbiettivi a lungo termine che sono non di meno importanti. E cosi che la Società di Mezza Luna Rossa dell’Azerbaidjan facilita l’integrazione dei migranti provenienti dall’Afghanistan e dal Sud Est Asiatico e comunque  offrendo loro dei corsi gratuiti di lingua locale, primo passo necessario per trovare un lavoro e o accedere alla scuola. “ Noi cerchiamo anche di farli familiarizzare con la nostra cultura, organizzando escursioni e visite ai siti storici, ai musei e al teatro” spiega Sonia Hajiyeva, insegnante fondatrice dei corsi. La Mezza Luna Rossa organizza, inoltre degli incontri informativi sul primo soccorso, il cancro del seno, l’HIV/AIDS, la tubercolosi, la malaria e gli stili di vita sana. Eccovi di seguito  altri esempi di attività condotte dal Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa per sostenere la pubblica sanità e il benessere psicologico dei migranti e delle persone che  hanno lasciato nella loro terra.

 

DOPO LA TEMPESTA SOLI E INDIFESI

GurvinderSingh , FIRC/IFRC

 GurvinderSingh , FIRC/IFRC

Fotografia :MirvaHelenius FIRC /IFRC

Dopo che il ciclone Mora ha colpito il sudovest del Bangladesh alla fine del mese di maggio la tempesta ha devastato le già precarie abitazioni di Cox’s Bazar che accoglievano circa 75.000 persone sfollate provenienti dal Myanmar per sfuggire alle violenze in alcune parti a nord dello Stato di Rakhine.

Con i loro muri di fango fatto seccare e i tetti fatti con teloni di plastica rivestititi  con aste di bambu, questi rifugi non erano in grado di contrastare la violenza dei venti e delle piogge cicloniche. I beni e i viveri sono cosi spariti nella tempesta, facendo precipitare questa gente, già emarginata, in uno stato di crisi ancora più profondo.

La Mezza Luna Rossa  del Bangladesh ha fornito ripari, servizi si sanità, acqua potabile e ha adottato misure d’igiene generale. Ancor prima della tempesta, i Volontari della Mezza Luna Rossa,, come Tamjid Hossen Naim fornivano già un sostegno psicosociale ai nuovi arrivati. Nel corso degli ultimi mesi a Cox’s Bazar, i bisogni non hanno fatto che crescere: si stima che alla fine del mese di settembre siano 400.000 il numero di persone fuggite dal Myanmar e arrivate in Bangladesh.

Ogni giorno, Tamjid  Hossein Naim, percorre con altri volontari i sentieri fangosi  e le colline  di Kutupalong, ove questi migranti risiedono. E’ molto importante sapere ascoltare, dice lui, soprattutto con gruppi particolarmente vulnerabili, come i bambini o i minori non accompagnati. Quasi il 60% dei nuovi arrivati sono ragazze e ragazzi che hanno meno di 18 anni. Come spiega una giovane ragazza che vive a  Kutupalong : “ Non possiamo andare a scuola, perché al mattino dobbiamo svolgere i nostri compiti domestici per aiutare le  nostre famiglie”.

Un’inchiesta realizzata dalla Mezza Luna Rossa  del Bangladesh ha dimostrato che una fetta molto importante dei ragazzi che entrano nel paese sono soli e separati dai loro genitori, cosa che è particolarmente preoccupante a causa della loro vulnerabilità alle violenze fisiche, sessuali e psicologiche, alla discriminazione e all’esclusione sociale.

“Entrambi i miei genitori sono morti a causa dei combattimenti, racconta un ragazzo  di 8 anni di età. Li ho visti morire. Sono fuggito correndo e un uomo mi ha salvato. Lui aiutava molta gente a attraversare il fiume per scappare dal pericolo. Mi ha preso con altri  e mi ha lasciato qui “.

 

Un duro percorso

Nello Stato meridionale del Chiapas (Messico), il rifugio Santa Marta,  a Salto del Agua, è uno dei primi sul cammino dei migranti  diretti a nord dopo il passaggio della frontiera fra Guatemala e Messico. Arrivano generalmente qui con le piaghe ai piedi dopo giorni di marcia; i volontari della Croce Rossa messicana li curano immediatamente con diligenza e sollecitudine.

Più a Nord, a Ciudad Serdàn, nel sud est del Messico, un medico della Croce Rossa Messicana si occupa delle cure sanitarie di base ai migranti in un dispensario posto in luogo strategico fra l’autostrada e la ferrovia. Non lontano, un altro volontario offre loro la possibilità di telefonare gratuitamente ai propri parenti.

Contemporaneamente, in Honduras, i Volontari della Croce Rossa dell’Honduras accolgono i migranti che  ritornano; quelli  che, deportati dal Messico, hanno attraversato il Guatemala. I volontari forniscono  loro le cure preospedaliere o li aiutano a riprendere i contatti con le  famiglie.

Questi non sono altro che alcuni esempi di attività condotte dalle Società delle Croce Rossa del Guatemala , Honduras e Messico per fornire i servizi d’urgenza essenziali a numerose persone  che, ogni anno,  intraprendono un arduo percorso verso il nord nella speranza di fuggire alla cronica povertà e alla violenza.

 

 Honduras

 

Photo :JesusCornejo / CICR

 

 

“ Il treno umanitario “

Dopo venti anni, più di un milione di famiglie tagiche  contano sulle somme di danaro  inviate dai propri parenti, lavoratori stagionali in Kazakhistan e nella Federazione della Russia. Le tre Società nazionali della regione si sono ora associate a favore di una iniziativa chiamata “il treno umanitario” per fornire delle informazioni in materia di sanità e di diritto dei lavoratori migranti che si spostano fra i tre Paesi.

 

I volontari della Società  di Mezzaluna Rossa del Tagichistan salgono sul treno a Douchambè, la capitale del Paese, muniti della documentazione relativa ai rischi di tubercolosi, epatite e malattie sessualmente trasmettibili. Le squadre  della Mezzaluna Rossa del Tagichistan li raggiungono nella provincia  d’ Atyrau , nell’ovest del Kazakhstan, seguiti da volontari della Croce Rossa della Federazione della  Russia che si aggregano al viaggio nella città di Volvograd, a sudovest della Russia.

 

“Questi lavoratori, assai spesso, ignorano i loro diritti; non sanno  che in qualità di lavoratori migranti regolari hanno diritto alle cure sanitarie di base, soprattutto in termine di trattamento medico” spiega  uno dei membri della squadra del treno umanitario. “Per la gente che prende questo treno è importante constatare che qualcuno pensa a loro e  li capisce”, dice lei. “Ci riferiscono  che spesso si sentono soli e isolati”.

 

“ Portato via per sempre “

La migrazione pesa così pesantemente sulle famiglie e gli amici che restano a casa. Queste fotografie fatte da José Cendon per conto del CICR aiutano a raccontare le loro storie.

Mamadou aveva 55 anni quando è scomparso. La moglie conserva preziosamente i suoi attrezzi da carpentiere, che qui mostra disposte su un tappeto. Li custodisce nel caso in cui lui ritorni, “perché possa lavorare e perché possiamo riprendere la nostra vita di prima”

Un altro giovane uomo, chiamato  anche lui Mamadou, aveva 20 anni quando è partito. “ E cresciuto praticando la pesca e amava il mare  più di qualsiasi cosa al mondo” racconta sua madre Faousseuk Fall. “ E il mare l’ha portato via per sempre “

Per i parenti restati senza notizie dei loro cari, il CICR e la Croce Rossa Senegalese organizzano dei gruppi di sostegno, corsi di alfabetizzazione, servizi  di educazione e formazione e un aiuto alla creazione di piccole imprese.

Senegal 

Photo :Josè Cendon / CICR

 

Il potere della musica.

Avra Fiala (IFRC) 

Quando hanno fatto conoscenza, nel campo per migranti di Skaramagas, in Grecia, Miriam, Houssam e Mouhannad hanno scoperto che oltre al fatto di essere tutti e tre fuggiti dalla guerra in Siria,  avevano  in altro punto in  comune; ciascuno era, al proprio paese di origine, un musicista diplomato. Hanno, dunque, iniziato a suonare assieme e ora condividono l’amore per la musica con gli abitanti del campo.

“Quando ascoltano la musica, le persone provano un sentimento di libertà, assicura Mariam. Tanto dolore e sofferenza sono concentrati  in questo campo! Ciascuno dei suoi abitanti ha superato delle prove terribili per giungere in Grecia. Ma la musica ci restituisce la nostra capacità di gioire, di passione e spontaneità.”

I tre amici si sono in seguito uniti alla FICR per insegnare il canto e il solfeggio  a una cinquantina di studenti di età fra i 13 e i 20 anni, utilizzando tutta una gamma di strumenti, dalla chitarra al oud  ( una specie di liuto NDT). La FICR e la Croce Rossa ellenica forniscono gli strumenti e la popolazione locale permette ai musicisti di organizzare i loro  corsi. La Società nazionale e la FICR collaborano con qualcuna delle persone che vivono nei campi in tutta la Grecia per organizzare corsi di lingua,  sport, di competizioni sportive e corsi d’arte e artigianato. Condividendo le loro conoscenze all’interno di spazi sicuri, i migranti possono godere di una breve parentesi nella vita del campo.

 

 

 

 
nr. 550 del 19 Dicembre 2017
martedì 19 dicembre 2017

19 Dicembre 2017

nr. 550

Tratto dalla rivista Red Cross Red Crescent

2 novembre 2017

Alesani Paroqui, "Kaba" per i suoi amici, viene dalla Guinea, in Africa occidentale. Vive a Settimo Torinese, dove si occupa di bambini in un campo estivo organizzato dalla chiesa di San Giuseppe Artigiano, dove dei migrati del centro di accoglienza della Croce Rossa Italiana lavorano come assistenti. "È un modo, per le persone che vivono qui, di fare la conoscenza di Alesani", dice il direttore del programma, Giuseppe Vernero. "Diventa così altra cosa  di un numero: un essere umano, con una storia ed un avvenire."

Focus

Oltre i confini

I migranti possono portare un grande contributo alle comunità che li ospitano. A volte è sufficiente che si sentano sicuri e che gli venga offerta una mano.

Settimo Torinese si trova nella periferia di Torino, una grande città industriale nel nord Italia. Il luogo è l'ideale per illustrare le sfide quotidiane che i migranti affrontano in un mondo che è nuovo per loro. La città, infatti, è stata creata in gran parte per accogliere i nuovi arrivati, che sono venuti qui alla ricerca di un lavoro negli anni '60 e '70, dal sud e dall'est dell'Italia. Oggi, Settimo Torinese è ancora un luogo in cui i migranti di tutto il mondo stanno lavorando per realizzare il loro sogno. Ma in un paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile è intorno al 34%, il sogno non è facile da raggiungere. In un momento in cui il dibattito sulle migrazioni è sempre più acceso, con proteste anti-immigrati in aumento in Italia e altrove, le Società nazionali della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, in tutto il mondo, lavorano per garantire la sicurezza dei migranti e garantire che il loro sogno di integrazione non si esaurisca su una spiaggia o in un posto di frontiera. Le immagini e le storie di queste pagine - dall'Italia, dalla Svezia e da altre parti - illustrano alcune delle sfide che i migranti devono affrontare, ma anche il contributo che possono dare al loro paese ospitante,  a condizione che venga data loro l'opportunità. Foto e testo: Nadia Shira Cohen

Il centro accoglie sia ospiti temporanei, che soggiornano per periodi che vanno da pochi giorni a un mese e residenti permanenti che vivono qui per un anno o più. I residenti permanenti sono soggetti di un programma di integrazione dinamico che mira a combattere la discriminazione e a rendere queste persone pienamente accettate dalla comunità. Come primo passo, il centro offre corsi di lingua per l'immersione, che preparano i rifugiati a trovare lavoro o frequentare la scuola.

Gumbo Toray ha 19 anni e viene dal Gambia. È uno dei tanti migranti accolti da una famiglia italiana come parte di un programma destinato ad avvicinare immigrati ed italiani. La Croce Rossa Italiana aiuta le famiglie partecipanti fornendo loro cibo e vestiti. In questa foto, Gumbo si siede al tavolo con Alberto Gigliotti, suo "fratello ospite", ed Emilio, suo "padre ospitante".

"Mi sento come se vivessi in una vera casa, con una vera famiglia che mi ama e si prende cura di me", dice Gumbo, che è stato costretto dal padre, un imam, a lasciare la Gambia in 13 anni per studiare il Corano in Senegal. Lontano dalla sua famiglia, scoraggiato, decise di andarsene e riuscì a raggiungere la Libia per poi imbarcarsi per l'Italia.

Dopo un anno trascorso a Firenze, dove non ha imparato una parola di italiano e dove ha fatto poco più che giocare a calcio, Gumbo era piuttosto depresso. Raggiunse finalmente il centro di Settimo Torinese, dove iniziò ad imparare l'italiano e prendere lezioni nel settore dell'ospitalità. Di recente ha superato un esame che gli consente di frequentare la scuola secondaria nel sistema scolastico italiano. "Un giorno", dice, "troverò il mio posto e avrò una famiglia. E poi, chi lo sa? Potrei tornare in Gambia ... Sì, un giorno. "

Hedemora, una piccola città in Svezia, è anche un luogo che permette di capire cosa succede quando le comunità accolgono migranti e rifugiati. Qui, l'idea di accogliere le persone bisognose non è una novità. Reinis Kins, qui qui o si vede  saltare da un trampolino, è arrivato dalla Lettonia otto anni fa. Molti dei suoi amici e compagni di classe sono svedesi di origine finlandese, i cui genitori o nonni sono arrivati qui come orfani durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la sezione di Hedemora della Croce Rossa è stata creata appositamente per aiutare le persone in fuga dalla guerra.

Da allora, la sezione ha ospitato nel corso degli anni diverse ondate di rifugiati. Attualmente, le attività si concentrano sull'aiuto ai migranti e ai rifugiati collocati a Hedemora e nelle città circostanti dalle autorità svedesi. L'obiettivo principale è quello di facilitare la loro integrazione offrendo corsi di lingua, con asili nido sul posto, organizzando incontri tra svedesi e stranieri, collegando famiglie svedesi e famiglie migranti e proponendo un aiuto nei contatti con l'immigrazione e altre amministrazioni, come l'Agenzia nazionale per l'impiego.

La sezione Hedemora della Croce Rossa offre anche a coloro che frequentano le lezioni svedesi servizi di assistenza ai loro bambini, in modo che entrambi i genitori possano beneficiare dei corsi. Gunborg Moran, un volontario della Croce Rossa, dice che senza assistenza all'infanzia molte donne non sarebbero in grado di partecipare ai corsi perché spesso rimangono a casa per prendersi cura dei bambini. Di conseguenza, esse sarebbero seriamente svantaggiate in termini di integrazione sociale. Qui, nella stanza dei bambini della sezione Hedemora, Latifa Farzi, proveniente dall'Afghanistan, ritrova i suoi figli dopo una lezione di lingua svedese.

La Croce Rossa svedese sta anche lavorando per aiutare la popolazione locale a comprendere meglio le abitudini e le pratiche religiose dei migranti. Questi ultimi potrebbero trovare difficile conservare le proprie tradizioni in questo nuovo scenario, ed è utile che gli svedesi capiscano cosa stanno passando i loro nuovi vicini. Quest'estate, il ventiseienne Istar Mohammad dalla Somalia e Zarghona Rahimi dall'Afghanistan hanno osservato il Ramadan, che richiede di non assumere cibo e bevande dall'alba al tramonto. Ora, in Svezia, il sole può splendere per 20 ore in estate, il che significa che alcuni musulmani interrompono il digiuno alle 22:30, quindi si alzano alle 2 del mattino per preparare il cibo per il giorno successivo.

I migranti e gli esperti di migrazione intervistati per questo articolo concordano sul fatto che la stragrande maggioranza degli svedesi è tollerante e aperta a migranti e rifugiati. Alcune persone, tuttavia, sono ancora vittime di pregiudizi e incomprensioni. Dopo un attacco terroristico avvenuto recentemente a Stoccolma e disordini causati da giovani nella città di Malmö, alcuni svedesi cominciano a sentire che la loro società è minacciata. Ecco perché le attività di integrazione della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, compreso quelle volte ad alleviare in parte lo stress e la tensione psicologica, sono così importanti. Javad Rosali, un richiedente asilo afghano, ha trovato un modo per rilassarsi: pesca nel lago a Långshyttan, una località del comune di Hedemora.

Traduzione non ufficiale dall’originale francese di M.Grazia Baccolo  (link http://www.rcrcmagazine.org/2017/11/focus-par-dela-les-frontieres/?lang=fr dove si possono vedere le fotografie che sono parte integrante dell’articolo)

 

 
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