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n° 464 del 21 maggio 2011 Stampa E-mail
lunedì 23 maggio 2011

21 maggio 2011

nr. 464
 
Notiziario

Sito web www.caffedunant.it

 

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Colombia. Dipartimento di Chocò, prigione di Quibdò. ©ICRC / C. von Toggenburg / co-e-01006

 

Contenuto:

 
1 - 12-05-2011 Intervista
Il CICR annuncia il risultato delle consultazioni con gli Stati sul rafforzamento del DIU
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia
 
 
2 - 09-05-2011  Comunicato stampa 11/112
Colombia: il CICR e il Ministero della Protezione Sociale presentano una guida per migliorare la presa in carico dei feriti di guerra        
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia
 
3 - Tratto da “Red Cross Red Crescent” nr. 1 - 2011
Rivista del Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa
Gli aiuti nutrono il conflitto? Due autori, due opinioni
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

4 - Tratto da “Red Cross Red Crescent”  nr. 3 – 2010
Rivista del Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa
Sul   filo di Robert  Few, fotografo e giornalista indipendente con base a Pechino  
 e di Joe Lowry, Federazione Internazionale Croce Rossa
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo
 
5- allegato
Tratto dall’Economist
La Corte Penale Internazionale mostra i muscoli
Traduzione non ufficiale di Simon G.Chiossi

 

 

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1 - 12-05-2011 Intervista
Il CICR annuncia il risultato delle consultazioni con gli Stati sul rafforzamento del DIU
Il CICR ha concluso una serie di consultazioni con gli Stati sul diritto internazionale umanitario. Ha tenuto queste consultazioni a seguito di uno studio nel quale emergeva la necessità di rafforzare il DIU in quattro settori. Nella dichiarazione che ha fatto oggi davanti alle missioni permanenti a Ginevra, il presidente Jacob Kellenberger ha spiegato quali sono le poste in gioco.
 
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia
 
Perché il CICR pensa che il DIU debba essere rafforzato?
Il CICR ha sempre detto che, in generale, il diritto internazionale umanitario (DIU) restava un quadro abbastanza adatto a garantire la protezione delle vittime dei conflitti armati, sia che i conflitti fossero internazionali o non internazionali. Ciononostante, le regole del DIU, anche se sono nel loro insieme adeguate, sono spesso violate. Arrivare a far rispettare di più il DIU è quindi una priorità assoluta. Certi problemi umanitari, inoltre, non sono coperti come si deve dal diritto nei quattro settori segnalati nello studio del CICR, cioè la protezione dei detenuti, la protezione delle persone sfollate all’interno del proprio paese, la protezione dell’ambiente durante i conflitti armati e la messa in atto del DIU. Il DIU dovrebbe essere rafforzato al fine di rispondere meglio a questi problemi.
 
Chi ha partecipato alle consultazioni?
Tutti gli Stati sono stati incoraggiati a comunicarci i loro punti di vista e abbiamo tenuto delle discussioni bilaterali con gruppo di Stati da tutto il mondo. Abbiamo anche raccolto delle reazioni dettagliare e utili sul nostro studio. Volevamo sapere in particolare quello che gli Stati pensavano della nostra proposta di rafforzamento del DIU nei quattro settori menzionati.
 
Oggi vi siete rivolto alle missioni permanenti a Ginevra. Cosa avete detto loro a proposito delle consultazioni?
Gli Stati hanno riconosciuto l’importanza del DIU e si sono mostrati disponibili a discutere dei mezzi per migliorare la protezione dei detenuti e per attuare meglio il DIU. Per certi Stati, non sarebbe realista avanzare nello stesso momento nelle quattro direzioni. Altre consultazioni e ricerche che mirano a rafforzare il diritto per arrivare a una migliore protezione dell’ambiente e degli sfollati interni non sono considerate prioritarie allo stato attuale. Per le tappe a venire, il CICR seguirà le conclusioni di questa consultazione.
 
Quali saranno le prossime tappe?
La XXXI Conferenza della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa avrà luogo a novembre. Questa conferenza è importante nella misura in cui sarà l’occasione di avviare un dialogo multilaterale sul rafforzamento del DIU. Noi presenteremo un rapporto che si baserà sulle conclusioni principali del nostro studio e sui risultati delle consultazioni intraprese con gli Stati. Presenteremo alla Conferenza Internazionale anche un progetto di risoluzione che proporrà di rafforzare il DIU al fine di migliorare l’attuazione e di apportare una protezione più ampia ai detenuti.
 
Quale sentimento vi ispira il risultato di queste consultazioni?
Il risultato è incoraggiante. Sebbene le consultazioni abbiano mostrato che alcuni Stati hanno delle posizioni divergenti su certe proposte del CICR, questi ultimi sono nell’insieme inclini a discutere nuove vie che potrebbero sfociare su un rafforzamento del DIU e si sono detti pronti a esplorarle. Questo è importante. Il CICR può giocare un ruolo di catalizzatore – cosa che d’altronde ha fatto – mettendo l’attenzione su dei settori nei quali il DIU dovrebbe essere rafforzato, ma il diritto internazionale non progredirà realmente se gli Stati non si impegneranno a controllare che l’obiettivo venga raggiunto.
 
Tratto dal sito del Comitato Internazionale della Croce Rossa:
http://www.icrc.org/web/fre/sitefre0.nsf/htmlall/ihl-development-interview-2011-05-12?opendocument
 
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2 - 09-05-2011  Comunicato stampa 11/112
Colombia: il CICR e il Ministero della Protezione Sociale presentano una guida per migliorare la presa in carico dei feriti di guerra
Bogotà (CICR) – Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e il Ministero colombiano della Protezione Sociale hanno presentato oggi a Bogotà una guida sul trattamento medico-chirurgico delle ferite di guerra. L'opera mira a migliorare la presa in carico di tutte le persone ferite nel quadro del conflitto armato colombiano.
 
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia
 
«Questa guida si basa sull'esperienza che il CICR ha acquisito in tutto il mondo nella presa in carico dei feriti di guerra e sull'apporto degli specialisti colombiani che hanno contribuito ad arricchire le pratiche in questo settore», spiega Christophe Benev, capo della delegazione del CICR in Colombia. «Pensiamo che questo manuale sarà molto utile per i medici, gli infermieri e i chirurghi colombiani, vista l'esperienza molto particolare che richiedono questo tipo di ferite».
 
Sono considerati feriti di guerra in particolare le vittime di ordigni esplosivi improvvisati e di resti esplosivi di guerra, nonché le persone ferite da armi da fuoco.
 
È principalmente nelle zone rurali isolate, dove le condizioni di vita sono dure e le risorse limitate, che si verificano questi tipi di incidenti. Le ferite causate, inoltre, sono spesso gravi e rischiano di lasciare conseguenze irreversibili se non sono trattate subito in modo adeguato.
 
«L'importante è tutto il lavoro che i medici colombiani e quelli del CICR hanno compiuto insieme per migliorare la presa in carico dei pazienti», indica Pilar Rincon, un'anestesista che ha partecipato alla redazione del manuale. «Questa guida ci permette di adattare delle norme internazionali alla realtà di situazioni di conflitto particolari, dove le risorse sono spesso rare, al fine di ridurre al minimo le conseguenze delle ferite di guerra e di migliorare la presa in carico dei feriti».
 
Questo manuale è il risultato di un processo che è durato circa due anni e al quale hanno partecipato una cinquantina di medici colombiani e del CICR al fine di recensire le migliori pratiche e i principali insegnamenti tratti dall'esperienza in materia di presa in carico dei feriti.
 
Tratto dal sito del Comitato Internazionale della Croce Rossa:
http://www.icrc.org/web/fre/sitefre0.nsf/htmlall/colombia-news-2011-05-09?opendocument
 
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3 - Tratto da “Red Cross Red Crescent” N. 1/2011
Rivista del Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa
 
Gli aiuti nutrono il conflitto? Due autori, due opinioni
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

aiuti conflitto


 
Lavorate per un’organizzazione internazionale di assistenza in un campo di rifugiati: scoprite che dei soldati, che hanno prelevato una tassa sul riso, le tende e gli altri soccorsi distribuiti, utilizzano quelle risorse per acquistare delle armi, che usano poi per uccidere o per spingere più persone nel campo. Come reagite? È su questa provocazione che si apre il libro della giornalista olandese Linda Polman, “War Games, the Story of Aid and War in Modern Times”. Linda Polman afferma che l’aiuto umanitario, quando è usato senza cognizione di causa o quando la sua distribuzione è manipolata da gruppi armati, spesso prolunga i conflitti.
 
La Croce Rossa Mezzaluna Rossa ha parlato con lei e con Fiona Terry, autrice di un’opera comparsa nel 2002, “Condemned to repeat?The Paradox of Humanitarian Action”. Le due autrici pongono delle questioni simili, ma giungono a conclusioni molto diverse.
 
LINDA POLMAN
Giornalista, autrice del libro “War Games, the Story of Aid and War in Modern Times”.
 
Nel suo libro lei afferma che gli aiuti umanitari prolungano le sofferenze causate dai conflitti. Perché?
È un’analisi che le stesse organizzazioni di aiuto hanno fatto in diverse riprese dal 1995, dopo l’esperienza vissuta nei campi rifugiati a Goma (Repubblica Democratica del Congo). Esse menzionano tutte lo stesso tallone di Achille: la mancanza di coordinamento. È questo che fa sì che questi organismi possano essere facilmente manipolati dai regimi che vogliono avere il controllo sull’assistenza per i propri interessi.
 
Nel suo libro descrive anche la proliferazione di organizzazioni di assistenza nel corso degli ultimi decenni, che rende difficile la formazione di un fronte unito. Il tipo di coordinamento che auspica è veramente possibile in queste condizioni?
È possibile, a condizione di volerlo. È esattamente come l’ONU: tutti dicono che l’ONU non ha alcun potere, ma gli Stati membri potrebbero conferirgli tutti i poteri necessari. Lo stesso vale per l’assistenza. Se fossimo tutti d’accordo per decidere, per esempio, che l’ONU dovrebbe essere l’organo supremo di coordinamento e se gli dessimo i poteri necessari per rispondere a questo mandato, ciò sarebbe possibile.
Il problema è che i donatori e le organizzazioni di aiuto non intendono rinunciare neanche alla minima parte delle loro prerogative. Non vogliono che altri decidano per essi. Se accettassero di cedere una parte dei loro poteri le cose potrebbero migliorare.
 
In questo stesso momento, ad Haiti, c’è un tentativo di instaurare un approccio settoriale per coordinare le organizzazioni di assistenza attive nello stesso settore. Questo sarebbe un passo avanti ma quando un’organizzazione deve cedere a un’altra un po’ del suo potere fa marcia indietro.
 
Lei dice che le organizzazioni di assistenza dovrebbero ritirarsi se costatassero che il loro aiuto è utilizzato per fini negativi. Potrebbe darci un esempio?
Il Darfour. La mancanza di cooperazione fra le organizzazioni di assistenza ne ha fatto delle marionette del regime. Sono rare le inchieste sulle quantità di aiuti che finiscono nelle tasche del governo o delle organizzazioni ribelli all’interno dei campi dei rifugiati. Ora, se le organizzazioni si unissero per opporsi alla sottrazione degli aiuti, esse avrebbero senza dubbio più possibilità [di fare cessare questo abuso]. Non dico che gli abusi cesserebbero, ma sarebbe più difficile per un regime o un gruppo armato dirottare l’assistenza.
 
Le organizzazioni devono gridare basta e dire alle autorità: «noi siamo le più grandi organizzazioni del mondo, noi siamo delle ONG potenti, con budget elevati, e siamo noi che fissiamo le nostre condizioni», e poi negoziare degli accordi migliori.
 
Ma ritirandosi, non si puniscono le persone bisognose, senza influire davvero sul conflitto?
Sì, è l’argomento usato dalle organizzazioni, esse dicono: «noi abbiamo una responsabilità morale, il nostro mandato ci impone di restare». Ora, io credo che la decisioni di restare comporti delle conseguenze che hanno anche degli aspetti morali. Una delle opzioni consiste nel dire «no» in partenza. Il nodo essenziale, secondo me, deve essere per le organizzazioni di assistenza assicurare, preventivamente a qualsiasi intervento, che esse resteranno responsabili dei soccorsi che forniscono. Questo deve essere negoziato; in caso contrario meglio astenersi.
 
FIONA TERRY
Specialista dell’aiuto umanitario e autore del libro “Condemned to Repeat? The Paradox of Humanitarian Action”.
 
Lei ha vissuto il dilemma etico dell’aiuto umanitario e ha scritto su questo tema da più di 20 anni. Che cosa pensa a proposito di Linda Polman?
Ho cominciato a scrivere il mio libro dopo gli attacchi lanciati contro i campi rifugiati del Ruanda nel 2004. Alcuni giornalisti e analisti avevano reagito in maniera un po’ rapida dicendo:«è necessario riconoscere che i campi rifugiati ruandesi hanno aiutato delle persone colpevoli di genocidio a riarmarsi e a affermare il loro potere sulla popolazione. Dobbiamo evitare che ciò accada di nuovo, è quindi necessario terminare qualsiasi forma di assistenza perché l’assistenza è negativa in se stessa».
 
È per questo che ho scelto nel mio libro di studiare da vicino il contributo relativo dell’assistenza alla macchina della guerra. Qual è il suo peso? Noi usiamo delle frasi fatte, come «può prolungare la guerra», ma in seguito alla mia analisi non è veramente un fattore così importante. Sì, l’assistenza può avere degli effetti secondari molto gravi, ma davvero prolungare la guerra? È raro che un gruppo armato dipenda dall’assistenza per sopravvivere.
 
Uno degli argomenti di Linda Polman è che alcune organizzazioni di assistenza utilizzano il concetto di neutralità come una scusa per non prendere posizione in caso di abuso. Cosa ne pensa?
Io non lo attribuirei alla neutralità, che in realtà è una posizione delicata. Ciò che descrive Linda Polman sembra piuttosto un voltafaccia, consistente nel nascondersi dietro una motivazione tecnica, burocratica, dicendo: «Il nostro lavoro è fornire dei soccorsi quindi ci limitiamo a questo». Non è quello che io chiamo neutralità.
 
Alcuni affermano che ci sono sempre meno organizzazioni di assistenza che rispettano il principio di neutralità, che magari è mal compreso e difficile da mettere in pratica. È d’accordo?
In certe situazioni, bisogna domandarsi: «Quali sono le nostre priorità? Dobbiamo essere percepiti come neutrali, quindi dobbiamo riflettere in che modo le parti percepiranno questo aiuto». È in altri casi penso si debba dire: «Questo gruppo probabilmente non così bisogno degli aiuti ma visto che è essenziale avere accesso alle persone più bisognose, è necessario fare qualcosa per coloro i cui bisogni sono meno urgenti».
 
Ed è quello che è successo in Darfour. Alcune organizzazioni di assistenza, una volta sul posto, hanno detto: «coloro che hanno sofferto di più a causa della politica delle autorità sono gli agricoltori, quindi aiuteremo solo loro». Si sono recati nei campi degli sfollati e hanno distribuito dei soccorsi esclusivamente a una delle parti in conflitto. Ma alla fine così hanno limitato il proprio accesso alle popolazioni bisognose.
 
In questo caso particolare, trovo che il CICR abbia agito in modo intelligente. Ha cominciato aprendo dei campi, ma poi ne è uscito per raggiungere le popolazioni nelle campagne. È così cha ha potuto aiutare i contadini e individuare i bisogni delle popolazioni nomadi che non avevano alcun accesso ai mercati o che avevano bisogno di servizi veterinari. Il CICR allora ha offerto dei servizi veterinari e ha scavato dei pozzi. In questo modo ha dato un’impressione migliore ed è così che ha potuto avere accesso ad altre zone.
 
In breve, direi che non sono d’accordo: la neutralità è anche una tattica importante per far sì che gli aiuti raggiungano le persone che ne hanno più bisogno.
 
Tratto dal sito della Rivista Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa:
http://www.redcross.int/FR/mag/magazine2011_1/24-25.html
 
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4 - Tratto dalla rivista del Movimento Internazionale
“Red Cross Red Crescent”  nr. 3 – 2010
Sul   filo di Robert  Few, fotografo e giornalista indipendente con base a Pechino  
 e di Joe Lowry, Federazione Internazionale Croce Rossa
 
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo
 
Strategia 2020 definisce "persone vittime di tratta "come un importante gruppo vulnerabile, ma la tratta di esseri  umani è una questione delicata, e poche Società nazionali affrontano questo problema  a testa alta. Per la Croce Rossa cambogiana, tutto comincia con una mano tesa per aiutare le vittime - o le persone che sono  a rischio – a ritrovare la sicurezza.

Immaginatevi  appollaiato su un davanzale della finestra al terzo piano. Nessuno ancora vi ha visto, ma le strade di Phnom Penh, là sotto, sono brulicanti di gente. Sono le 5 del pomeriggio , la folla si accalca per le strade della capitale cambogiana. Il rumore del traffico arriva fino a te, le raffiche di vento ti raffiche rende instabile il tuo equilibrio. Sono giorni  che non hai mangiato a sazietà, e il caldo estivo ti fa girare la testa.

Tu pensi  di entrare all’interno, passando attraverso la piccola finestra dietro di te, ma  sono stati molti gli sforzi  fatti da uno dei tuoi compagni di prigionia per sollevarti, così che tu possa attaccarti alla finestra per poi salire sulla sporgenza.

Forse è meglio tornare indietro e correre il rischio di subire altre crisi o  le botte dei carcerieri. In realtà, il luogo da cui stai  tentando di fuggire non è una prigione, no:  si tratta di una "agenzia di lavoro", che manda le donne in Malaysia con la promessa di un buon lavoro ben remunerato.

Questa era la situazione nella quale si è trovata Kim Sarine *, una giovane donna di 35 anni, nello scorso aprile, pochi giorni dopo le celebrazioni per il Capodanno An khmer. Kim non aveva molto da festeggiare, è vero. Era arrivata nella capitale a 19 anni in cerca di un lavoro, lasciando dietro di sé piccolo villaggio nella provincia della provincia di Svay Rieng, a sud-est della Cambogia, una lingua di terra che sconfina in Viet Nam. Dopo anni nei cantieri e nelle fabbriche, aveva sentito parlare di lavoro come domestica in Malaysia, che prometteva una remunerazione  tre volte superiore a quello che ella percepiva a Phnom Penh.

Tali retribuzioni (180 dollari USA al mese) era un sogno in Cambogia per una donna come Kim, che aveva lasciato la scuola a 12 anni per accudire a casa i suoi fratelli e sorelle più giovani. Questo sogno non si sarebbe realizzato: invece di essere inviate a Malesia, Kim si è trovata rinchiusa  in un laboratorio con 70 altre donne per quasi un mese, costrette a lavorare mentre l’azienda ha dichiarato che la sua richiesta di visto d’ingresso era in corso di accettazione. Le condizioni di vita erano catastrofiche. "Non c'era cibo a sufficienza per tutti," dice Kim. La colazione consisteva in una cucchiaiata di budino con “liseron d’eau”  [una pianta che cresce nell’acqua somigliante algli spinaci], e a pranzo, solo le prime sono stati servite ".

Ancora più fastidioso il fatto che circolavano delle storie inquietanti riguardo il destino che attendeva le donne in Malaysia. Altre donne che erano passate dall'agenzia, hanno parlato di percosse, hanno detto di essere state costrette a tenere  la testa nel water per non aver lavorato abbastanza o di essere state arrestate dalla polizia malese. Così, Kim, sul suo davanzale al terzo piano, stava davanti a un dilemma crudele.

Infine, la scelta è stata fatta malgrado lei: lei non era in grado di rientrare dalla finestra, e i suoi tentativi di scendere  dalla facciata portarono alla sua caduta dal secondo piano. Al contatto con il suolo, si ruppe la schiena.

Giacque in mezzo alla strada per quasi due ore, in attesa di un'ambulanza. "Io non sapevo se sarei sopravvissuta, dice. Mi chiedevo se avrei rivisto i miei genitori. "Mentre lei era distesa  a terra, il titolare dell'agenzia venne  per insultarla, poi ritorno nella palazzo. Non lo rivide più.
 
Funzionari della Polizia si recarono  a parlare con lui, poi entrarono nell'edificio. Lei non rivide più neanche loro. In ospedale, Kim è stata curata sommariamente,  poi inviata a casa sua in Svay Rieng, non senza aver saputo che fosse  era incinta da diversi mesi.
 
<La vergogna e il desiderio di non avere più nulla a che fare con gli autori delle violenze rendono queste persone molto vulnerabili e sensibili alle promesse che vengono fatte loro, per una esistenza  migliore sotto altri cieli> Neils Juel, responsabile della regione Sud Est Asiatico della Croce Rossa Danese.

Obiettivo: i più vulnerabili

Kim era tornata nel suo villaggio, ma le prospettive del suo avvenire non sono state  promettenti. Ha avuto il bambino, ma alcun modo di guadagnarsi da vivere, poiché non riusciva a camminare. Fortunatamente, nel suo villaggio era attivo il Programma per la Croce Rossa cambogiana per la lotta contro la tratta di esseri umani. Finanziato dalla Croce Rossa danese, il programma offre assistenza immediata  alle vittime e, in alcuni casi, un supporto a lungo termine per consentire loro di riconquistare una posizione nella loro comunità.

Kim rientrava nei criteri per ricevere entrambi i tipi di sostegno. Ha ricevuto un pacchetto contenente aiuti alimentari di emergenza per se stessa e il suo bambino, cambio di vestiti, zanzariere e  10 dollari USA. La Croce Rossa cambogiana l’ha inviata a Phnom Penh per la sua riabilitazione, e le ha permesso di ottenere una sedia a rotelle e poi delle stampelle. Senza questo supporto, non avrebbe mai potuto camminare di nuovo.

Le misure di aiuto d’urgenza come queste sono solo una delle attività  componenti  il programma contro la tratta di esseri umani, che svolge anche attività di prevenzione e si sforza di risolvere i problemi causati dallo stupro e dalla  violenza domestica, due fenomeni che aumentano  il rischio per le vittime di divenire preda di trafficanti. "La vergogna e il desiderio di non avere più a che fare con autori delle violenze rendono queste persone molto sensibili alle promesse fatte loro per  una vita migliore in altri paesi", ha detto Niels Juel, capo della regione Asia Sud-Est per la Croce Rossa danese.

Le vittime sono persone come Prum Choeun, che adora i suoi due figli, anche se i loro padri, due stupratori, sono per lei il ricordo del dolore e delle violenze subite nell’oscurità dei campi oscuro del suo villaggio. Le vittime sono bambini come Boupha Lim, 5 anni, violentata in un angolo della casa in legno della nonna di un amico di famiglia, o Nary Ahi, 7 anni, violentata da un vicino di casa quando lei coglieva la frutta nel suo giardino. Il vicino è stato condannato a 15 anni di prigione, ma Nary porterà per tutta la vita le conseguenze dell'abuso subito. Ha già perso tutti i suoi amici, perché lei non esce mai di casa e i vicini non permettono ai figli di andarla a trovare. Sua nonna, Phirum Ouch, dice con tono rassegnato: "E ' la cultura cambogiana: se c’è una tragedia in famiglia, nessuno verrà a trovarti, perché la gente teme che la sfortuna si trasferirà a loro ".

L'isolamento sociale delle vittime fa in modo che esse diventino prede ideali per i trafficanti. La Croce Rossa cambogiana ha risposto offrendo alla famiglia Nary gli aiuti di emergenza che la Croce Rossa abitualmente dona  e anche una bicicletta e un microcredito di 130 dollari, per consentire alla nonna avviare avviare un negozio di abiti già confezionati. La bicicletta serve alla nonna per entrambe le attività, come mezzo di trasporto e per il negozio, la usa  per andare da un villaggio all'altro, ma anche per spostare i prodotti che offre in vendita. "Dopo le spese sostenute in questa attività commerciale , abbiamo le mani vuote, ma ora possiamo ripartire", ha detto.
I prestiti a tasso zero hanno permesso di Prum Choeun di avviare una impresa che fa le spazzole che gli permette di guadagnare abbastanza soldi per rimborsare il prestito e pagare le tasse scolastiche per i figli. Per quanto riguarda la madre di Boupha Lim, ha ricevuto l'assistenza che le consente di espandere le sue colture di porro, raddoppiando le sue entrate, in modo che la famiglia sia molto meno sensibile agli argomenti di intermediari senza scrupoli che si recano in paesi come questo  per reclutare persone disperate, promettendo un lavoro altrove.

<Non sapevo se sarei sopravvissuta> racconta Kim Sarine, madrea di famiglia e vittima della tratta (35 anni) <Mi domandavo se avrei rivisto i miei genitori>
 
Conoscere i  propri  limiti

In ogni caso, i volontari della Croce Rossa effettuano visite domiciliari periodiche per offrire guida e sostegno alle vittime e per assicurarsi che conoscano gli altri servizi disponibili e le modalità per poterne beneficiare. Comunque, l'azione della Croce Rossa e dei suoi volontari, ha dei limiti.
Kanha Sun, responsabile del progetto contro la tratta di esseri umani  della Croce Rossa cambogiana, ha dichiarato senza mezzi termini: "Le nostre risorse sono limitate. Non possiamo costruire case e nemmeno pagare assistenti sociali qualificati o  personale di sicurezza necessario. "
La Società Nazionale non può fare tutto.
Nel paese si contano più di 60 organizzazioni registrate press il Progetto inter-organizzazioni (Inter-Agency Project)  delle Nazioni Unite sulla tratta degli esseri umani. Questi organismi , dice  Kanha Sun, sono nella posizione migliore per occuparsi  delle case, per i servizi di orientamento a lungo termine e per le questioni di giustizia penale. La Croce Rossa si sforza per integrare queste attività e valorizzare i punti di forza: la sua rete di oltre  140.000 soci e le sue capacità di accesso alle comunità.

I volontari stanno svolgendo campagne di sensibilizzazione nei loro villaggi, cercando di mettere in guardia la popolazione nei confronti  dei trafficanti. Essi inoltre incoraggiano il dibattito sulla violenza domestica e lo stupro, in modo che questi problemi non siano più tollerabili, sia tra le donne - spesso troppo terrorizzate o stigmatizzate per cercare aiuto - che tra gli uomini, che in molti casi non si rendono conto delle conseguenze delle loro azioni per le loro famiglie e per sé stessi.

Anche se è attualmente è in corso in dieci province, dice Kanha Sun, il programma rimane di portata limitata: supporta un centinaio di vittime della tratta ogni anno. I programmi di prevenzione della la violenza e del microcredito svolte  dalla Croce Rossa Cambogiana interessano un numero di persone più alto. E 'difficile determinare l'efficacia di queste attività: in che misura essi sono determinanti  per evitare  che le vittime di violenza sessuale non siano vittime di trafficanti in futuro?

La  Croce Rossa Cambogiana intende rinforzare le sue attività per la riunificazione delle famiglie i cui membri sono scomparsi all'estero, attraverso un programma di ripristino di legami familiari del CICR. Ciò richiederebbe una più stretta collaborazione con le Società Nazionali dei paesi limitrofi e un più forte impegno di tutto il Movimento per la prevenzione del traffico (vedi il paragrafo successivo “Quando la crisi avvantaggia i trafficanti”).

"Non c'è una cura miracolosa per la tratta, e il nostro lavoro qui è solo all'inizio", dice Kanha Sun, ma è ovvio che la Croce Rossa ha un ruolo da svolgere ".

Robert Few, Fotografo e giornalista indipendente che vive a Pechino.
(nota: i nomi di qualcuna fra le vittime sono di fantasia)
 
Quando la crisi è avvantaggio dei trafficanti

Mentre in molte zone, la recessione e la crisi rende la vita ancora più difficile, molti sono gli esperti, i funzionari governativi e organizzazioni internazionali che lanciano un allarme: la tratta degli esseri umani esplode.

I periodi di recessione sono favorevoli per i trafficanti, afferma Lars Linderholm, esperto di tratta di esseri umani  e specialista da lungo tempo per la Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (FICR) delle migrazioni  per la zona orientale. I migranti perdono il loro lavoro in Europa occidentale e ritornano nei loro paesi dove non vengono accolti a braccia aperte, e dove diventano facile preda di trafficanti e delle loro false promesse.

Di fronte a questo fenomeno, le Società Nazionali, nelle varie regioni, fanno quello che possono. La Società della Croce Rossa Bielorussia, in collaborazione con l'Organizzazione internazionale per le migrazioni e gli enti locali, fornisce un servizio completo di riabilitazione per le vittime della tratta, con cinque centri "Mani tese" in tutto il paese . Quando le vittime sono orientate verso il centro da parte delle autorità, vengono sottoposte ad un esame medico e ricevono un sostegno psicologico, consulenza legale, e se necessario il trattamento dalla tossicodipendenza, l'assistenza abitativa e la formazione professionale per aiutarli a trovare lavoro ed a reinserirsi nella comunità che spesso li rifiutano.

Detto questo, il traffico di esseri umani è un problema complesso, legatoal settore della criminalità organizzata e delle forze dell'ordine, numerose sono le Società Nazionali che preferiscono lasciare la questione ad altre organizzazioni, o viene affrontata nel contesto di programmi sulla violenza domestica e sessuale.

"Le persone coinvolte sono ugualmente vittime di violenza", dice Ana Ravenco, presidente di La Strada, un'organizzazione che lotta contro il traffico di moldavi che collaborano a stretto contatto con il Movimento. "Quando le donne ottengono  l'indipendenza economica, è più facile fuggire un ambiente violento."

 Il Movimento sta seguendo con interesse l'iniziativa di Abu Dhabi. La Mezzaluna Rossa degli Emirati Arabi Uniti sovrintende allo sviluppo di una rete di case (il case EWAA per donne e bambini) per un massimo di 30 donne, fornendo alloggi sicuri e altri servizi. La maggior parte di queste donne, che sono state costrette alla prostituzione, a breve  ritorneranno alle loro  case, dicono i funzionari della rete.

Tuttavia, anche se il problema della tratta si aggrava, la reazione a catena di tutto l'intero Movimento è incerto. La maggior parte dei programmi delle Società Nazionali sono ridotti  dipendono da finanziamenti esterni non costanti. A causa della mancanza di risorse in Europa, per esempio, il coordinatore della rete in Europa orientale, così come un centro di risorse con sede a Budapest (Ungheria), sono stati chiusi. La rete esiste ancora, ma le sue attività sono ridotte.

Secondo Lars Linderholm, che ha ricoperto la carica fino al luglio 2010, il Movimento ha comunque possibilità senza precedenti, attraverso la sua rete di volontari che potrebbero assistere le vittime nei paesi di origine, transito e destinazione. E 'raro che le vittime si rivolgano alla polizia, esse si fidano più volentieri , invece, all'emblema della Croce Rossa o Mezzaluna Rossa e il Movimento  permette così la possibilità di una influenza decisa potenziando le attività di ricerca sul campo, di avvertimento e di sensibilizazione nei confronti della questione nel quadro dei programmi già esistenti.

- Croce Rossa, Mezzaluna Rossa, con la collaborazione  di Joe Lowry, FICR
 
Originale in lingua francese al link:
http://www.redcross.int/FR/mag/magazine2010_3/22-25.html

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5- allegato
Tratto dall’Economist
La Corte Penale Internazionale mostra i muscoli
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