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n° 501 del 26 dicembre 2012 Stampa E-mail
giovedì 27 dicembre 2012

26 dicembre 2012

nr. 501
 
Notiziario

Sito web www.caffedunant.it

 

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Il seguente brano è tratto dal libro: “Involontaria” di Susanna Fioretti Ed.Einaudi

Capitolo ottavo: Afganistan 3 – pag. 181 (Dicembre 2003)

“Ho passato in Afganistan l’ultimo dell’anno. Il silenzio di una notte che qui ha scarso significato è stato interrotto da qualche gruppo di ragazzi, naturalmente tutti maschi, che sono sfrecciati a bordo di macchine strombazzanti. Dei fuochi d’artificio, dato il clima già abbastanza esplosivo, nessuno ha sentito il bisogno. Le condizioni di sicurezza sono peggiorate, la violenza ha colpito anche la Croce Rossa: uccisi due appartenenti alla Mezzaluna afgana e un delegato del CICR.

Completati i censimenti, la parziale riabilitazione delle strutture e le prime riunificazioni familiari, il programma negli orfanatrofi di Kabul sembrava destinato ad avere successo ma, all’improvviso,  il ministero ha ordinato di interrompere le attività. Andiamo avanti invece a Charikhar, benché le premesse non siano state incoraggianti.

(…)

Mustafa (Vaziri) sintetizza così la situazione dopo qualche mese:

<L’orfanatrofio di Charikhar  era peggio di una tana di animali. Lo sporco accumulato nei locali, le finestre perennemente chiuse, lo scarso lavaggio degli abiti, la mancanza di lenzuola, l’inagibilità dei bagni e le carenze nutrizionali rendevano rilevante il rischio di malattie come la tubercolosi. Ora non c’è più un caso di tbc fra i centocinquanta minori dell’istituto. Ogni bambino ha un baule e un armadietto in cui tenere abiti puliti e oggetti personali; i materassi sono stati bruciati e rimpiazzati, i bagni riparati e ampliati, La distribuzione regolare di vitamine, il miglioramento della qualità del cibo, la pulizia personale e degli ambienti hanno contribuito a ridurre i casi di infestazione da pidocchi, scabbia, funghi della pelle, vermi, nonché le affezioni  gastrointestinali e respiratorie.> ”

A Tutti gli abbonati al Caffè Dunant giungano tantissimi AUGURI per le Festività natalizie e per un Sereno Anno Nuovo, che sia un pochino meglio del 2012.
M.Grazia Baccolo per conto della Redazione.

Contenuto:

1 - Dal sito www.icrc.org
10-12-2012 Intervista
Conflitto interno o altre situazioni di violenza: quali differenze per le vittime?
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

2 - Dal sito www.icrc.org
7-12-2012 Punto di vista
Regno Unito/Yemen: un rifugiato somalo racconta come la Croce Rossa ha ritrovato la sua famiglia
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia
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1 - 10-12-2012 Intervista
Conflitto interno o altre situazioni di violenza: quali differenze per le vittime?

A partire da quale momento una situazione di violenza è qualificata come un conflitto armato? Quali sono le differenze per gli attori o le vittime di questa violenza? Il punto è importante: la definizione della situazione determina le regole di diritto applicabile.

Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

In caso di conflitto armato non internazionale, o conflitto interno, si applica il diritto internazionale umanitario. Esso mira a limitare i mezzi e i metodi che possono essere utilizzati per fare la guerra e a proteggere le persone che non partecipano o non prendono più parte alle ostilità.

Nel corso di una situazione di violenza collettiva in un paese, il CICR valuta se si stratta di un conflitto armato sulla base di criteri giuridici prestabiliti. Se questi criteri sono soddisfatti, il CICR può ricordare alle parti in conflitto le regole di diritto applicabili. Le ostilità che sono scoppiate all’inizio del 2012 in Mali fra dei gruppi armati e l’esercito del Mali, così come quelle che oppongono, in Siria, dei gruppi armati alle forze governative siriane, sono esempi recenti di conflitti armati non internazionali.

“Coloro che prendono parte a un conflitto armato devono rispettare in particolare le regole seguenti: divieto di condurre degli attacchi diretti contro i civili e degli attacchi indiscriminati, obbligo di rispettare il principio di proporzionalità nell’attacco e obbligo di prendere tutte le precauzioni praticamente possibili per risparmiare i civili”.

Intervista - Cos’è un conflitto armato non internazionale?

Kathleen Lawand è il capo uscente dell’unità del CICR incaricata di formulare delle raccomandazioni sul diritto applicabile ai conflitti armati e ad altre situazioni di violenza nel quadro delle quali l’organizzazione conduce delle attività umanitarie. Lawand risponde a delle domande frequenti che riguardano la definizione giuridica dei conflitti armati non internazionali.

Quando una situazione di violenza diventa un conflitto armato non internazionale e perché è importante questa classificazione?

Un conflitto armato non internazionale (o conflitto armato «interno») definisce una situazione di violenza in cui si verificano degli scontri prolungati fra le forze governative e uno o più gruppi armati organizzati o fra tali gruppi, sul territorio di uno Stato.

Contrariamente a un conflitto armato internazionale, che oppone le forze armate di più Stati, un conflitto armato non internazionale conta almeno un gruppo armato non governativo fra i due campi che si affrontano.

L’esistenza di un conflitto armato non internazionale implica l’applicazione del diritto internazionale umanitario (DIU), anche chiamato diritto dei conflitti armati, che fissa i limiti che le parti devono rispettare nella condotta delle ostilità e protegge tutte le persone colpite dal conflitto. Il DIU impone uguali obblighi alle due parti in conflitto, senza però conferire uno status giuridico ai gruppi di opposizione armata coinvolti.

Quali criteri devono essere soddisfatti per poter parlare di conflitto armato?

In base al DIU, devono essere soddisfatti due criteri perché vi sia un conflitto armato non internazionale: i gruppi armati coinvolti devono mostrare un grado minimo di organizzazione e gli scontri armati devono raggiungere un certo livello di intensità. Deve essere effettuata un’analisi caso per caso per determinare se, sulla base di diversi indicatori concreti, questi criteri sono soddisfatti.

Il livello di intensità della violenza è determinato sulla base di indicatori quali la durata e la gravità degli scontri armati, il tipo di forze governative che intervengono, il numero di combattenti e di truppe implicate, il tipo di armi usate, il numero di vittime e l’estensione dei danni causati dai combattimenti.

Il grado di organizzazione di un gruppo armato è valutato sulla base di fattori quali l’esistenza di una catena di comando, la capacità di dare e fare eseguire degli ordini, la capacità di pianificare e di lanciare delle operazioni militari coordinate e la capacità di reclutare, formare e equipaggiare dei nuovi combattenti. Sottolineo che la motivazione di un gruppo armato non è minimamente presa in considerazione.

Un conflitto armato non internazionale deve essere distinto da forme meno gravi di violenza collettiva, come disordini civili, sommosse, atti isolati di terrorismo o altri atti sporadici di violenza.

Qual è la differenza fra un conflitto armato non internazionale e una «guerra civile»?

Non vi è una reale differenza. Il termine «guerra civile» in quanto tale non ha significato giuridico. È usato da alcuni per indicare un conflitto armato non internazionale. L’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra – detto «comune» perché è identico nelle quattro Convenzioni – non usa il termine «guerra civile», ma rinvia alla nozione di «conflitto armato che non presenta un carattere internazionale».

Il CICR generalmente evita di impiegare il termine «guerra civile» quando si esprime pubblicamente o con le parti di un conflitto armato e parla di conflitti armati «non internazionali» o «interni», perché queste espressioni riflettono i termini dell’articolo 3 comune.

Quali trattati e quali regole devono essere rispettati dalle parti di un conflitto armato non internazionale?

Le parti di un conflitto armato non internazionale devono rispettare almeno l’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra e le regole del diritto internazionale umanitario consuetudinario. Queste regole garantiscono un trattamento umano a tutte le persone che si trovano in potere del nemico e dispongono che le persone ferite durante le ostilità, compresi i combattenti nemici feriti, debbano essere raccolte e curate senza discriminazione.

Lo scoppio di un conflitto armato ha conseguenze importanze a livello delle obbligazioni giuridiche che incombono sulle parti, in particolare in ciò che concerne l’uso della forza. In effetti, il DIU autorizza il ricorso a una forza di maggiore intensità nei conflitti armati che in altre situazioni di violenza, ovviamente contro obiettivi legittimi e nei limiti destinati a proteggere i civili.

Le parti di un conflitto armato, nella condotta delle ostilità, devono rispettare in particolare le seguenti regole: divieto di condurre degli attacchi diretti contro i civili; divieto di condurre degli attacchi indiscriminati; obbligo di rispettare il principio di proporzionalità nell’attacco; obbligo di prendere tutte le precauzioni praticamente possibili nella pianificazione e nell’esecuzione di operazioni militari al fine di risparmiare i civili.

Cosa succede se le parti di un conflitto armato non internazionale non rispettano gli obblighi che spettano loro in base al DIU?

Ogni persona che partecipa a un conflitto armato deve rispettare il DIU e vegliare a che sia rispettato da tutti coloro che agiscono sotto le sue istruzioni o sotto le sue direttive o sotto il suo controllo. È necessario sottolineare che ogni parte deve rispettare il DIU, anche se la parte avversa non lo fa; in altri termini, l’obbligo di rispettare il DIU non riposa sulla reciprocità.

In merito a gravi violazione del DIU nei conflitti armati non internazionali – chiamate anche crimini di guerra – gli Stati devono perseguire penalmente le persone sospettate di aver commesso tali atti. In certe condizioni, i presunti criminali di guerra possono anche essere tradotti davanti alla Corte Penale Internazionale.

Dovrei sottolineare che il CICR, conformemente allo speciale status conferitogli dal diritto internazionale e in qualità di organizzazione umanitaria neutra e indipendente, non interviene in alcun modo nelle inchieste e nelle procedure penali relative ai crimini di guerra, che rilevano della sola responsabilità degli Stati.

In un conflitto armato non internazionale, i combattenti nemici catturati sono considerati come prigionieri di guerra?

No. Il termine di «prigioniero di guerra» rinvia a uno status speciale attribuito dalle Terza Convenzione di Ginevra ai soldati («combattenti») nemici catturati unicamente in conflitti armati internazionali. I prigionieri di guerra non possono essere perseguiti per atti leciti in virtù del DIU (come aver attaccato le forze nemiche). Al contrario, in un conflitto armato non internazionale, il DIU non vieta di perseguire i combattenti ribelli catturati per il semplice fatto di aver imbracciato le armi, sebbene incoraggi i governi ad accordare un’amnistia la più ampia possibile al termine di un conflitto armato, salvo per le persone sospettate o accusate di crimini di guerra o condannate per dei crimini di guerra.

Il fatto che dei gruppi armati possano essere parte in un conflitto armato non dà loro a torto una forma di legittimità?

Come è ricordato nell’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra, il semplice fatto che un gruppo armato – che sia detto «criminale», «di liberazione», «terrorista» o altro – sia parte di un conflitto armato, non gli conferisce alcuno status particolare a titolo del DIU. Il DIU, però, gli crea delle obbligazioni giuridiche, come a tutte le parti di un conflitto armato, in particolare l’obbligo di vegliare a che i suoi membri rispettino il DIU in ogni momento.

L’applicazione del Diu non mette in pericolo la sovranità di uno Stato o il diritto di un governo di reprimere una ribellione attraverso le forze armate e di perseguire gli insorti secondo la legislazione nazionale.

Il diritto internazionale umanitario ha come unico obiettivo limitare il più possibile le sofferenze causate dai conflitti armati. Regola unicamente il modo in cui le ostilità sono condotte e non i motivi per cui hanno avuto luogo. In particolare nei conflitti armati interni, il DIU impone delle obbligazioni a ogni parte belligerante, qualunque sia il suo status giuridico (questa questione è regolata da un’altra branca del diritto).

In virtù di quale autorità il CICR determina se una situazione di violenza costituisce un conflitto armato?

Per compiere il suo mandato umanitario in una situazione di violenza, il CICR valuta se si tratta o meno di un conflitto armato, elemento che gli permette di ricordare le regole applicabili nel quadro del dialogo che mantiene con le persone che partecipano alla violenza.

Sebbene la classificazione giuridica di una situazione di violenza da parte del CICR non sia vincolante per gli Stati, il mandato specifico conferito all’istituzione dalle Convenzioni di Ginevra e il ruolo giocato storicamente da essa nell’elaborazione del DIU danno un peso particolare alle sue classificazioni, che gli Stati devono prendere in considerazione.

Il CICR come determina se una situazione di violenza costituisce un conflitto armato?

Il CICR analizza accuratamente le situazioni di violenza, al fine di determinare il quadro giuridico applicabile. Effettua la propria valutazione in modo indipendente, affidandosi preferibilmente a informazioni di prima mano raccolte dalle sue delegazioni sul campo o, in mancanza di informazioni di questo tipo, a fonti di seconda mano credibili e affidabili.

Quando determina che vi è un conflitto armato, il CICR come comunica questa classificazione?

Una volta che ha determinato che una situazione di violenza raggiunge la soglia del conflitto armato, in primo luogo e non appena possibile il CICR comunica le sue valutazioni giuridiche alle parti in conflitto, su una base bilaterale e in confidenzialità. In questo modo, mira ad avviare il dialogo con ciascuna delle parti sulle misure che esse prendono per rispettare il DIU.

In un secondo tempo, il CICR comunicherà pubblicamente la sua classificazione. In casi eccezionali il CICR può decidere di rinviare la condivisione della classificazione con le parti o la sua comunicazione pubblica, per esempio in situazioni di urgenza dove i bisogni umanitari sono enormi e dove la priorità è accedere alla popolazione per portare assistenza.

Tratto dal sito del Comitato Internazionale della Croce Rossa:
http://www.icrc.org/fre/resources/documents/interview/2012/12-05-niac-non-international-armed-conflict.htm

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2 - 7-12-2012 Punto di vista

Regno Unito/Yemen: un rifugiato somalo racconta come la Croce Rossa ha ritrovato la sua famiglia

Un rifugiato somalo ha ringraziato Peter Maurer per il ruolo giocato dal CICR per ritrovare la sua famiglia in uno Yemen in preda alla violenza. La storia di Muxammad Diiriye illustra la cooperazione fra la Croce Rossa Britannica e il CICR, che permette di riunire centinaia di famiglie disperse dalla guerra e dalla violenza.

Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

Muxammad Diiriye ha raccontato al presidente del CICR Peter Maurer come è entrato in contatto con la Croce Rossa Britannica nell’agosto 2011. Voleva ritrovare sua figlia, sua suocera e dieci altri membri della sua famiglia, che erano scomparsi dopo essere partiti in direzione dello Yemen per fuggire alle violenze in Somalia. Allora non aveva più contatti con loro da un anno.

A novembre 2011, un’équipe del CICR di base a Sanaa, la capitale dello Yemen, ha ritrovato la famiglia di Muxammad Diiriye nel corso di una missione e le ha consegnato un messaggio di Croce Rossa da parte del rifugiato. La famiglia ha trasmesso un messaggio in risposta e Muxammad Diiriye ha potuto allora stabilire un contatto telefonico con i suoi cari.

«Non sono mai stato così felice» ha dichiaratoMuxammad Diiriye a Peter Maurer, durante la prima visita di quest’ultimo a Londra. «Sono molto riconoscente verso la Croce Rossa, ha aggiunto, precisando che era stato molto difficile ritrovare le tracce della sua famiglia, che si trovava in una zona remota dello Yemen. «Non la ringrazierò mai abbastanza per aver ritrovato i mei cari in condizioni così difficili».

Muxammad Diiriye ha avuto molta fortuna nel riuscire a lasciare la Somalia in vita. Nel 1996, vittima di un’imboscata in cui ha quasi trovato la morte, è riuscito ad imbarcarsi su un volo per Londra dopo un difficile viaggio attraverso l’Africa. Solo quando è arrivato nella capitale britannica Muxammad Diiriye ha scoperto di avere ancora un proiettile nel petto, che gli è stato rimosso da chirurghi londinesi.

Ogni anno i servizi internazionali di ricerca e scambio di messaggi della Croce Rossa Britannica ricevono più di mille richieste di persone alla ricerca dei propri famigliari che si trovano all’estero. Nel 2011, hanno ritrovato 332 persone grazie alla rete del CICR e delle Società Nazionali della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa.

Tratto dal sito del Comitato Internazionale della Croce Rossa:
http://www.icrc.org/fre/resources/documents/feature/2012/12-04-united-kingdom-somalia-rfl.htm

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