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n° 524 del 19 aprile 2014 Stampa E-mail
martedì 22 aprile 2014

19 aprile 2014

nr. 524
 
Notiziario

Sito web www.caffedunant.it

 

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Auguri di Buona Pasqua

Per  fare gli AUGURI a tutti i fedeli “follower” del Caffè Dunant questa mattina ho aperto a caso il libro “Da Solferino a Tsoushima” primo volume della Storia del Comitato Internazionale della Croce Rossa di Pierre Boissier, pubblicato a cura di Paolo Vanni e Raimonda Ottaviani, tradotto in italiano da Veronica Grillo, Boris Dubini. La pagina è la 109, l’autore Pierre Boissier scrive:

“Dallo spettacolo scioccante che gli si offriva, Dunant è arrivato a numerose conclusioni. Sono tutte fondate? E’ il momento di porsi la domanda. Dunant afferma da prima che “ l’assembramento negli ospedali non era dovuto ad una cattiva organizzazione o all’imprevidenza dell’Amministrazione , ma era il risultato del numero incredibile e inatteso di soldati feriti ( …)”.

Forse questa è una giustificazione che si poteva fare anche in Crimeadove per la prima volta si era adottata la pallottola conica molto superiore per portata e forza penetrante alla pallottola sferica in uso fino a quel momento. A Sebastopoli, fatto nuovo nella storia militare, si era visto il fuoco della fanteria far arretrare a distanza l’impeto dei soldati più determinati. In Italia, simile sorpresa non era più possibile. Così, per esempio, cinque minuti bastano agli Austriaci per ridurre il 33° di linea ad un terzo del suo effettivo, un’ecatombe, tutta da prevedere.

Dunant pone, in seguito, come principio: “ Il personale delle ambulanze militari è sempre insufficiente e, raddoppiato o triplicato, sarebbe ancora insufficiente e lo sarà sempre”. Ecco un giudizio che la riforma introdotta nell’esercito inglese invalida eloquentemente: è la prova che il Servizio di sanità di un esercito in campagna può rispondere al bisogno; nulla vieta che i medici siano, in proporzione, numerosi almeno come i veterinari!

Su in terzo punto ancora, l’informazione di Dunant è frammentaria. Gettato impreparato “in questi splendidi orrori che si chiamano gloria” ha creduto che il ferro e il fuoco del nemico siano le cause principali delle perdite subite dagli eserciti.  Ciò che ha visto a Castiglione non poteva che dargli questa impressione. Se il caso durante il viaggio l’avesse portato in Toscana avrebbe attraversato degli accantonamenti del 5° corpo che non aveva partecipato all’azione di guerra. Si sarebbe curvato su altri moribondi. Avrebbe saputo che, su 200.000 soldati francesi inviati in Italia, 120.000 erano colpiti da malattie. In due mesi di campagna, 5.000 di loro morirono. Se la guerra si fosse prolungata ancora un po’ non si sarebbe tardato a verificare questa osservazione di Scrive: “Le perdite provocate dalla più micidiale battaglia non uguagliano un quarto delle perdite alle quali gli eserciti sono ordinariamente soggetti”. Il grande flagello, la causa delle sofferenze più numerose non è il nemico, ma la malattia. Ma, perché questa mortalità? Perché l’Intendenza non offre ai soldati il cibo, l’abbigliamento e il materiale d’accampamento necessario. Si intuisce l’indignazione di Dunant apprendendo tutto ciò.

Non è provvidenziale che l’abbia ignorato? Perché, come Florence Nightingale avrebbe senza dubbio capito che spettava all’esercito prendere le misure necessarie per ridurre il numero dei malati. Egli avrebbe compreso che, ugualmente, un certo numero di medici e infermieri, diventava necessario per i feriti. L’idea di creare delle Società private di soccorso forse non gli si sarebbe presentata e né la Croce-Rossa, né la Convenzione di Ginevra avrebbero visto nascere il giorno.”

Pierre Boissier
 
Ringrazio per la collaborazione: Elisa Marrano e Francesco Miracca dela Croce Rossa di Vigevano (PV)

Contenuto:

1 - 26 Marzo 2014
Telefon Kwa Wouj della Croce Rossa raggiunge i due milioni di chiamate in due anni
Traduzione non ufficiale di Valentina Ciolino

2 - 07-04-2014
Il genocidio in Ruanda raccontato da un operatore umanitario francese
Di HéléneSallon
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

3 - Pubblicazioni
“Da Solferino a Tsoushima” di Pierre Boissier – traduzione italiana
a cura di Paolo Vanni e Raimonda Ottaviani
 

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1 - 26 Marzo 2014
Telefon Kwa Wouj della Croce Rossa raggiunge i due milioni di chiamate in due anni
Traduzione non ufficiale di Valentina Ciolino

La linea di informazioni interattive della Croce Rossa di Haiti ha raggiunto la sua duemilionesima chiamata meno di due anni dopo essere stata presentata alla popolazione Haitiana.

Claude Serena, Vice Presidente della Societá di Croce Rossa di Haiti dice che é un risultato di cui essere orgogliosi. “Questo sistema é stato reso disponibile a tutta la popolazione e tiene tutti informati sui diversi programmi e le attivitá della Croce Rossa. Allo stesso tempo, tiene noi informati sui bisogni reali della popolazione”afferma.

Il sistema della Croce Rossa, noto come Telefon Kwa Wouj, é stato lanciato nel 2012. Il numero 733, gratuito da chiamare dalla rete Digicel, é una linea interattiv a che permetta a chi chiama di selezione ed ascoltare una serie di informazioni sulla salute, la preparazione ai disastri, ed altre istruzioni salva vita.

Oltre a trasmettere messaggi registrati su argomenti come la prevenzione del colera, la salute sessuale e la prevenzione in caso di uragani, il servizio registra i numeri che vengono selezionati dagli utenti e raccoglie cosí feedback, lancia sondaggi e presenta quiz.

Conosciuta globalmente come IVR (interactive voice response), il sistema di interazione vocale é ampiamente utilizzato nel settore privato per servizi bancari telefonici e acquisto di biglietti, ma Telefon Kwa Wouj é il primo caso al mondo in cui la tecnologia viene usata in un contesto umanitario.

Di tanto in tanto il sistema presenta dei questioari a cui i chiamanti possono rispondere usando il loro cellulare. Le domande variano su argomenti e le risposte sono incluse fra i messaggi trasmessi dal sistema IVR stesso. I quiz sono un buon modo di capire se le informazioni fornite sono apprese dagli utenti I vincitori del quiz ricevono un premio dalla Croce Rossa.

Samuel Sinclair, uno dei vincitori del quiz di Novembre 2013 dice “Sono felice di avere ricevuto le informazioni e tutto quello che ho imparato mi ha aiutato a gestire la mia salute”.

Il sistema IVR é  l’ultima aggiunta ad un portfolio di mezzi di comunicazione che il Movimento della Croce e Mezzaluna Rossa ha utilizzato ad Haiti per fare arrivare informazioni a chi ne ha bisogno, per esempio una trasmissione radiofonica bisettimanale, messaggi SMS, Twitter, un furgone con altoparlante, cartelloni pubblicitari, e volantini.

La Croce Rossa ha collaborato con Digicel sin dall’inizio del progetto IVR, per fare in modo che il servizio fosse costantemente attivo.

“Digicel Business, il dipartimento informatico di Digicel Haiti, sin dal suo lancio lo scorso anno ha fornito delle soluzioni professionali con tecnologie all’avanguardia ‘Telefon Kwa Wouj’ ed il raggiungimento di due milioni di chiamate con il sistema IVR E/1 sono un esempio del nostro impegno per raggungere l’efficienza. Ringraziamo tutti quelli del nostro gruppo tecnico che hanno contribuito alla crescita” afferma Ineke Botter, CEO di Digicel Haiti.

“Digicel, rete telefonica leader di Haiti, si imegna ad aiutare a mantenere la popolazione al sicuro, ed usa le proprie risorse per affrontare le sfide umanitarie collettive”, dice.

Il raggiungimento di due milioni di chiamate é un traguardo che mostra quanto sia importante avere accesso ad informazioni accurate ed al momento opportuno.

Originale in lingua inglese: https://www.ifrc.org/en/news-and-media/news-stories/americas/haiti/-red-cross-telefon-kwa-wouj- reaches-2-million-callers-in-two-years-65332/

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07-04-2014

Il genocidio in Ruanda raccontato da un operatore umanitario francese
Di HéléneSallon

Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

Il 6 aprile 1994, quando l’aereo del Presidente ruandese hutu JuvénalHabyarimana è stato abbattuto a Kigali, Jean-HervéBradol si trovava in Francia. «In quel momento abbiamo saputo che i massacri sarebbero iniziati», confida 20 anni più tardi l’allora responsabile dei programmi di Medici Senza Frontiere (MSF) nella Regione dei Grandi Laghi.

Percorrendo la regione dal luglio del1993, dai campi rifugiati ai dispensari, il medico ha visto aumentare le violenze fra i Ruandesi, tanto quanto diminuivano le speranze di una fine delle ostilità che dal 1990 opponevano il regime hutu ai ribelli a maggioranza tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (FPR).

«Il MNDR [il partito del Presidente Habyarimana] incitava all’omicidio e il personale tutsi di MSF tremava. Certi giorni, dalla fine del 1993, i miliziani Interahamwe (affiliati al MNDR) dichiaravano delle giornate “città morta”, istituivano dei posti di blocco e commettevano atrocità. Impunemente. Né l’esercito né la gendarmerie né i caschi blu facevano nulla», ricorda Jean-HervéBradol.

Di fronte al moltiplicarsi di quelle giornate «città morta», le organizzazioni umanitarie si prepararono al peggio a partire da febbraio-marzo 1994. «C’erano già stati dei massacri di tutsi e si sapeva che sarebbero aumentati. Ad ogni giorno “città morta” c’erano decine di morti e feriti», racconta. «Sapevamo che le milizie si stavano armando. Sapevamo che gli oppositori sarebbero stati le prime vittime. Sapevamo che anche il FPR era colpevole di massacri. Vedevamo che la situazione peggiorava sempre più ma non avremmo mai immaginato quello che sarebbe successo da aprile: che il governo si mettesse in testa di uccidere tutti i tutsi del paese e ci riuscisse quasi».

«L’ospedale sembrava un mattatoio»

La scintilla scoccata la sera del 6 aprile affossa definitivamente i negoziati di pace di Arusha, fra il governo e i ribelli. Nelle prefetture di Kibungo, a est, e di Bugesera, a sud-est, i massacri si generalizzano in pochi giorni. Membri del personale ruandese di MSF vengono uccisi. Le équipe straniere non possono restare. Jean-HervéBradol torna a Kigali il 13 aprile, a capo di una missione chirurgica che deve installarsi al centro ospedaliero di Kigali (CHK). Questo sarà impossibile. «Il CHK era diventato un mattatoio. Pile di cadaveri erano ammassati nella camera mortuaria. I miliziani venivano di notte, a volte di giorno, a cercare i tutsi sopravvissuti per ucciderli. Con il coordinatore medico del Comitato Internazionale della Croce Rossa abbiamo deciso che era impossibile lavorare e abbiamo aperto un ospedale da campo», racconta Jean-HervéBradol. Istituito in seno alla Delegazione del CICR, con l’accordo del governo provvisorio, l’ospedale diventa il solo luogo della città dove i miliziani non entrano. «Ma davano la caccia alle persone fino alle nostre porte».

Jean-HervéBradol accompagna ogni giorno la squadra che si occupa di raccogliere i feriti nella città. Il medico, con trentennale esperienza, «fa il triage» fra i feriti, portando con sé coloro con una speranza di vita. «Solo donne e bambini. Non prendevamo uomini». Il trasporto era ad alto rischio. Il 14 aprile due ambulanze della Croce Rossa Ruandese sono state fermate da miliziani, che hanno fatto uscire i feriti e li hanno uccisi sul ciglio della strada. «Partivamo presto la mattina, quando la maggior parte dei miliziani dormiva. Era necessario negoziare il nostro passaggio ai posti di blocco presenti in tutta la città. L’autorizzazione del capo di stato maggiore dell’esercito ruandese, incollato sul parabrezza, non era più sufficiente. Dicevano di volerli “uccidere tutti” e minacciavano anche noi». Ogni passaggio è oggetto di una dura negoziazione. L’uomo si appoggia ai più accondiscendenti, che ha trovato fra i giovani miliziani e con cui, a tale fine, di sera intesse delle relazioni commerciali, comprando loro birra e sigarette.

«Uccidevano anche donne incinte e bambini»

I feriti lasciati indietro non sono più sicuri. «Alla Sacra Famiglia, dove passavamo regolarmente, i miliziani uccidevano i tutsi feriti. Un giorno un anziano ferito al torace, a cui facevo le medicazioni, mi ha chiesto a che pro curarlo, visto che sarebbero arrivati la sera per ucciderlo», ricorda. Il personale ruandese di MSF era anch’esso un bersaglio delle milizie. Da cento a duecento lavoratori locali sono morti durante il genocidio. «I miliziani chiedevano ai nostri colleghi hutu di denunciare i colleghi tutsi. In alcuni campi, i miliziani hanno richiesto agli hutu di massacrare i loro colleghi tutsi. Nei tempi morti, sorvegliavamo l’ospedale per assicurarci che non succedesse nulla», ricorda il medico.

«Ci sono voluti diversi giorni per convincermi che si trattava realmente di un piano sistematico e organizzato di sterminio», ammette Jean-HervéBradol. «All’inizio, per incoscienza, dimettevamo i malati guariti (…). Poi ho visto che uccidevano tutti, anche donne incinte e bambini. Ho visto i miliziani perquisire le case una a una per uccidere le persone». L’ospedale da campo si trasforma rapidamente in campo rifugiati.

Il responsabile di MSF incaricato dei rifugiati ruandesi a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, è la prima a parlare di «genocidio» in un rapporto trasmesso il 13 aprile. «Personalmente avevo un ostacolo “cognitivo” nel riconoscere che facevano quello che i nazisti avevano fatto agli ebrei in Europa. Formulare un tale pensiero era troppo per il mio piccolo cervello e la mia piccola persona», ammette Jean-HervéBradol. «Ma quando i massacri si sono generalizzati a Butare, il 22 aprile, quando più di 150 persone, fra cui parte del nostro personale, sono state massacrate, ho capito».

Il silenzio della Francia

Anche le Nazioni Unite e le ambasciate straniere si rifiutano di utilizzare quel termine che, conformemente alla Convenzione sul genocidio del 1948, implicherebbe un’obbligazione legale ad intervenire contro i responsabili del genocidio. Quando torna in Francia, alla fine di aprile, Jean-HervéBradol si presenta su diversi palchi televisivi per richiedere un intervento internazionale. «Le Nazioni Unite erano completamente sopraffatte. Non avevano né la volontà né i mezzi. I caschi blu erano stati ridotti a 270 militari. Si rasentava l’abbandono», spiega Jean-HervéBradol.


Alla televisione, come più tardi davanti alla commissione di inchiesta parlamentare, Jean-HervéBradol denuncia «le schiaccianti responsabilità della Francia», alleata del governo hutu, che «finanza, addestra e arma» l’esercito ruandese. «Siamo stati sorpresi, nel luglio 1993, di vedere i militari francesi partecipare ai posti di controllo stradali sulle strade in uscita da Kigali. Quando i caschi blu sono arrivati, in novembre, i militari francesi controllavano l’aeroporto», racconta. Quando a maggio incontra dei responsabili del governo francese, Jean-HervéBradol mal sopporta la loro «soddisfazione» per quello che presentano come la «missione pacificatrice e democratica» della Francia, principale artefice degli accordi di Arusha. Alain Juppé, ministro degli affari esteri, sarà il primo ad utilizzare pubblicamente, il 15 maggio, il termine «genocidio». L’Assemblea Nazionale Francese e le Nazioni Unite lo fanno poco tempo dopo.

Quando il 14 giugno Jean-HervéBradol incontra, con altri responsabili di MSF, il presidente François Mitterrand, quest’ultimo conferma il cambiamento della posizione francese. Il presidente presenta loro il governo ad interim come una «banda di assassini» e confida loro le difficoltà a controllare la vedova del presidente ruandese, AgatheHabyarimana. «È stato un cambiamento dell’ultimo minuto, una condanna politica dei loro ex alleati ma, nei fatti, non è cambiato molto», commenta Jean-HervéBradol. Il presidente ha deciso di avviare l’operazione umanitaria “Turquoise”, per soccorrere le vittime. «Chiedevamo un intervento delle Nazioni Unite, con i caschi blu, in base al capitolo VII della Carta, per affrontare i responsabili del genocidio con le armi», critica. «Scegliere la neutralità è stato grave e inappropriato. Avrebbero potuto salvare almeno gli ultimi».

Il disgusto

La vittoria del FPR e il suo arrivo alla testa di un governo ad interim multipartitico all’inizio di luglio 1994 ha suscitato delle speranze, rapidamente raffreddate. «Dalla fine del 1994, il nuovo esercito ruandese ha attuato una grande campagna di repressione e massacri di grande ampiezza contro i contadini hutu nelle campagne. Abbiamo rilevato una mortalità spaventosa nelle prigioni», ricorda Jean-HervéBradol. Le relazioni di MSF con il FPR sono progressivamente peggiorate. MSF lascia il Ruanda ma anche i campi rifugiati dei paesi limitrofi a partire dalla fine le 1994. «I campi hutu nello Zaire e in Tanzania erano diretti dagli autori del genocidio che rubavano tutti i soldi, uccidevano gli oppositori e le famiglie tutsi dei campi».

«La situazione era pessima. Dopo il 1997 ho smesso completamente di lavorare su quella situazione, anche di leggere i libri che sono stati pubblicati anno dopo anno», spiega Jean-HervéBradol. L’esperienza ruandese, ricca di insegnamenti sull’attività umanitaria, l’ha accompagnato durante la sua carriera nell’organizzazione. In prossimità della ricorrenza del genocidio, diventato direttore del centro studi di MSF, ha finalmente riaperto i dossier dell’epoca per illustrare, in un rapporto, i dilemmi, i vincoli e i dibattiti interni all’organizzazione davanti al genocidio dei tutsi ruandesi. «È stato liberatorio».

Tratto dal sito di Le Monde: http://www.lemonde.fr/afrique/article/2014/04/07/le-genocide-rwandais-vecu-par-un-humanitaire-francais_4396815_3212.html

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3 - Pubblicazioni
“Da Solferino a Tsoushima” di Pierre Boissier – traduzione italiana
a cura di Paolo Vanni e Raimonda Ottaviani

Continua l'attività di pubblicazione e traduzione in lingua italiana a cura del Prof. Paolo Vanni sulle attività storiche della Croce Rossa internazionale.

E' recentissima l'uscita del primo dei quattro libri sulla Storia del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) di Ginevra, Traduzione di Boris Dubini e Veronica Grillo. Presentazione di François Bugnion, Prefazione di Raimonda Ottaviani e Paolo Vanni e Postfazione di Gerardo di Ruocco. E' un libro molto importante per comprendere la nascita del Movimento internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.

Il progetto è di tradurli tutti e quattro.... Un grande progetto per un grande Prof. Vanni ... davvero instancabile!

Il libro si può richiedere direttamente all'editore, le cui coordinate sono di seguito:

EDIZIONI TASSINARI
Viale dei Mille, 90/B
50131 FIRENZE (FI)
Tel.: 055 570323
Fax. 055582789

http://www.libreriauniversitaria.it/libri-editore_Tassinari-tassinari.htm

 

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