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n° 362 del 20 luglio 2008 Stampa E-mail
lunedì 21 luglio 2008

20 luglio 2008

nr. 362
 
Notiziario

Sito web www.caffedunant.it


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Cornelio Sommaruga
 
Contenuto:

1 - 16-07-2008 dal sito CICR
Colombia: il CICR  sottolinea l’importanza di rispettare l’emblema della Croce Rossa
Traduzione non ufficiale di Quaglia Valeria

2 - IL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO ED IL SUO RISPETTO: UNA SFIDA PERMANENTE
Lectio magistralis  di Cornelio Sommaruga
In occasione del conferimento del Dottorato honoris causa  in Diritto internazionale
FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL’INSUBRIA
Como, il 15 luglio 2008

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1 - 16-07-2008
Colombia: il CICR  sottolinea l’importanza di rispettare l’emblema della Croce Rossa
Traduzione non ufficiale di Quaglia Valeria

Bogotà/Ginevra (CICR) – Il Presidente Colombiano Álvaro Uribe Vélez dichiara al Comitato Internazionale della Croce Rossa che uno dei membri delle forze dell’ordine che ha partecipato alla recente operazione militare per la liberazione di 15 ostaggi e detenuti indossava un tabarro con il logo del CICR e l’emblema della Croce Rossa.

Come garante del Diritto Internazionale Umanitario, il CICR ricorda che l’uso dell’emblema della Croce Rossa è specificatamente regolato dalle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dai loro Protocolli Aggiuntivi del 1977.  L’emblema della Croce Rossa  deve essere rispettato in ogni circostanza e ne è proibito l’abuso.

Il CICR ricorda inoltre quanto sia importante rispettare l’emblema della Croce Rossa in quanto segno protettivo che permette al personale di accedere alle aree maggiormente colpite da conflitti armati e di assistere le vittime. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa è un’organizzazione neutrale, imparziale ed umanitaria, che deve poter contare sulla fiducia di tutte le parti del conflitto per essere in grado di portare avanti il suo lavoro umanitario.

Tratto dal sito web del Comitato Internazionale di Croce Rossa
http://www.icrc.org/Web/Eng/siteeng0.nsf/html/colombia-news-160708!OpenDocument

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2 - IL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO ED IL SUO RISPETTO: UNA SFIDA PERMANENTE
Lectio magistralis  di Cornelio Sommaruga
In occasione del conferimento del Dottorato honoris causa  in Diritto internazionale
FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL’INSUBRIA
Como, il 15 luglio 2008

E’ un vero privilegio essere oggi ricevuto in questa ormai decenne UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL’INSUBRIA, una regione che mi è cara come Ticinese, ma anche vicina a causa delle origini di mia Mamma (Olgiate Comasco e Mariano Comense), nonché di mia moglie Ornella Marzorati, nata e cresciuta a Como. E Carla Porta Musa, la più che centenaria scrittrice comasca, zia di mia moglie, ha fatto sì che la mia relazione personale con la Perla del Lario sia sempre rimasta intensa e per me di grande arricchimento.

Quale amico dell’Università della Svizzera italiana, dove ebbi fra l’altro l’onore di parlare al dies academicus inaugurale, considero l’offerta di corsi e diplomi accademici delle due Università come complementare e particolarmente interessante per futuri giuristi la creazione a Como della Facoltà di Giurisprudenza. Le due Accademie sono contigue, malgrado la frontiera politica, ma vicine per valori, cultura, storia, economia, lingua di base e mentalità, tutto incarnato in quel territorio celtico dell’Insubria, che giustamente nella carta dell’Istituto Geografico De Agostini, comprende le Province di Como, Varese e Verbania, come pure il Canton Ticino; territorio che corre da Airolo a Saronno e da Domodossola a Colico, dal Gottardo al Verbano, dal Sempione al Lario!  

Tengo quindi a ringraziare Lei Magnifico Rettore dell’Universitas Studiorum Insubriae, il Rettore Vicario, il Preside della Facoltà di Giurisprudenza, per aver voluto – con il collegio dei professori – prendere la decisione di conferire la Laurea honoris causa a questo giurista dell’ Alma Mater Thuricensis, che dopo una carriera professionale specialmente dedicata alla diplomazia economica, si è trovato chiamato a coprire una della cariche – che si dice essere – fra le più delicate del mondo contemporaneo, quella di Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa a Ginevra, l’organo responsabile per mandato delle Convenzioni di Ginevra di portare protezione ed assistenza a tutte le vittime dei conflitti armati, che siano internazionali o no. Ruolo delicato si, in quanto, come lo diceva uno dei miei predecessori, il Presidente del CICR è un nuotatore solitario nell’oceano della politica mondiale, che deve essere sufficientemente accorto e forte per non bere, non abboccare alle tante esche, che lo porterebbero senz’altro ad affogare, perdendo la sua credibilità di intermediario umanitario neutro, indipendente ed imparziale. E’ così che diventa comprensibile il mio motto per la presidenza del CICR: costanza, rigore, umiltà!  

Ma il CICR – non dimentichiamolo - è anche il guardiano del Diritto internazionale umanitario, la cui elaborazione è stata largamente sua responsabilità sin dalla sua fondazione nel 1863; il CICR che si è dato come vocazione di promuoverne lo sviluppo e di vegliare alla sua applicazione ed al suo rispetto.

È proprio di questo rispetto, sfida permanente del CICR e non solo di esso, che vorrei intrattenervi oggi. Il Diritto umanitario non è un diritto che si invoca regolarmente nella solennità dei pretori. Nato dalla guerra, è nei conflitti armati che vuole far sentire la sua voce. Protesta contro la forma estrema di violenza che mette Stati contro Stati o contro movimenti armati di opposizione, non ha come scopo di giudicare delle motivazioni che hanno portato l’uno o l’altro dei belligeranti a ricorrere alle armi. La sua portata di ius in bello è altrove : sono altre giurisdizioni che avranno eventualmente da giudicare sul jus ad bellum. L’obiettivo del Diritto umanitario è più immediato e più elevato : davanti alle sofferenze causate da conflitti armati, ricorda ai belligeranti il dovere comune di umanità ; nel chiasso delle armi costruisce un’ultima barriera alla violenza dell’uomo contro l’uomo.

Fu la battaglia di Solferino (qui in Lombardia) nel 1859, di cui ricorrerà l’anno prossimo il 150° anniversario, che portò Henry Dunant a prendere l’iniziativa di elaborare una convenzione per migliorare la sorte dei militari feriti negli eserciti in campagna. Era un postulato già avanzato dal chirurgo napoletano Ferdinando Palasciano, quello stesso che aveva curato Garibaldi per la sua ferita sull’Aspromonte. E’così che nacque la prima Convenzione di Ginevra nel 1864. Il Diritto umanitario sarebbe rimasto teorico se i redattori della Convenzione non avessero avuto la preoccupazione di dare alla protezione dei feriti e del personale di assistenza un’espressione concreta. Adottando l’emblema della croce rossa come simbolo visibile riconosciuto dell’immunità, avevano anche dato alla Convenzione lo strumento operazionale della sua applicazione. È questo senso del realismo e questa dinamica di messa in opera che danno al Diritto umanitario i mezzi della sua autorità, in quanto – il Comitato internazionale, attivo in tanti conflitti, lo sa meglio di chiunque – per soccorrere e proteggere le vittime di guerra non bastano formule altisonanti che restano lettere morte.

Sapete che nel frattempo gli emblemi protettori sono tre: oltre alla croce  rossa, le Convenzioni prevedono la mezzaluna rossa (1929) ed il cristallo rosso (2005). Le Convenzioni sono ormai quattro, universalmente ratificate nei loro testi del 1949, ma molto importanti sono i due Protocolli aggiuntivi del 1977 che hanno, per conflitti internazionali ed interni, rinforzato la protezione ed il rispetto della popolazione civile, già largamente prevista dall’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni che declama le regole assolute di umanità da rispettare in ogni circostanza.

Giuristi e politici s’accordano per definire il Diritto umanitario come espressione d’equilibrio tra gli imperativi militari e le esigenze dell’umanità. Non è quindi da meravigliarsi che nel secolo scorso il Diritto internazionale umanitario abbia conosciuto le tappe le più importanti del suo sviluppo, a causa dei drammi delle due guerre mondiali, della guerra civile spagnola, delle numerose guerre di liberazione nazionale e dei vari conflitti interni specialmente africani, come il genocidio del Ruanda, le varie guerre nell’ex Jugoslabvia o il caotico conflitto della Somalia, che persiste . Durante questi scontri armati gli equilibri umanitari stabiliti precedentemente sono spesso stati messi in causa dall’evoluzione della guerra verso una forma sempre più totale, a causa dello sviluppo delle armi, del razzismo e delle ideologie totalitarie. Da due decenni e poco più sono soprattutto i conflitti interni, ed il terrorismo in seno a questi conflitti, che – tristemente – stimolano la nostra riflessione.

Già le Convenzioni del 1949 introducevano una disposizione (l’art 3 comune, già citato) che fa obbligo ai protagonisti di un conflitto interno di trattare con umanità i civili che non partecipano alle ostilità, i feriti, i malati ed i prigionieri. Sono i principi fondamentali del Diritto umanitario che penetrano all’interno delle frontiere degli stati per fondare un vero diritto dell’umanità in virtù del quale la persona umana, la sua integrità fisica, la sua dignità devono essere rispettate in nome dei principi morali che oltrepassano i limiti di un Diritto internazionale fino allora confinato ai soli conflitti fra Nazioni. Ma era una timida apertura, in quanto gli Stati erano reticenti ad accettare dei meccanismi atti a garantirne il controllo e l’applicazione.

 che la lunga Conferenza diplomatica dal 1974 al 1977, durante la quale furono negoziati i Protocolli aggiuntivi, non è veramente riuscita ad eliminare questa ipoteca. Il CICR resta ancora oggi nei conflitti interni largamente tributario dei propri negoziati per riuscire a proteggere ed assistere i civili ed altre vittime hors de combat. Questa Conferenza diplomatica ha tuttavia avuto, 30 anni fa, il merito di associare per la prima volta ai suoi lavori molti paesi da poco indipendenti (erano 124 nel 1977 e solo 59 nel 1949), facendo in modo che il dibattito umanitario tendesse ad oltrepassare le differenze politiche, culturali, storiche ed economiche, per raggiungere una concezione convergente delle esigenze dell’umanità.

 Oltre ad avere rinforzato considerevolmente, per conflitti interni ed internazionali, la protezione della popolazione civile, i Protocolli aggiuntivi del 1977 sono riusciti ad integrare e completare le disposizioni del “diritto di guerra” (il cosiddetto Diritto dell’Aia), dando al Diritto internazionale umanitario una coerenza ed una globalità che lo sviluppo dell’industria bellica ed i metodi di combattimento rendevano imperativamente necessarie. Diverse disposizioni adottate 30 anni fa obbligano le parti belligeranti di fare costantemente la distinzione tra popolazione civile ed obiettivi militari. Gli attacchi contro i civili ed i beni indispensabili alla loro sopravvivenza, come anche quelli diretti a sbarramenti, dighe, centrali nucleari per produzione di energia elettrica, come pure attacchi che comportano danni gravi e durevoli contro l’ambiente naturale sono espressamente proibiti. In questo senso, una della disposizioni del Primo Protocollo aggiuntivo, che resta di perfetta attualità, merita di essere ricordata. Essa dice (art. 35,2) “è vietato l’impiego di armi proiettili e sostanze, nonché metodi di guerra capaci di causare mali superflui o sofferenze inutili”. Queste disposizioni hanno servito, quale base a molti negoziati sui limiti di uso di determinate armi convenzionali e le ho personalmente invocate quando nel febbraio del 1994 lanciai l’appello per la proibizione assoluta delle mine antipersona.

Inoltre l’art. 36 del Primo Protocollo obbliga gli Stati a determinare se un’arma, mezzo e metodo di guerra che entra nei loro arsenali è vietata dal Diritto internazionale umanitario. Questa disposizione richiede la creazione di procedure di controllo sul piano nazionale per assicurare questo controllo; purtroppo solo una decina di stati hanno finora creato un organismo del genere.

 Come l’importante studio del CICR sul Diritto internazionale umanitario consuetudinario, ancora da me lanciato nel 1996 su iniziativa della Conferenza internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa del 1995 e pubblicato nel 2005 in inglese (e nel 2006 in francese), lo sottolinea, queste disposizioni relative al limite dell’uso e dello sviluppo industriale di determinate armi convenzionali sono parte del diritto consuetudinario ed applicabili  per conflitti internazionali e non internazionali a tutti gli Stati

firmatari delle Convenzioni di Ginevra. Ciò è particolarmente importante, tenuto conto del fatto che i Protocolli aggiuntivi non sono per ora universalmente ratificati.

Il Primo Protocollo aveva anche voluto rinforzare le disposizioni di applicazione del Diritto umanitario e del suo rispetto. È così che il controllo è devoluto a delle Potenze protettrici e che è istituita (con partecipazione facoltativa) una Commissione internazionale di accertamento dei fatti. Lo stesso Protocollo prevede poi, in caso di violazioni gravi delle Convenzioni, di agire collettivamente od individualmente in collaborazione con le Nazioni Unite e conformemente alla Carta. Eppure le speranze sull’efficacia di queste misure nel contenere le violazioni del diritto, o anche all’applicazione dell’articolo primo comune delle quattro Convenzioni, che fa obbligo alle Parti contraenti di rispettare e far rispettare in ogni circostanza le disposizioni convenzionali, non si sono veramente realizzate.

Confrontati all’ampiezza dei drammi di cui siamo testimoni, possiamo seriamente domandarci quanti appelli le vittime di guerra debbano ancora lanciare per essere sentite. Non bisogna mai tralasciare di denunciare l’immensa sofferenza delle vittime, la scalata della violenza, dell’orrore, della barbarie conflittuale e terroristica, in cui i principi fondamentali di umanità sono ignorati in via assoluta. Effettivamente la guerra è oggi quasi dappertutto. Popolazioni civili intere sono costrette a fuggire le loro terre, vittime di rappresaglie, tormentate, minacciate di mancanza di sussistenza, di acqua potabile, colpite da bombardamenti indiscriminati. Donne di ogni età sono violentate, detenuti torturati, prigionieri costretti a lavorare sul fronte, sottoposti ad ogni tipo di mercanteggiamento ed altri ancora sono oggetto di esecuzioni sommarie. Le organizzazioni umanitarie sono troppo spesso impedite di portare soccorso e protezione (vedi Myanmar) e talvolta sono esse stesse bersaglio di attacchi, anche letali. È con emozione e grande tristezza che i responsabili di azioni umanitarie, protette dall’emblema della croce rossa o della mezzaluna rossa, sono testimoni di tali comportamenti: la perdita di colleghi è una dura realtà, ma quella di essere confrontati ad ostacoli alla protezione ed assistenza dovute alle vittime è almeno altrettanto umiliante.

In tutte queste situazioni è il rispetto delle regole umanitarie esistenti che avrebbe permesso di salvare decine di migliaia di vite e di evitare che popolazioni civili intere siano forzate ad emigrare per cercare in terra di asilo la protezione e l’assistenza di cui hanno bisogno.

Vorrei proclamare alto e forte che non è più tollerabile che in tutti questi conflitti, le cui conseguenze valicano in un modo o l’altro le frontiere, la sorte delle vittime resti tributaria della buona e passeggera disposizione delle parti interessate. Dobbiamo far sapere con maggiore fermezza ai belligeranti ed altri fomentatori di violenza armata, che sono responsabili dei loro atti davanti alla comunità internazionale. L’articolo primo comune delle Convenzioni di Ginevra, già citato, non permette alcuna ambiguità: i Paesi firmatari (ed ormai è l’assoluta totalità degli Stati) sono tenuti a far rispettare il diritto umanitario in ogni circostanza. È un precetto giuridico evidente che deriva innanzitutto dalla responsabilità individuale degli Stati, ma che si iscrive in un quadro più largo, ogni Stato essendo tenuto di far rispettare questo stesso diritto. Questo significa che quando uno Stato in conflitto viola l’impegno preso al momento di aderire alle Convenzioni, tutti gli altri ne diventano ugualmente responsabili, se si astengono dall’agire per mettervi fine.

Come contenere questa erosione del diritto umanitario a cui assistiamo? Come possiamo invertirne la tendenza?

Se teniamo conto che cinque Conferenze diplomatiche hanno in 140 anni progressivamente costruito il Diritto umanitario, dobbiamo seriamente porgerci la domanda se oggi non fosse opportuno, in uno sforzo collettivo determinato e continuo, di organizzare nuove formule di conferenze, non esclusivamente per farvi del diritto, espandendo la codificazione, ma piuttosto per esigere il rispetto rigoroso delle regole esistenti? Una riunione degli Stati parti alle Convenzioni di Ginevra, - ogni due anni, per esempio -, convocata e presieduta dallo Stato depositario, potrebbe permettere al CICR, oltre i passi che compie regolarmente presso i belligeranti ed alle preoccupazioni di cui fa stato pubblicamente, di chiedere ed ottenere dai governi, soli responsabili davanti all’umanità, che le norme di Diritto internazionale umanitario, diventino, anch’esse, le regole di comportamento morale, individuale e statale, riconosciute ed evidenti, come quelle proclamate dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

È forse un’utopia? Una riunione multilaterale a livello politico ogni due anni, in modo che in un tale foro, eccezionale e grave, il Diritto umanitario trovi concretamente il suo posto nelle preoccupazioni e le responsabilità della comunità internazionale.

È veramente un’utopia? Forse avrebbe potuto esserlo al tempo della guerra fredda. Ma oggi mi sembra imporsi come un’evidente necessità a causa dei drammi che devastano il nostro villaggio planetario ed alle incertezze dell’avvenire. È un modo evidente di richiamare alla mondializzazione delle responsabilità.

Del resto un tentativo è stato fatto durante la mia presidenza del CICR, con Flavio Cotti, Ministro svizzero degli esteri. Fu, per tre giorni, a cavallo tra agosto e settembre del 1993. Più della metà dei Paesi parti alle Convenzioni vi hanno partecipato. Anche l’allora Segretario generale dell’ONU, come altri dirigenti di organizzazioni umanitarie internazionali vennero a questa Conferenza straordinaria a Ginevra. I delegati, in gran parte a livello ministeriale, avevano sul tavolo un rapporto del CICR sullo stato dell’applicazione del Diritto di Ginevra, con raccomandazioni ed un progetto di dichiarazione. Io stesso, come relatore, dissi nella seduta inaugurale, che, pur essendo complementari, l’azione politica e l’azione umanitaria hanno ognuna la propria dinamica. Se l’azione politica ha come finalità la soluzione delle cause profonde delle divergenze che oppongono le parti, l’azione umanitaria ha per scopo fondamentale di proteggere e soccorrere le vittime e vittime potenziali. Unire ed integrare questi due obiettivi in un solo contesto e legarle ad un unico negoziato comporta il rischio acuto di politicizzare l’azione umanitaria e renderla dunque ostaggio degli interessi politico militari presenti in tutti conflitti. La mia raccomandazione fu che la conferenza superasse delle semplici dichiarazioni di intenzione, che troppo spesso – lo sappiamo, lo vediamo costantemente - restano lettera morta. Chiesi che la dichiarazione fosse l’espressione della solidarietà attiva accanto alle vittime senza discriminazione, come anche della volontà di rispondere con nuova determinazione ai loro richiami di disperazione; ed aggiunsi che doveva pure costituire una risposta alla chiamata delle organizzazioni umanitarie imparziali, che richiedono una migliore protezione dei loro delegati.

Un aspetto molto importante non è stato da me per ora affrontato nel contesto della mia proposta di Conferenze biennali di Stati; mi riferisco ai gruppi armati non statali, che sono spesso in questi tempi protagonisti in conflitti interni di violazioni delle disposizioni minime di umanità. Questi gruppi – con i quali il CICR è spesso riuscito a stabilire un dialogo informale – non possono essere invitati a conferenze governative. Ma qui la società civile, appoggiata se del caso dal CICR, può giocare un ruolo importante. Prendiamo come esempio quanto viene realizzato dall’”Appel de Genève” (o “Genva Call”): Fondazione di diritto svizzero, appoggiata anche finanziariamente da Governi, ha elaborato un “deed of committment” nel campo delle mine antipersona. In questo impegno, che viene solennemente firmato all’Hôtel de Ville di Ginevra, alla presenza del Cancelliere della République et Canton de Genève, il gruppo armato non statale si impegna ad applicare le stesse disposizioni della Convenzione di Ottawa, a cui sono legati i Governi firmatari. L’Appel de Genève prende anche la responsabilità di verificare sul campo l’applicazione dell’impegno preso. Tutto questo dimostra che non è impossibile di arrivare ad un’applicazione di disposizioni umanitarie anche da parte di “gruppi di opposizione armata”.

È credo opportuno ricordare in questo contesto un principio importante del Diritto internazionale umanitario (evidenziato dall’art 4 del Primo Protocollo aggiuntivo), che proclama che le relazioni e l’applicazione di disposizioni del Diritto di Ginevra a qualsiasi Parte in conflitto non comporta effetto alcuno sullo statuto giuridico del belligerante. La reticenza quindi di tante potenze ad una relazione di carattere umanitario con “gruppi ribelli”, semplicemente per evitare un riconoscimento di queste entità, non è perciò giuridicamente fondata.

Per quanto riguarda operazioni di carattere terroristico, al di fuori di conflitti armati, il problema resta aperto, ma è evidente che le varie dichiarazioni e convenzioni sui Diritti umani si applicano in questi casi. I due diritti sono complementari ed è importante che in questo campo si realizzi un dialogo sui principi fondamentali da rispettare in tutti i casi di violenza armata. La clausola Martens, come ricordata anche nell’art.1 del Primo Protocollo aggiuntivo, che afferma che “le persone civili e i combattenti restano sotto la protezione e l’imperio dei principi del diritto delle genti, quali risultano dagli usi stabiliti dai principi dell’umanità e dai precetti della pubblica coscienza”, e che è riconosciuta come parte del Diritto umanitario consuetudinario, è un ulteriore forte elemento giuridico di protezione per la vittima potenziale.

I conflitti interni degli ultimi decenni e gli atti di terrorismo a ripetizione hanno effettivamente e clamorosamente dimostrato la vulnerabilità della popolazione civile. Il problema della protezione dei civili, che ha sempre avuto una sua drammatica valenza, si impone dunque oggi con prepotenza, occupando uno spazio importante nelle preoccupazioni dei responsabili. La violenza armata in ogni campo dell’evoluzione della nostra società, non fa che sottolineare quanto sia importante di continuare a portare attenzione, non solo all’applicazione del Diritto umanitario e dei Diritti umani, ma anche alla prevenzione attraverso varie forme di educazione e diffusione. Due commissioni dell’ONU, a cui ho partecipato all’inizio di questo decennio, il Gruppo di studio “Brahimi” sulle operazioni di pace dell’ONU e la Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità statale (ICISS), che ha pubblicato il Rapporto sulla “Responsabilità di proteggere”, hanno evidenziato questa necessità della prevenzione. Anche la conoscenza del Diritto internazionale umanitario e dei Diritti umani contribuisce alla diminuzione della sofferenza in caso di conflitti armati. La loro diffusione a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti professionali è essenziale, anche perché disposizioni come quelle dell’art. 3 comune delle Convenzioni di Ginevra, con le regole umanitarie di base, possono per analogia essere prese come modello in situazioni non conflittuali.

Del resto dal momento che il Diritto umanitario trova applicazione, come l’ho più volte sottolineato, specificamente in situazioni eccezionali come i conflitti armati, il contenuto dei Diritti umani che gli Stati devono rispettare in ogni circostanza – quello che chiamerei il nocciolo duro dei Diritti umani – tende a convergere verso le garanzie fondamentali e giudiziarie previste dal Diritto umanitario. Citiamo per esempio il divieto di tortura e di esecuzioni sommarie.

Penso che sia in questo contesto anche importante sottolineare il principio fondamentale dell’ HABEAS CORPUS, recentemente riportato alla nostra attenzione dalla Corte Suprema americana per contestare la pratica dell’attuale Amministrazione di non permettere ai detenuti di Guantanamo di ricorrere a tribunali           civili americani per conoscere le ragioni della loro privazione di libertà. È una sentenza di grande rilievo perché – e non è la prima volta – mette fuori causa una legislazione ad hoc votata dal Congresso per istituire tribunali militari che avevano come solo obiettivo di giudicare le persone detenute da anni a Guantanamo, considerato territorio esterno agli Stati Uniti.

Non vorrei tralasciare di menzionare in questo contesto che, per ovviare a situazioni – che taluni possono considerare – scoperte, benché altamente critiche, un Codice sulle norme umanitarie fondamentali da applicare in qualsiasi circostanza, è stato formulato e proposto sin dal 1983 da un insigne cattedratico americano e poi giudice internazionale. È importante di tenerne conto nel lavoro di educazione al Diritto umanitario e ai Diritti umani, come pure mi sembra essenziale di considerare attentamente il lavoro del CICR, che nel suo studio del 2005, già citato, riconosce le norme consuetudinarie fondamentali applicabili in tutti conflitti. Ricordiamoci anche che la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto la natura consuetudinaria delle disposizioni dell’art. 3 comune, considerandole corrispondenti ai “principi generali del diritto umanitario”.

Rileviamo – e lo faccio con rammarico – che la penetrazione dei principi umanitari nella società civile non è soddisfacente. Gli obblighi che sono quelli delle Parti contraenti delle Convenzioni sono lungi da essere percepiti come doveri fondamentali. Gli esempi degli ultimi anni (quali Guantanamo, Bagram e Abu Ghraib) richiamano quanto sia importante di meglio integrare parlamentari in queste responsabilità umanitarie internazionali: assistiamo infatti ad un paradosso del mondo politico di oggi: la sostanza della politica è sempre più internazionale, mentre le procedure politiche intese a prendere decisioni rimangono essenzialmente nazionali, dunque di uomini e donne politiche eletti nei vari paesi.

Mi rallegro che Papa Benedetto XVI° abbia tenuto a richiamare l’importanza del rispetto del Diritto umanitario, dei Diritti umani e della Responsabilità di proteggere, nel suo messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2007 e nel suo recente discorso all’Assemblea generale dell’ONU. Ciò mi porta ad affermare che valori spirituali devono restare al centro dell’attenzione della società, ricordandoci che politica implica etica. I sistemi politici danno infatti – anche se indirettamente – direttive morali attraverso la legislazione e decisioni amministrative. Occorre non mai perdere di vista la dignità umana, il benessere, la salute e la sicurezza di ogni essere umano.

Ho finora insistito sulla responsabilità degli Stati nel rispetto del Diritto internazionale umanitario. Mi sembra comunque doveroso soffermarmi, anche se molto brevemente, sul fatto che il Diritto di Ginevra ha promosso la convinzione che le infrazioni gravi del diritto dei conflitti armati, commesse dalle forze armate o da altri belligeranti contro persone protette, comportano la responsabilità penale individuale. Si tratta di persone che agiscono per lo Stato, ma che portano nell’azione una responsabilità personale. La creazione di Tribunali penali speciali – come nel caso della ex-Jugoslavia e del Ruanda, o Tribunali misti come per la Sierra Leone – e soprattutto la Corte penale internazionale hanno portato ad allargare oltre a quanto previsto nelle Convenzioni di Ginevra e nel Primo Protocollo aggiuntivo, il concetto di “infrazioni gravi” a un vero e proprio catalogo di crimini “di Ginevra”, a cui si sono aggiunti crimini contro l’umanità ed il delitto di genocidio. L’impegno del CICR e mio personale, con la Commissione del Diritto internazionale dell’ONU prima, e nell’elaborazione dello Statuto di Roma per la Corte penale internazionale, come pure nel negoziato per le regole di procedura a Nuova York poi, si spiega soprattutto perché il concetto di sanzione individuale del Diritto di Ginevra aveva avuto un’applicazione molto deficiente, malgrado l’universalità di giurisdizione prevista, in quanto tutto dipendeva dalla messa in opera sul piano nazionale delle strutture giudiziarie competenti. Menzionare la nuova dinamica delle giurisdizioni penali multilaterali è importante in relazione al rispetto del Diritto internazionale umanitario quale misura dissuasiva.

È ora di concludere, sottolineando che – come ho tentato di dimostrare –il rispetto del Diritto umanitario è effettivamente una sfida permanente. La società civile nel suo insieme, come pure gli Stati, devono esserne coscienti. Menzionando la società civile penso anche al mondo accademico, che nell’insegnamento, nella ricerca e nella diffusione del Diritto internazionale, ha una responsabilità particolare di mantenere il Diritto umanitario, come i Diritti umani, in posizione di forza. E questo vale anche per ogni singolo cittadino – anche lui parte della società civile – di usare tutti i mezzi a disposizione in una società aperta come la nostra per promuovere il rispetto di questi diritti.

Ma forse ancora più importante è di ricordare la nostra responsabilità globale per la pace. La farò citando dal discorso di Elie Wiesel, quando a Oslo nel 1986 ricevette il Premio Nobel per la Pace: “ … some wars may have been necessary or inevitable, but none was ever regarded as holy. For us, a holy war is a contradiction in terms. War deshumanizes, war diminishes, war debases all those who wage it. The Talmud says: it is the wise men who will bring about peace.”

A questo si può aggiungere una massima della Religione Zoroastra “La guerra è il crimine maggiore dell’essere umano contro i suoi simili”.

O anche quanto dice il Corano: “L’umanità è una famiglia, un popolo. Tutti gli esseri umani sono fratelli e così devono vivere. L’Onnipotente ama coloro che vivono così”.

Ed infine la Regola d’oro, non solo dei Cristiani: “Quello che volete che gli altri facciano a voi, fatelo voi stessi nei loro riguardi”.     

Grazie per la loro paziente attenzione !
 
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