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n° 340 del 19 gennaio 2008 Stampa E-mail
mercoledì 23 gennaio 2008
19 gennaio 2008
nr. 340

Notiziario

Sito web www.caffedunant.it


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Contenuto:

1- 14 gennaio 2008    CICR – Comunicato stampa  08/03
Afghanistan  : contatti video  tra i detenuti di Bagram  e le loro famiglie
Traduzione non ufficiale Mara Tonini

2 - 9 gennaio 2008
Le Società della Croce Rossa dell’Africa Australe affrontano nuove inondazioni di grande ampiezza
Alex Wynter (da Johannesburg)
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

3 - 13 dicembre 2007
Lottare contro le discriminazioni durante le catastrofi
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

4 - The Magazine of the Red Cross and The Red Crescent, n. 3/2007
Mettere al bando le armi a dispersione (cluster munition)
Le armi a dispersione hanno causato, per decenni, molte sofferenze alle popolazioni civili; oggi la mobilizzazione contro queste armi diventa più ampia.
di Marko Kokic
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

5 - Comitato Provinciale CRI Firenze
Convegno "La Guerra 1915-1918: le crocerossine al fronte"
Firenze il 26 gennaio 2008 dalle ore 9.00 alle 12.00
presso l'Aula Magna della Caserma Redi in Via Venezia, 5.
Cominicato da Giorgio Ceci

6-  SCARICA ALLEGATO
Rifugiati: norme sull'attribuzione della qualifica e protezione sussidiaria
Decreto legislativo 19.11.2007 n° 251 , G.U. 04.01.2008
Emanate le nuove norme di allineamento alla legislazione comunitaria in materia di protezione dei rifugiati provenienti da Paesi terzi.
E' quanto contenuto nel decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale 4 gennaio 2008, n. 3) con il quale viene recepita la direttiva 2004/83/CE.
Comunicato da M.Grazia Ianniello

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1 - 14 gennaio 2008    CICR – Comunicato stampa  08/03
Afghanistan  : contatti video  tra i detenuti di Bagram  e le loro famiglie
Traduzione non ufficiale Mara Tonini

Kaboul/Ginevra (CICR)  - il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e gli Stati-Uniti  hanno   promosso un programma congiunto  al fine di permettere  ai detenuti   da parte degli Stati-Uniti a Bagram  di comunicare con le loro famiglie in video-conferenza. Attualmente sono circa 600/650 i detenuti   che si trovano  in questa prigione.

Con  materiale fornito  dalle autorità militari americane , il CICR ha installato un centro di  richieste nei locali della sua delegazione a Kaboul. Un centro simile è stato creato a Bagram per i detenuti. Nei primi  tre giorni dall’apertura di questo progetto, indirizzato   a tutte le famiglie dei detenuti di Bagram, più di 60, provenienti da tutte le regioni del Paese, hanno potuto parlare per la durata di 20 minuti con i loro congiunti. Ciascuno può  vedere il suo interlocutore su uno schermo.

“E’ assolutamente fantastico poter parlare a mia madre e vederla” dichiara  Abdul Mohammad, venuto  alla Delegazione con  la sua famiglia. “Non so cosa dire, è molto difficile trovare  parole che possano esprimere  questo sentimento. E’ una benedizione. Non dimenticherò mai questo momento!”

“E’ il primo sistema di questo genere” spiega  Reto Stocker, capo delegazione del CICR a Kaboul. “ E’ stato istituito essenzialmente per rassicurare i detenuti e le loro famiglie  permettendo loro di vedersi e di parlarsi.

Il CICR è presente in Afghanistan dal 1987. Visita il centro  di detenzione americano di Bagram  dal gennaio 2002. Nel quadro della sua missione umanitaria, il CICR aiuta  i  detenuti di guerra a ristabilire  e a mantenere  il contatto con le proprie famiglie.  A tale scopo ricorre principalmente ai messaggi  Croce Rossa, messaggi scritti  e trasmessi alle famiglie, che i conflitti in corso non permettono di raggiungere in altro modo.

Informazioni complementari :
Graziella Leite Piccolo, CICR Kaboul, tél. : +93 700 282 719
Carla Haddad, CICR Genève, tél. : +41 22 730 24 05 ou +41 79 217 32 26
ou sur notre site : www.cicr.org

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2 - 9 gennaio 2008
Le Società della Croce Rossa dell’Africa Australe affrontano nuove inondazioni di grande ampiezza
Alex Wynter (da Johannesburg)
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

Le Società Nazionali dell’Africa Australe e l’Ufficio Regionale della Federazione Internazionale a Johannesburg si preparavano ad affrontare delle drammatiche inondazioni in almeno 6 paesi: Lesotho, Malawi, Mozambico, Swaziland, Zambia e Zimbawe.

Piogge stagionali precoci e di rara intensità, causate forse dal cambiamento climatico e dal fenomeno di La Niña che imperversa attualmente nel Pacifico, hanno fatto gonfiare i corsi d’acqua al di sopra del livello di allerta in numerose regioni e hanno già provocato, in alcune di esse, gravi inondazioni.

Il governo del Mozambico, dove 6 persone sono decedute, ha dichiarato l’allerta rossa. Anche lo Zambia e lo Zimbawe sono stati colpiti duramente. Secondo la BBC, le intemperie hanno causato, nelle scorse settimane, 21 morti in questi due paesi.

Task force
Durante una riunione della task force della Croce Rossa, tenutasi recentemente ad Harare, la capitale dello Zimbawe, i partecipanti hanno sottolineato che le recenti inondazioni nella regione erano state occultate dalla crisi in corso in Kenia.

Entro la fine della giornata [9 gennaio, n.d.t.], la Federazione Internazionale dovrà sbloccare 500.000 franchi svizzeri dal suo Fondo d’urgenza per i soccorsi in caso di catastrofe al fine di sostenere le operazioni di assistenza nei paesi coinvolti.

Un aiuto finanziario urgente era già stato attribuito allo Zimbawe alla fine del mese di dicembre, quando un allarme inondazioni era stato lanciato per la regione di Chipinge. La totalità delle case di un villaggio erano state distrutte dall’acqua e la Croce Rossa aveva distribuito a circa 200 famiglie diversi articoli di prima necessità.

A Muzarabani, le condizioni meteorologiche sono migliorate e, a seguito di un abbassamento del livello delle acque, le strade sono nuovamente praticabili. A Tsholotsho sono state registrate delle violente precipitazioni, ma non è stato ancora diramata l’allerta inondazioni.
 
Le informazioni riguardanti le altre regioni dello Zimbawe sono molto lacunose. Delle attrezzature per le comunicazioni – computer portatili, telefoni satellitari e radio – sono state spedite nella regione da Ginevra, ma altri articoli di soccorso stanno per finire.

“Danni maggiori”

Nel recente passato, la capacità di preparazione e di risposta alle inondazioni del Mozambico sono state messe a dura prova.

Un anno fa, delle inondazioni nel centro del paese hanno provocato 45 morti e più di 250.000 senza tetto, mentre altre 140.000 persone sono state sfollate in febbraio a causa del ciclone Favio. Queste inondazioni sono state le peggiori dal 2000, quando quasi 700 persone erano morte annegate.

Il programma di preparazione in previsione delle inondazioni della Croce Rossa del Mozambico si è particolarmente sviluppato dopo questa catastrofe di otto anni fa. Include infatti oggi degli itinerari di evacuazione e un sistema di allerta attraverso la radio e i fischietti.

“Siamo allarmati dalla precocità delle precipitazioni e seguiamo da vicino l’evoluzione della situazione”, ha dichiarato all’agenzia Reuters Kelly David, capo dell’ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite per l’Africa Australe.

“Se la tendenza non si inverte, bisogna attendersi dei danni maggiori”.

Tratto dal sito della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e di Mezzaluna Rossa
http://www.ifrc.org/fr/docs/news/08/08010901/index.asp

Nota del traduttore:

Dopo il 9 gennaio, data dell’articolo, la situazione in Mozambico è rapidamente precipitata. Sul sito della Federazione internazionale si legge che “in termini di livello delle acque, le alluvioni stagionali del 2008 sono peggiori di quelle del 2000”.

Sono in corso le operazioni di evacuazione della popolazione che vive lungo il fiume Zambesi.

La settimana scorsa la Federazione Internazionale ha stanziato 1 milione di franchi svizzeri (circa 660.000 €) dal Fondo d’urgenza per i soccorsi per sostenere le Società Nazionali di Croce Rossa dei paesi coinvolti.

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3 - 13 dicembre 2007
Lottare contro le discriminazioni durante le catastrofi
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

Nel 2006 circa 142 milioni di persone nel mondo sono state colpite da catastrofi. Molte di esse hanno sofferto in modo sproporzionato perché erano oggetto di una forma di discriminazione - prima, durante e dopo la crisi – da parte della propria famiglia o comunità, dal governo o anche dagli organismi di assistenza la cui missione era venire loro in aiuto.

L’appartenenza etnica o sociale, la lingua, la religione, il sesso, l’età, l’infermità fisica o mentale e l’orientamento sessuale sono solo alcune delle cause profonde di discriminazione che possono avere un impatto devastante sulle persone che ne sono vittime.

È raro che la discriminazione metta in pericolo le persone nell’esistenza quotidiana, ma in una situazione di urgenza può avere delle conseguenze fatali. Essa infatti colpisce non soltanto la capacità delle persone di sopravvivere alla crisi, ma anche la loro potenzialità di ricostruire e ripristinare i loro mezzi di sussistenza. Il Rapporto 2007 sulle catastrofi nel mondo illustra ciò che significa la discriminazione verso le minoranze, le persone anziane, i disabili e le donne.

In un passato recente, tragedie come lo Tsunami nell’Oceano Indiano, il terremoto nell’Asia del Sud, l’uragano Katrina o le violenze nel Darfur hanno purtroppo fornito numerosi esempi del modo in cui la discriminazione perdura e spesso si accentua nelle situazioni di emergenza.

Dopo lo Tsunami, ai Dalit ("Dalit" è il termine che si è recentemente affermato come denominazione politicamente corretta per indicare coloro che, all'interno del sistema delle caste, occupano la posizione più bassa e miserabile [N.d.t.] – considerati come “intoccabili” nel sistema indiano delle caste – è stato vietato, da parte di altri gruppi, l’accesso alle riserve di acqua potabile, con il pretesto che avrebbero contaminato il prezioso contenuto. Altri Dalit sfuggiti alla catastrofe sono stati impiegati dalle autorità per pulire le toilette e le condutture o per raccogliere, senza guanti né maschere di protezione, i cadaveri disseminati sulla spiaggia.

Per cercare di risolvere il problema molto concreto della discriminazione verso i Dalit, il governo dello Stato del Tamil Nadu ha realizzato servizi e campi specifici per i superstiti appartenenti a questa comunità, stimando che fosse il solo mezzo per proteggerli contro gli abusi dei gruppi dominanti. Il problema tuttavia non è stato interamente risolto, poiché alcuni Dalit ospitati in un campo separato hanno valutato che ricevevano aiuti inferiori rispetto agli altri superstiti dello Tsunami.

Ugualmente, i governi e le organizzazioni di assistenza tengono raramente conto dei bisogni particolari delle persone anziane durante le catastrofi, sia che queste necessità siano sul piano nutrizionale, sociale, sanitario o della mobilità. Questo non sorprende se si considera che i fondi dedicati in modo specifico alle persone anziane sono appena l’1% del totale dell’assistenza di ogni paese – ben lontano dal 7% raccomandato dal Progetto Sfera, destinato a promuovere delle norme minime per gli organismi impegnati nelle operazioni di soccorso in caso di catastrofe. La situazione è aggravata dal fatto che non esiste alcuna agenzia delle Nazioni Unite e poche ONG internazionali dedicate ai bisogni delle persone anziane.

Le donne costituiscono il gruppo più vulnerabile e più esposto alla discriminazione in caso di catastrofi. Crisi dopo crisi, si constata in modo evidente che gli spostamenti della popolazione accrescono sostanzialmente i rischi di violenze fisiche contro le donne. L’esperienza di molte vittime dell’uragano Katrina testimonia questa tendenza.

Un’inchiesta condotta nel 2006 dopo questa catastrofe ha dimostrato un tasso di violenza sessuale nettamente superiore alla media nazionale. Fra le comunità profughe, sono stati contati 5,9 stupri al giorno ogni 100.000 donne – cioè 527 stupri fra le 32.841 donne ospitate nei campi di roulottes – un tasso 53,6 volte superiore alla media.

Questi esempi, tratti dal Rapporto 2007 sulle catastrofi nel mondo, illustrano i modi molto diversi con cui la discriminazione può manifestarsi in periodo di crisi. Gli autori esaminano nel dettaglio il come e il perché della marginalizzazione di certi gruppi nel quadro delle urgenze umanitarie. In che misura i governi e gli organismi di assistenza rinforzano la discriminazione? E, soprattutto, cosa si può fare per impedirla?

Il lavoro deve iniziare ben prima che le catastrofi si verifichino, soprattutto nel quadro dei programmi di riduzione dei rischi e di preparazione. Prevenire la discriminazione e modificare i comportamenti e le abitudini devono essere l’oggetto prioritario dell’azione. È essenziale, inoltre, investire maggiormente nelle attività di sensibilizzazione e di sviluppo delle comunità, al fine di dare una maggiore visibilità alla vulnerabilità. Maggiori sforzi devono anche essere condotti per mappare le discriminazioni nelle situazioni di crisi e per diffondere all’interno del sistema umanitario delle regole precise al riguardo.

Il dialogo è fondamentale per la qualità del disegno, dell’attuazione e del monitoraggio dei programmi e sforzi sistematici per ascoltare tutti i gruppi colpiti da una catastrofe possono contribuire a prevenire e a limitare la discriminazione. La conoscenza del contesto locale e dei pregiudizi esistenti è indispensabile. Se non si prendono in considerazione questi fattori, si rischia di vedere i membri svantaggiati della comunità ancora più marginalizzati.

Nelle situazioni di urgenza, le squadre di soccorso sono spesso sotto pressione perché devono prendere rapidamente delle decisioni sulla base di informazioni molto frammentarie. Ciò può provocare un certo grado di discriminazione in ciascuna fase delle operazioni di assistenza, compreso nei programmi di ricostruzione. Il personale umanitario dovrebbe essere consapevole che l’esigenza di equità nei confronti dei più vulnerabili richiede una vigilanza costante.

Conoscendo e rispettando il contesto culturale nel quale le organizzazioni di assistenza intervengono e usando le strategie e i meccanismi esistenti per individuare, minimizzare e combattere la discriminazione, si potrà migliorare l’efficacia e l’equità dell’aiuto umanitario.

Certamente può rivelarsi difficile, per le organizzazioni di assistenza, trovare il giusto equilibrio fra la loro collaborazione con i governi e la lotta contro una discriminazione a volte legata alle politiche governative. Un qualunque passo falso in merito rischia di compromettere le operazioni di soccorso, che dipendendo in larga misura dal beneplacito delle autorità.

Quali che siano le motivazioni soggiacenti alla discriminazione, sia essa intenzionale o no, gli attori umanitari devono imperativamente promuovere la partecipazione attiva e senza riserve dei gruppi marginalizzati nella gestione delle catastrofi, sia a livello della pianificazione che della messa in atto.

Tratto dal sito della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e di Mezzaluna Rossa
http://www.ifrc.org/fr/docs/news/opinion07/07121301/

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4 - The Magazine of the Red Cross and The Red Crescent, n. 3/2007
Mettere al bando le armi a dispersione (cluster munition)
Le armi a dispersione hanno causato, per decenni, molte sofferenze alle popolazioni civili; oggi la mobilizzazione contro queste armi diventa più ampia.
di Marko Kokic
Traduzione non ufficiale di Serena Corniglia

Le munizioni a dispersione hanno ucciso e ferito migliaia di civili innocenti da quando sono state utilizzate la prima volta durante la Seconda Guerra Mondiale. Ahmed ha 12 anni; è una delle vittime recenti di questi ordigni. Ahmed vive in Libano, dove la guerra del 2006 ha mostrato la devastazione causata da queste armi quando sono usate su larga scala. “Stavo giocando a calcio vicino a casa quando il pallone ha toccato qualcosa che è esploso”, spiega Ahmed, che è rimasto gravemente ferito.

Secondo le Nazioni Unite, 4 milioni di sottomunizioni di armi a dispersione sono state lanciate in Libano, e 1 milione fra quelle non sarebbero esplose. “Numerosi eserciti considerano che le armi a dispersione siano redditizie: è possibile produrle in grandi quantità e, grazie ad esse, è abbastanza facile saturare una zona con l’effetto esplosivo e la frammentazione”, spiega Ben Lark, coordinatore del CICR della lotta contro le mine.

Queste armi letali sono relativamente semplici: sono composte da un contenitore che può essere rilasciato da un aereo o inviato con un missile o una granata. L’involucro si apre in volo e disperde fino a 650 bombe in miniatura o sottomunizioni più piccole riempite di esplosivo, che esplodono nell’impatto con il suolo. Tuttavia è frequente che non esplodano: è noto che queste munizioni sono  imprecise e poco affidabili.

Chi sono le vittime?
“Le munizioni inesplose hanno spesso un’apparenza inoffensiva. Sono dei piccoli oggetti, a volte di colore acceso, posati al suolo”, spiega Ben Lark. “Quando qualcuno, e in particolare i bambini, le trova nel proprio giardino o nel proprio campo, ha la tendenza a raccoglierle e questo può causare ferite gravi o anche la morte.”

Quando le armi a dispersione sono utilizzate in zone popolate o quando mancano il loro bersaglio, le conseguenze possono essere terribili. Le sottomunizioni che esplodono proiettano tutto intorno delle schegge di metallo, mentre una percentuale che va dal 10 al 30%, o anche più, non esplodono, contaminando così grandi superfici di terreno e compromettendo le attività di soccorso e di ricostruzione.

Durante il conflitto del Kosovo, nel 1999, il CICR ha raccolto informazioni che mostrano che le armi a dispersione avevano causato più di un terzo dei circa 500 decessi fra i civili, quasi lo stesso numero di morti provocati dalle mine e da tutti gli altri tipi di munizioni insieme. I bambini sotto ai 14 anni rischiano di essere uccisi o feriti circa 5 volte in più dalle sottomunizioni che non dalle mine anti-persona.

Limitare il loro uso

Dopo il successo della campagna di interdizione delle mine anti-persona, la mobilizzazione internazionale contro l’uso delle armi a dispersione guadagna terreno.

“La maggior parte di queste armi è stata ideata, fabbricata e acquistata all’epoca della guerra fredda. Oggi però sono utilizzate in scenari e contesti totalmente differenti: nei villaggi, nei centri abitati e anche nelle città e nei paesi in via di sviluppo. Esse sono utilizzate anche, e questo è paradossale, dalle forze internazionali che intervengono in nome delle cause umanitarie e per proteggere la popolazione”, spiega Peter Herby, capo dell’Unità Armi del CICR.

Stranamente, non esiste alcun trattato che regola specificatamente l’utilizzo delle munizioni a dispersione. Questi ordigni sono considerati come delle armi convenzionali e il loro impiego è regolato dalle norme del diritto internazionale umanitario (DIU). Il DIU afferma che esse non devono causare ai civili dei danni sproporzionati in rapporto al vantaggio militare che si ottiene con il loro utilizzo e che non possono essere impiegate per colpire senza discriminazione degli obiettivi militari e dei beni di carattere civile. È necessario, infine, prendere tutte le precauzioni possibili affinché dei civili non siano feriti o uccisi come conseguenza del loro uso.

“È difficile aspettarsi che gli Stati rispettino scrupolosamente le regole”, spiega Peter Herby. “Essendo un dato di fatto la mancanza di affidabilità e l’imprecisione di queste armi, l’utilizzo mirato e proporzionale è impossibile. È per questo che sono necessarie delle norme specifiche che ne regolino l’utilizzo”.

I conflitti del Kosovo e del Libano hanno provato nuovamente che l’utilizzo delle munizioni a dispersione non erano appropriate e hanno portato il CICR ad appellarsi agli Stati affinché cessino immediatamente di utilizzare armi a dispersione imprecise, poco affidabili, impediscano il loro uso contro gli obiettivi militari situati in zone popolate, distruggano gli stock esistenti e, fino alla loro distruzione, non trasferiscano più queste armi in altri paesi.

 Su queste basi, il CICR ha raccomandato, nell’agosto 2007, la costituzione di un nuovo trattato che includa una clausola cruciale relativa all’ “assistenza per le vittime, l’eliminazione delle munizioni a dispersione e delle attività volte a ridurre l’impatto di queste armi sulle popolazioni civili”.

Un’iniziativa lanciata dal CICR nel 2000, dopo il conflitto del Kosovo, ha ottenuto un successo limitato, sotto forma di un protocollo alla Convenzione su certe armi convenzionali, che stipula che tutte le parti di un conflitto armato debbano rimuovere le loro munizioni non esplose o portare assistenza a questo fine. Le parti in conflitto devono anche fornire rapidamente informazioni sul tipo di munizioni utilizzate e sulla loro ubicazione. Il protocollo non contiene alcuna restrizione all’uso delle armi a dispersione, né l’obbligo di ridurre il loro alto tasso di fallimento. Non tratta neanche degli elevati rischi né degli effetti indiscriminati di un attacco che utilizza armi a dispersione quando le sottomunizioni non esplodono, in particolare se l’attacco è lanciato su una zona popolata.

Un’interdizione totale

Il Movimento Internazione della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa si è unito alle iniziative che mirano a colmare queste lacune giuridiche. Gli sforzi della Croce Rossa Norvegese hanno contribuito a persuadere le autorità di questo paese a emettere una moratoria sull’utilizzo delle munizioni a dispersione, nell’attesa di un divieto internazionale. “Le Società nazionali conoscono meglio di chiunque altro gli effetti, in termini umanitari, delle sottomunizioni e hanno, quindi, l’obbligo di fare pressione sui decisori”, afferma Preben Marcussen, consigliere della Croce Rossa Norvegese.

“Il conflitto del 2006 in Libano ha provocato una contaminazione da sottomunizioni mai vista in passato. La maggior parte è stata lanciata, secondo noi, nelle 72 ore precedenti la fine del conflitto”, spiega Chris Clarke, che dirige il Centro di Coordinamento delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine in Libano.

La situazione libanese, così come il malcontento crescente suscitato dall’assenza di progressi nel quadro della Convenzione sulle armi convenzionali, dove l’unanimità degli Stati partecipanti è richiesta, hanno condotto la Norvegia a lanciare una nuova iniziativa, al di fuori della Convenzione. Essa impegna i paesi a negoziare e adottare un trattato che includa delle norme molto restrittive. Nel febbraio 2007, i rappresentanti di 46 paesi hanno adottato la “Dichiarazione di Oslo”, che richiede un trattato internazionale, da concludersi per la fine del 2008, che vieti l’utilizzo, la produzione, il trasferimento e lo stoccaggio delle cluster munitions che causano ai civili delle sofferenze inaccettabili.

Il tema delle armi a dispersione è ora dibattuto dagli Stati, sia nel quadro della Convenzione sulle armi convenzionali, sia nel contesto dell’iniziativa norvegese. Il fatto che due gruppi distinti di regole siano esaminati parallelamente presenta dei rischi, perché potrebbe verificarsi che né l’uno né l’altro vengano universalmente riconosciuti o, peggio ancora, che gli Stati scelgano in questi testi ciò che per loro è più conveniente.

Anche se è difficile predire l’avvenire, un numero importante di Stati sono determinati, nel quadro dell’iniziativa norvegese, a negoziare un trattato che regoli le armi a dispersione nei prossimi dodici mesi. Per Ahmed e le altre vittime delle sottomunizioni, è ormai troppo tardi, ma questo trattato eliminerà una pesante minaccia per le persone innocenti coinvolte nelle guerre e nei conflitti del futuro.

Marko Kokic
Redattore del CICR

La risposta del CICR

Il CICR conduce delle attività preventive contro le mine in 27 paesi. Esse sono realizzate nel quadro delle operazioni del CICR o dalle Società Nazionali con il sostegno del CICR. Queste misure mirano a limitare gli effetti delle mine e dei residui esplosivi di guerra, comprese le sottomunizioni, attraverso la raccolta di dati, la riduzione dei rischi e la sensibilizzazione. Nelle zone di conflitto armato, il CICR fornisce un sostegno diretto alle vittime e ai servizi di primo soccorso delle Società Nazionali. Il CICR gestisce o sostiene anche dei programmi di rieducazione fisica per i disabili in 23 paesi.

Fatti e cifre

Trentaquattro paesi hanno prodotto delle armi a dispersione e 75 paesi dispongono oggi di stock di tali armi. Gli stock esistenti contengono miliardi di sottomunizioni esplosive. Nel 2005, gli stock americani ufficiali contenevano circa 730 milioni di sottomunizioni; gli stock della Russia e della Cina sono probabilmente di ampiezza comparabile.

Paesi e territori dove le armi a dispersione sono state utilizzate: Afganistan, Albania, Arabia Saudita, Bosnia Erzegovina, Cambogia, Cecenia, Chad, Croazia, Eritrea, Etiopia, Iraq, Isole Falkland/Malvine, Israele, Kwait, Laos, Libano, Montenegro, Regno Unito, Sahara Occidentale, Serbia (compreso il Kosovo), Sierra Leone, Siria, Sudan, ex-URSS e Vietnam.

Fonte: Human Rights Watch

Le stime del numero totale delle vittime delle armi a dispersione vanno da 56218 a 64982, di cui 275 militari e 3906 persone il cui status è sconosciuto; tutte le altre sono civili.

Fonte: Handicap International

Tratto dal sito della Rivista Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa:
http://www.redcross.int/en/mag/magazine2007_3/26-27.html

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5 - Comitato Provinciale CRI Firenze
Convegno "La Guerra 1915-1918: le Crocerossine al fronte"
Firenze il 26 gennaio 2008 dalle ore 9.00 alle 12.00
presso l'Aula Magna della Caserma Redi in Via Venezia, 5.
il Convegno è anche l'occasione per la presentazione del libro "Sorelle nella Grande Guerra" di S.lla Monaco

Il Convegno è organizzato dal Presidente del Comitato Provinciale CRI Firenze Paolo Cioni e dall'Ispettrice Provinciale Infermiere Volontarie Sorella Maria Enrica Monaco.

Questi i relatori in programma:

Francesco Caponi  Presidente Regionale CRI Toscana
Paolo Cioni Presidente Provinciale CRI Firenze
Fabio Ciucconi Giornalista RAI
Paolo Vanni Delegato Nazionale alla Storia della CRI
Brig.Gen Antonio Santoro Presidente Commissione Medica d’Appello
Maria Enrica Monaco Ispettrice II.VV. Delegata Provinciale per la Storia della CRI
Carla Soldini Docente Storia Militare Facoltà Scienze Politiche Università Firenze
S.A.R. Silvia Savoia Aosta
Col.Antonino Zarcone Capo Ufficio Storico dello S.M.E., Roma
Padre Michele Pes Capo Servizio VIII Zona Pastorale dell’Ordinariato Militare
Mila Brachetti Peretti Ispettrice Nazionale Infermiere Volontarie
Massimo Barra Presidente Nazionale Croce Rossa Italiana

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6-  SCARICA ALLEGATO
Rifugiati: norme sull'attribuzione della qualifica e protezione sussidiaria
Decreto legislativo 19.11.2007 n° 251 , G.U. 04.01.2008
Emanate le nuove norme di allineamento alla legislazione comunitaria in materia di protezione dei rifugiati provenienti da Paesi terzi.
E' quanto contenuto nel decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale 4 gennaio 2008, n. 3) con il quale viene recepita la direttiva 2004/83/CE.
Comunicato da M.Grazia Ianniello 

 
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