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n° 536 del 23 dicembre 2014 Stampa E-mail
martedì 23 dicembre 2014

23 dicembre 2014

nr. 536
 
Notiziario

Sito web www.caffedunant.it

 

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Contenuto:

1 - “Il basket in carrozzina: una grande risorsa!”
di Alberto Cairo

2 - Comunicato stampa del 18 novembre 2014
Tratto dal sito CICR
BALCANI OCCIDENTALI: DOPO 15 ANNI, PIU’ DI 1.600 PERSONE MANCANO
ANCORA ALL’APPELLO
Traduzione non ufficiale di S.G.Chiossi

3- allegato in formato PDF

BAMBINI E DETENZIONE

PARTE II

Pubblicazione CICR disponibile in inglese al sito

traduzione non ufficiale in 4 parti di Simon G. Chiossi
allegato al Caffé Dunant - dicembre 2014

4 - Comunicato stampa CICR del 9 ottobre 2014, tratto dal sito CICR

LAOS: l’ASEAN DISCUTE STRATEGIE PER MIGLIORARE L’ASSISTENZA ALLE

VITTIME DI ORDINGI INESPLOSI
Traduzione non ufficiale di S.G.Chiossi
 


@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

 

1-

22 dicembre 2014

 

Cara Maria Grazia,

 

scusa ancora una volta (la centesima almeno) per il ritardo con cui scrivo. Rapporti e relazioni di fine anno mi hanno occupato a tempo più che pieno e portato a rinviare tutto il resto.  E non è finita.  Sono documenti senz'altro importanti e necessari, ma freddi e parecchio noiosi. Mi dico spesso che si potrebbe renderli vivaci con storie e aneddoti, ma non è quello che i capi a Ginevra vogliono, a giudicare dai formulari predisposti che ci mandano.  Meglio farli contenti. Però non posso fare a meno di pensare quanto sarebbe più interessante se contenessero domande come:  cosa non faresti se potessi tornare indietro, o faresti in maniera diversa? O cosa ripeteresti pari pari, anche se i risultati ottenuti non sono quelli che avevi sognato? Quale è stato il momento più felice dell'anno? E quello più deludente?

 

Le risposte le avrei.

Se potessi tornare indietro certamente eviterei parte delle sfuriate fatte.  Mi capita regolarmente -e non solo quando sono stanco-  di pretendere che i collaboratori capiscano al volo  sia quanto dico, sia addirittura quanto penso e non esprimo. Li vedo sgranare gli occhi e arretrare, persi. Invece di dare loro il tempo di chiedere, li incalzo impaziente alzando la voce. Eppure, mi ripeto, un simile comportamento non deve stupire gli afghani più di tanto, visto che ripetono:  "se un capo non batte il pugno sul tavolo non è un buon capo". (Yakub, l'impiegato con la scrivania più vicina alla mia porta, quando mi vede calmo e sorridente per un'intera settimana chiede preoccupato se sto bene). Comunque, capo buono o cattivo, una calmata farebbe contenti tutti.

Sarei poi più diplomatico durante incontri e riunioni. Quelli al ministero, per esempio. Perchè non conquistare i funzionari sottolineando i successi (pochi e piccoli) e sminuendo gli errori (tanti e grossi)? O con gli amministratori mandati da Ginevra, pignoli e ficcanaso. Attaccarli apertamente non aiuta.

... Ma vedo che la lista delle cose da evitare è così lunga da divenire noiosa come i rapporti ufficiali. Meglio passare al momento più felice dell'anno e alla storia che ripeterei, anche se non andata tutta nella direzione giusta. Alludo al progetto di pallacanestro in carrozzina.  Ne avrai di certo già letto, ma la riscrivo.

 

Come sai, da quasi trent'anni il nostro lavoro in favore delle persone disabili afghane consiste in riabilitazione fisica (protesi e fisioterapia) e reinserimento sociale (scuola, corsi professionali, micro-credito, impiego). Un programma collaudato ed efficace. E' nel 2010 che cominciamo a chiederci se non gli manchi qualche cosa, ad esempio attività per il tempo libero, qualche cosa che  diverta, svaghi. Impossibile non pensare allo sport. Non ascoltiamo chi disapprova, in Afghanistan ci sono cose più importanti. Allora, quale sport? Cominciamo con calcio e pallavolo, i giochi più diffusi nel paese. Bene, ma lasciano fuori le persone che non camminano, tante. Che fare per loro? Pallacanestro in carrozzina è la risposta. Proviamo, entusiasti. I giocatori accorrono numerosi, più del previsto, ma gli ostacoli sono subito evidenti. Mancano carrozzine adatte, campi e un allenatore.  Se per i campi ci arrangiamo, asfaltando e riparando,fabbricando canestri & tabelloni, dove trovare le carrozzine? Cerchiamo di ordinarle. Ahimé, scopriamo che in Europa costano oltre quattromila euro. Poiché ne occorrono almeno 200 (da distribuire nei sette centri di riabilitazione sparsi per il paese), la spesa è ben oltre il budget a disposizione.  Ci tocca giocare con quelle di nostra produzione, buone per le attività di tutti i giorni, non per muoversi veloci.  Come correre la formula uno con una utilitaria. Ma i giocatori non perdono un allenamento, malgrado fatica e cadute, e il numero cresce. E anche le ragazze cominciano a giocare. All'allenatore abbiamo rinunciato, facendo da noi, ma, senza tecnica, i miglioramenti sono limitati. Improvvisamente un miracolo: una organizzazione inglese, Motivation, lancia carrozzine sportive a 200 euro l'una, prezzo per paesi poveri. Ne ordiniamo trecento. "Come volare", dicono i ragazzi quando le provano. Segue un altro miracolo: un giocatore-allenatore americano, Jess Markt, arriva in Afghanistan, pronto ad allenare. Immediatamente ingaggiato, mi dico che è fatta, non ci ferma più nessuno. All'entusiasmo si aggiungono ora competenza e metodo. Vere squadre vengono organizzate,  assieme a corsi per allenatori e arbitri (io tra questi). I campionati nazionali maschili e femminili vengono filmati e trasmessi alla Tv, richiamando un pubblico dal tifo assordante.  Costruiamo nuovi campi in svariate città e, a Kabul, addirittura un mini-palazzetto.  E' tempo di pensare ad una squadra nazionale.  La seleziona Jess per conto del Comitato Paralimpico Afghano, suscitando malumori e proteste:  perché cinque giocatori di Kabul e solo tre di Herat? Stentano a capire che in squadra si va per merito, non in base a raccomandazioni, quote o etnie. Ci chiediamo però a che pro una nazionale se non potrà confrontarsi con nessuno.  E il terzo miracolo avviene. Unipol Briantea 84, la squadra campione d'Italia, festeggia i trent'anni dalla fondazione invitando i giocatori afghani a Cantù. Lo tengo segreto fino a che non è certo. Non voglio che i ragazzi restino delusi. L'Ambasciata Italiana dà una mano per i visti, la Sergio Tacchini regala le divise, CICR ospita i giocatori durante i ritiri, ma trovare una compagnia aerea non è facile, spaventate da carrozzine e insoliti passeggeri. Devo garantire che non sono contagiosi né hanno bisogno di ossigeno a bordo. "Hanno più fiato di voi, sono atleti", rispondo con rabbia.  Il 20 maggio, il plotone di diciassette afghani sbarca a Milano. Arrivato in Italia qualche giorno prima, li vado ad aspettare. Spendenti nelle nuove divise, sorridono stanchi e felici. Fingono indifferenza, ma scrutano attenti i dettagli di un mondo a lungo sognato, li divorano. Ci abbracciamo come se non ci vedessimo da mesi. E la tournée comincia. Quattro partite a Bologna in un torneo contro la squadra nazionale italiana under 22.  Naturalmente perdiamo. Li consolo: "normale, quelli giocano da anni, senza esperienza non si ottiene nulla. Servirà per la partita finale con la Briantea. Quello il traguardo". Gli incontri successivi hanno luogo a Milano. Vinciamo due volte. Gli avversari non sono granché, ma facciamo festa come se fossimo ai mondiali. Conosco i giocatori uno ad uno. Tutti ex pazienti. Lo sport sta facendo meraviglie, trasformandoli nel fisico e nella mente. Amo tutti, ma prediligo quelli con le storie più difficili.  Come Saber, senza gambe per una mina dall'età di tre anni; orfano, lavora e mantiene la famiglia da quando ne ha otto, vendendo giocattoli su un banchetto al mercato. Ora ha un posto nel centro ortopedico, sagomatura dei tutori. E' bravo. O Nasrullah, poliomielitico grave, abbandonato in un orfanotrofio;  o Shapur, forse il più dotato del gruppo, che ha bisogno di non so quante operazioni per guarire le tremende ustioni alle gambe. Il nostro programma li aiuta con la scuola e il lavoro. Molti, da quando giocano, hanno ripreso a studiare, altri imparato un mestiere. Lo sport dà sicurezza, voglia di cimentarsi in nuove imprese. Portano tutti magliette tre taglie più piccole per mostrare i muscoli diventati potenti, scoprendo di avere un corpo, orgogliosi e vanesi; prima solo spettatori, ora campioni applauditi. Mi sento al settimo cielo. Persone mai uscite dalla loro città ora sono in Italia, un altro pianeta. A volte penso di stare sognando. La partita finale intanto si avvicina: sarà il 29 maggio,a Cantù, tempo della pallacanestro. Jess studia con la squadra strategie e tattiche, incoraggiando, dando consigli. I miglioramenti sono evidenti, vedo i ragazzi concentrati, diventati squadra, tutti per uno, uno per tutti.  Non sfigureremo, lo sento.  Ma proprio la mattina del 29 succede quanto non mi aspettavo.  "Quattro ragazzi sono spariti", mi dicono al telefono.  Come? Chi? chiedo. Shapur, Nasrullah e due altri di Mazar.  Mi aggrappo alla speranza che si siano smarriti,  ma so bene che mento a me stesso.  Piano piano dai racconti dei compagni saltano fuori dettagli che avrebbero dovuto metterci in allarme. Invece, euforici, presi da partite e viaggio, abbiamo scordato che ogni anno migliaia di afghani rischiano la vita emigrando, che l'Europa è il sogno di metà del paese. Perché i nostri ragazzi dovrebbero essere immuni? Perché siamo squadra, mi viene di rispondere.  Illuso.  Improvvisamente, l'avventura diventa triste.  Ci sentiamo traditi, ingannati. E c'è la partita da giocare. Chi ne ha voglia? Invece bisogna. Jess raduna i giocatori,  li rassicura, possiamo farcela, coraggio.  Invece perdiamo.  Io non riesco a gustare la grande festa che i dirigenti della Briantea hanno organizzato, invitando persino Pierluigi Marzorati, il grande campione, mio idolo.  La notte non dormo.  Dove saranno? Stanno bene? Un conto è essere ospiti accuditi, un altro immigrati irregolari.  Giunge la fine della  tournée  e si torna a Kabul senza avere notizie dei quattro.  Alterno momenti di rabbia  -li prenderei a schiaffi-  a preoccupazione, ansia.

La fuga non è senza conseguenze per la squadra. La Federazione Italiana di pallacanestro in carrozzina scrive per dire che in futuro nessuna collaborazione sarà possibile; altre federazioni europee cancellano gli inviti a nuovi tornei in Europa. Prevedibile. Inatteso e deprimente è invece sentire che non mi fido più di nessuno, che ho voglia di lasciare perdere, chiudere.

 

Sono passati sette mesi da allora.  Dei quattro fuggitivi, tre sono in Germania e  uno in Francia. Non mi hanno mai contattato, forse si vergognano, ne ho notizie dagli altri giocatori.  Dicono di stare benissimo, ma so che, per orgoglio, lo direbbero anche vivendo sotto un ponte.  Mi ci è voluto un bel po' per accettare.  Poi il buon senso ha prevalso:  la squadra non va punita per il gesto di quattro.  Piano piano riprendo ad arbitrare e anche allenare; richiamo Jess, campionati maschile e femminile vengono organizzati, le nuove nazionali  selezionate.  "Nel 2015 dove ci porti?" mi chiedono Saber e gli altri. "Non più in là di Pakistan, Iran e Kirkistan", rispondo scegliendo posti dove nessuno vuole andare. In realtà ho appena inviato la domanda per affiliare l'Afghanistan alla Federazione Internazionale di Pallacanestro in carrozzina, destinazione Paralimpiadi.  Per annunciarlo aspetto la risposta positiva. Allora faremo festa.  Sarà il modo di ringraziarli per l'avventura in Italia, di gran lunga il momento per me più bello del 2014.

 

Buone Feste!

 

Alberto

 

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2-

 

Comunicato stampa del 18 novembre 2014

 

Tratto dal sito CICR

https://www.icrc.org/en/document/western-balkans-after-15-years-more-1600-people-still-missing-kosovo

 

 

BALCANI OCCIDENTALI: DOPO 15 ANNI, PIU’ DI 1.600 PERSONE MANCANO

ANCORA ALL’APPELLO

Traduzione non ufficiale di S.G.Chiossi

 

 

30 AGOSTO 2014: le famiglie degli scomparsi lasciano corone di fiori su un cippo commemorativo

 

Belgrado/Pristina (CICR) - Il gruppo di lavoro che si occupa delle persone scomparse in

relazione agli eventi in Kosovo nel 1998-1999 ha tenuto il 38 incontro a Belgrado, oggi.

Le autorita’ di Belgrado e Pristina hanno informato il gruppo sullo status attuale delle

ricerche e si sono scambiate informazioni sull’operato che deve chiarire quanto successo

alle 1.655 persone che ancora non si trovano.

 

La sessione, la quarta quest’anno, e’ stata presieduta dal CICR e ha visto la partecipazione

dei famigliari degli scomparsi, della Croce Rossa e della comunita’ internazionale.

 

Il presidente dei lavori, Lina Milner del CICR, ha detto “E’ stato fatto molto quest’anno,

specialmente in relazione al ritrovamento e alla riesumazione dei corpi interrati a Rudnica:

i resti sono stati identificati e in seguito consegnati alle famiglie. L’operazione, che ha

convogliato gli sforzi di quasi tutto un anno, ha portato conforto a 52 famiglie in Kosovo.

Trovare il sito e’ stato il risultato di uno sforzo congiunto di varie parti, sotto l’egida del nostro

gruppo di lavoro.”

 

Le istituzioni di Belgrado erano a capo del coordinamento dei lavori a Rudnica, un villaggio

nel comune di Raska in Serbia;  tutta l’operazione e’ stata condotto in maniera coordinata

e trasparente, con l’aiuto di squadre forensi professionistiche locali e internazionali

provenienti da Belgrado, Pristina, CICR ed EULEX [EULEX, European Union Rule of

Law Mission in Kosovo, è una missione dell’Unione Europea, NdT], e con il sostegno della

comunita’ internazionale. Grazie ad una rapida analisi del DNA a cura dalla Comissione

Internazionale per le Persone Scomparse, le famiglie sono state informate immediatamente.

 

Quest’anno sono stati risolti 68 casi, permettendo alle famiglie in questione di chiudere

un capitolo doloroso e andare avanti. Ma le autorita’ sono state eccessivamente lente nel

gestire i 1.655 casi di persone che ancora mancano all’appello, dopo 15 anni, con

conseguenze pesanti per le famiglie di molte comunita’ e per la societa’ intera.

 

Dopo dieci anni gli sforzi del gruppo di lavoro hanno visto i casi irrisolti scendere da

3.200 a 1.655. Per fare ulteriori passi avanti e’ essenziale che il dialogo tra Belgrado

e Pristina sia ininterrotto e costruttivo, basato su motivazioni umanitarie e scevro di

retorica politica. E’ ugualmente importante che le autorita’ rispettino l’impegno preso

di informare le famiglie sul fato degli scomparsi, come previsto dalle norme internazionali.

Questo dovrebbe permettere maggior scambio di informazioni sui siti di interramento,

e responsabilizzare le autorita’ nei confronti delle famiglie che stanno ancora aspettando

una risposta.

 

 

Ulteriori informazioni:

Gordana Milenkovic, CICR Belgrado, tel:  +381 11 228 55 51 o +381 63 287 415

Fikrie Rahimi, CICR Pristina, tel: +381 38 220 384 118 o +377 44 163 898

Anastasia Isyuk, CICR Ginevra, tel: +41 22 730 30 23 o +41 79 251 93 02

 

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4-

 

Comunicato stampa CICR del 9 ottobre 2014, tratto dal sito:

https://www.icrc.org/en/document/laos-asean-discusses-strategies-strengthen-assistance-victims-unexploded-ordnance#.VDrnektjopE

Traduzione non ufficiale di S.G.Chiossi

 

LAOS: l’ASEAN DISCUTE STRATEGIE PER MIGLIORARE L’ASSISTENZA ALLE

VITTIME DI ORDINGI INESPLOSI

Luang Prabang (CICR) – 24 esperti provenienti da Cambogia, Laos, Myanmar e Viet Nam si sono riuniti oggi a Luang Prabang per discutere le rispettive politiche nazionali e quali siano le migliori pratiche per aiutare le persone ferite da ordigni inesplosi e migliorare le loro vite, oltre a prevenire nuove vittime. Il workshop di un giorno e’ stato organizzato dal Ministero del Lavoro e Politiche Sociali insieme al Comitato Internazionale di Croce Rossa (CICR) e all’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN)

Laos, Provincia di Savannakhet, villaggio Tomlaung: una giovane vittima di una mina. © Getty Images/CICR/Paula Bronstein

Chomyaeng Phengthongsawat, vice direttore generale del Dipartimento per la Pianificazione e Cooperazione del Ministero del Lavoro e Politiche Sociali, ha affermato: “L’adozione, da parte dei nostri leaders, della ‘Dichiarazione ASEAN sul miglioramento della protezione sociale’ durante il 23simo summit dell’ASEAN l’anno scorso, ci ricorda che la protezione sociale e’ un diritto di tutti, incluse le vittime di ordigni inesplosi: la vita queste persone puo’ essere compromessa seriamente dalla disabilita’ o da altre complicazioni. Cambogia, Laos, Myanmar e Viet Nam sono impegnati a fornire assistenza sociale alle vittime mediante gli svariati programmi e strategie attualmente in corso. Nell’affrontare simili sfide possiamo imparare ciascuno dagli altri, e collaborare strettamente per rispondere alle necessita’ delle vittime di ordigni inesplosi nei rispettivi paesi.”

I partecipanti al summit hanno scambiato le proprie esperienze nell’assistenza alle vittime, come l’accesso a scuole speciali e al mercato del lavoro, o la creazione di formazione professionalizzante, la rieducazione fisica, l’eliminazione di mine e i  programmi di responsabilizzazione comunitaria. I partecipanti hanno altresi’ identificato le sfide poste da un’assistenza omni-comprensiva alle vittime, in particolare per quelle che vivono in aree remote. Il workshop e’ un’attivita’ a livello regionale sotto l’egida del Framework Strategico ASEAN per il Benessere e lo Sviluppo Sociale nel 2011-2015.

Si pensa che il Laos da solo conti oltre 50,000 vittime di mine e ordigni inesplosi nel periodo che arriva fino alla fine 2012, stando all’Osservatorio per le Mine e le Munizioni a Grappolo [Landmine and Cluster Munition Monitor], la maggior parte delle quali sono civili. Gli ordigni inesplosi sono una minaccia anche per le generazioni future. “Hanno un effetto devastante sulla societa’, poiche’ continuano a mutilare e uccidere persone civili molto tempo dopo la fine delle ostilita’" ha detto Beat Schweizer, capo della delegazione regionale CICR a Bangkok. “Le conseguenze sul lungo termine possono togliere alla gente il lavoro, l’assistenza sanitaria e la possibilita’ di un’educazione."

Il CICR opera dal 1960 nel Sudest asiatico, dove conduce programmi di riabilitazione fisica per le vittime di ordigni inesplosi e residuati di guerra in Cambodia, Laos, Myanmar e Viet Nam. Solo in giungo ha fornito assitenza traumatologica e organizzato corsi di primo intervento per il personale sanitario che si occupa di smaltimento di mine in Laos.

Ulteriori informazioni: Jean-Pascal Moret, CICR Bangkok, tel: +66 (0) 950 12 70

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