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n° 219 del 07 Settebre 2004 Stampa E-mail
lunedì 06 settembre 2004
07 settembre 2004
nr. 219
Notiziario a cura del Museo Internazionale Croce Rossa
Castiglione delle Stiviere (MN)


Questo numero è inviato a nr 1.120 indirizzi e-mail


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“Love Boat” della Croce Rossa sfila durante la Canal Parade di Amsterdam
23 Agosto 2004 di Raimond Duijsens da The Hague
Traduzione non ufficiale di Colum Brendan Donnelly

 

 

2-Tratto dalla Red Cross Red Crescent – Numero 2 Anno 2004
“Percorrendo la Linea della Morte” By Virgil Grandfield
Traduzione non ufficiale di Colum B. Donnelly

 

 

 

1-“Love Boat” della Croce Rossa sfila durante la Canal Parade di Amsterdam
23 Agosto 2004 Di Raimond Duijsens da The Hague
Traduzione non ufficiale di Colum Brendan Donnelly

 

Per il terzo anno consecutivo, la Croce Rossa olandese partecipa alla Canal Parade di Amsterdam. Questa parata barche attraverso il centro storico cittadino è il culmine dell’annuale settimana Gay Pride che si svolge nella capitale.

 

Con la sua partecipazione, la Croce Rossa olandese ha sottolineato il proprio supporto per i progetti relativi ad AIDS / HIV nei Carabi, facendo un appello per la tolleranza ed il rispetto per le persone HIV positive.

 

L’imbarcazione della Croce Rossa olandese era un richiamo a Love Boat, una conosciuta serie tv degli anni ’80, dove una nave da crociera portava le persone nelle bellissime isole caraibiche.

 

La barca della Croce Rossa avrebbe potuto solcare solo i canali di Amsteredam, ma il tempo era tropicale.

 

Sui due palchi installati sul ponte, 12 volontari vestiti da marinai hanno ballato la sigla originale di Love Boat ed altra musica, suonata dal DJ di bordo. “ Il DJ ci ha fatto lavorare molto duramente, ma è stato un gran divertimento promuovere la Croce Rossa in questo modo”, afferma un volontario.

 

Come per la barca, due squadre promozionali della Croce Rossa si sono mosse in mezzo ai circa 400.000 spettatori, distribuendo depliant con informazioni sulle attività riguardanti AIDS / HIV della Croce Rossa olandese. Hanno fotografato delle persone le cui immagini possono essere scaricate da internet, e spedite come e–card.

 

“La maggioranza degli olandesi sa che l’AIDS ha avuto un effetto devastante sull’Africa. E’ meno conosciuto il fatto che il numero di HIV sta rapidamente aumentando nei Carabi”, afferma Leen Reavllier, che dirige i programmi della Croce Rossa Olandese in questa regione.

 

I Carabi hanno la più alta incidenza di HIV-positivi dopo l’Africa. Ciò è preoccupante, se teniamo conto del fatto che quest’area è una famosa meta turistica e che una vasta comunità caraibica vive in Olanda. In ogni caso, la consapevolezza rimane importante, come l’educazione – sia qui che là.

 

Questo è il motivo per il quale la Croce Rossa olandese attiva sia a casa che in supporto alle Società Nazionali consorelle, come la Croce Rossa dominicana, nella loro lotta all’AIDS.

 

“Trattare le persone HIV-positive o malate di AIDS con rispetto è un valore chiave in tutte le attività,” aggiunge Leen. “La causa dell’infezione e la storia personale del singolo non sono un motivo per decidere se fornire o no assistenza e sostegno. Il supporto della Croce Rossa è incondizionato”.

 

ENGLISH: http://www.ifrc.org/docs/news/04/04082301/

 

 

 

 

2-Tratto dalla Red Cross Red Crescent – Numero 2 Anno 2004 www.redcross.int
“Percorrendo la Linea della Morte” By Virgil Grandfield
Traduzione non ufficiale di Colum B. Donnelly

 

Gli Americani lo chiamano il Rio Grande - il Grande Fiume. I Messicani lo chiamano el Rio Bravo, il Fiume Incollerito. Per i milioni che di nascosto sfidano le sue correnti mortali e le sabbie mobili - rifugiati e sognatori che vengono da tanto lontano quanto Brasile, Russia o Cina - è "la Línea de la Muerte" - la Linea della Morte.

 

Antonio Zenon Urgia riposa su un nudo materasso e si domanda ad alta voce come potrà attraversare il fiume quando sarà terminato il suo periodo di tempo in questo affollato ostello per emigranti a Nuevo Laredo, Mexico. Ha tre giorni.

 

Il 39enne operaio edile honduregno non sa nuotare e non ha soldi neppure per il contrabbandiere meno caro sotto il ponte, dove sbarre frastagliate sommerse di vecchi basamenti sgretolati divorano vite umane come coccodrilli di ferro.

 

Un paramedico della Croce Rossa Messicana gli ha appena dato altre brutte notizie: attraversare il fiume inquinato infetterà ulteriormente la ferita alla sua gamba sinistra già gonfia, e probabilmente lascerà Antonio nei guai, a morire negli immensi boschetti di mesquite e cactus del Texas meridionale di là dal fiume.

 

Antonio si nasconde sotto la coperta. "Si soffre così tanto lungo il viaggio," dice. "E’ duro riportarne alla memoria qualunque parte".

 

I tre compagni di viaggio di Antonio si raccolgono intorno al suo letto e dolcemente lo aiutano a raccontare la storia di ciò che una persona - qualcuno come loro stessi e milioni di altri emigranti senza documenti che attraversano fiumi o palizzate, deserti, continenti o oceani - sopporta per un semplice sogno.

 

Il sogno di Antonio quando lasciò la sua casa sette settimane fa era di possedere 100 capre e dividere il loro latte con tutti i suoi vicini a Tacoa, in Honduras. Disse addio a sua moglie e ai due figli e partì per il suo viaggio solitario con in tasca la paga di due settimane - circa 25 dollari USA.

 

Come succede a molti emigranti che arrivano al confine tra il Guatemala e il Messico, i poliziotti derubarono Antonio dei suoi restanti 20 dollari non appena scese dall’autobus. Poi un uomo armato di coltello si prese le sue scarpe.

 

Antonio elemosinò un altro paio di scarpe, poi si nascose sul limitare della città e si mise in attesa di un treno merci diretto a nord. Mentre il treno passava lentamente, altri uomini emergevano dai cespugli e dai boschi a fianco di Antonio e si arrampicavano a bordo del treno in movimento insieme a lui. In un breve tratto, centinaia di uomini - forse 500 - si precipitarono sul treno, cercando di aggrapparsi alle scalette e arrampicarsi in cima ai vagoni ferroviari. Alcuni scivolarono sulle scalette e caddero urlando sotto le ruote taglienti del treno - uno proprio ai piedi di Antonio.

 

Dopo cinque ore di viaggio, una numerosa squadra di polizia federale per l’immigrazione - la migra - fermò il treno, e tutti gli uomini si diedero alla fuga nella campagna. Antonio si nascose in un campo erboso, e restò all’ascolto degli altri. Ben presto udì delle grida e il suono di uomini che venivano picchiati.

 

Antonio li vide cadere, i loro corpi che precipitavano e rotolavano lungo la sponda.

Più tardi, Antonio bevve un po’ d’acqua da un fosso e dormì nel campo. Il mattino seguente prese un altro treno merci. Di nuovo, decine di uomini si materializzarono dai cespugli e dai campi e si arrampicarono a bordo con lui.

 

Antonio e gli altri viaggiarono senza riposi, appesi alle scalette, in piedi tra i vagoni o appollaiati sulle strette passerelle in cima ai vagoni cisterna. Nessuno poteva scendere dal treno per cercare cibo e acqua. "Meglio soffrire la fame che perdere il treno," si diceva Antonio. Quelli che non riuscivano a rimanere svegli durante la notte cadevano dal treno. Li vide cadere, i loro corpi che precipitavano e rotolavano lungo la sponda.

 

Antonio camminò, a volte per giorni, tra un treno e l’altro. Mendicò il cibo, bussando a porte che si aprivano o si chiudevano ogni giorno ai 200 o 300 uomini come lui. La maggior parte delle persone lo insultava. "Mi urlavano di trovarmi un lavoro." Ma lui li capisce. "Sono stufi di noi, siamo così tanti."

 

Lungo il viaggio ha fatto amicizia con altri quattro honduregni. Bevevano dalle stesse pozze, saccheggiavano campi di granturco, si nascondevano in cisterne e tubi di scarico, si aiutavano a vicenda a salire sui treni, di notte, quando potevano, si stringevano vicini in edifici abbandonati o fossati, e si confortavano l’un l’altro quando non vi era altro conforto che i loro sogni.

 

"I nostri spiriti si sollevavano e poi cadevano," racconta Antonio. "Piangevamo per la nostalgia delle nostre famiglie e perchè avevamo paura di essere catturati, o che i los maras ci uccidessero."

 

Di notte, i los maras – gruppi di adolescenti e giovani adulti tatuati, armati di machete, alcuni di loro high on drugs – salivano sui treni e passavano da un tetto all’altro dei vagoni, rubando tutto agli emigranti, perfino le loro bottiglie d’acqua.

 

Di giorno, bambini e adulti si riunivano lungo la ferrovia e lanciavano grosse pietre ai viaggiatori. Alcuni dei compagni di Antonio cominciarono a salire sui treni armati di pietre per rispondere alle sassaiole.

 

Antonio rifiutò di portare pietre con se. "Lasciai tutto nelle mani di Dio," dice. Quando un ragazzo lancia una pietra, delle dimensioni di un ananas, che colpisce la tibia sinistra di Antonio mentre era indifeso sulla pedana di una carrozza ferroviaria, e dice, “non l’ho nemmeno maledetto”.

 

La pietra è penetrata attraverso i tre strati di pantaloni, indossati per combattere il freddo delle montagne, procurando una larga ferita nella sua gamba. Antonio si muoveva con difficoltà. La volta successiva che la migra ha fermato il treno ed ha iniziato la caccia, Antonio ha potuto solo zoppicare.

 

All’inizio, ogni treno trasportava da 300 a 500 viaggiatori non paganti. Ma a questo punto del viaggio, los maras, la migra e la sfortuna ha tagliato i numeri di 100 o 200 per treno.

 

Antonio ed i suoi compagni hanno viaggiato per un altro mese, saltando su 15 treni, fuggendo dalla migra sette volte e dormendo solo per tre notti su di un vero letto – presso un rifugio per emigratnti ad Orizaba, Messico. Lì hanno incontrato un uomo che aveva perso sotto le ruote di un treno.

 

Il malessere di Antonio si è così aggravato durante il viaggio che per giorni ha vomitato tutto quello che cercava di mangiare. L’acqua potabile non era disponibile. Era febbricitante, disidratato, anemico e un’infezione affliggeva la sua gamba sinistra.

 

Antonio, in un primo momento, non era in grado di descrivere ciò che pensava in quei giorni. Un compagno di viaggio gli da una mano, portandosi tutto dentro se: “Pensi solo ad arrivare, a lavorare e alla tua famiglia”. “Si”, dice Antonio, “ad arrivare”.

 

Mentre Antonio raggiungeva il Messico settentrionale, solo un pugno di viaggiatori – uno o due per ogni centinaio che intraprendeva il viaggio – rimanevano. Lui ed i suoi compagni trovarono un passaggio a bordo di un camion fino alla città di confine Nuevo Laredo – il maggior porto di terra del Messico per tutte le cose e le persone, legali ed illegali, per gli Stati Uniti d’America.

 

Una volta, a Nuova Laredo, hanno provato a cercare un lavoro per guadagnare un po’ di soldi. Ma senza le carte giuste, non c’era lavoro. Qualcuno li ha indirizzati verso un posto dove avrebbero potuto ricevere del cibo e dove poter riposare per tre giorni: la Casa del Migrante Nazareth, un ostello per emigranti gestito da un prete Cattolico, suore e laici della piccola ed attigua chiesa di San Giuseppe, santo patrono dei lavoratori.

 

Presso la Casa del Migrante Nazareth, Antonio ed i suoi compagni si sono trovati in buona, ma allo stesso modo cattiva compagnia – più che camminare feriti.

 

Alcuni hanno affrontato lo stesso viaggio infernale dall’America centrale. Un honduregno ha perso metà piede sotto la ruota di un treno. Un altro ha visto un uomo colpito da un machete e buttato dal treno, ed un altro uomo morto schiacciato mentre tentava di tirare via la moglie, caduta, da sotto le ruote del treno. La donna ha perso entrambe le gambe all’altezza delle cosce e deve essere morta a bordo del furgoncino che la stava trasportando rapidamente all’ospedale.

 

La maggioranza, in ogni modo, è arrivata all’ostello da un ponte a qualche isolato di distanza. Durante tutta la giornata, il solo traffico pedonale sul ponte è composto di deportati messicani, alcune volte a centinaia, lasciati all’estremità opposta dalle pattuglie di frontiera americane. Gli uomini e le donne nascondono le loro facce tra le mani mentre barcollano umiliati attraverso il ponte.

 

“ In che altro modo puoi chiamarlo quando non hai diritti a cui appellarti?”, afferma un agente della polizia di frontiera statunitense, “quando sei soggetto ai capricci e agli ordini di qualcuno? Quando le donne sono usate per atti illeciti, e hanno paura di andare dalla polizia?”.

 

Alcuni raccontano di scontare pene detentive a lungo termine. Erano entrati senza permesso perché le possibilità per un lavoratore povero di immigrare legalmente negli Stati Uniti erano – secondo un consulente all’immigrazione di Lardo, Texas – “zero”.

 

Una volontaria della Croce Rossa americana del Texas dice che l’intera sua comunità utilizza lavoratori clandestini, anche lo sceriffo. “Li sfruttano fino a quando possono lavorare. Quando uno si fa male, il sipario scende e non vedrai ne sentirai mai più nulla di loro”.

 

“Che cosa fai se qualcuno si fa male?” chiede. “Gli spari e lo seppellisci come un cavallo?”

 

I deportati sono parte di un grande e segreto esercito economico – da 10 a 20 milioni, forti ed indispensabili. Come soldati, muoiono in un terra di nessuno che si estende dall’Oceano Pacifico fino al Golfo del Messico.

 

Attraversare la Linea della Morte

 

Antonio chiede ad un uomo, in una brandina dalla parte opposta rispetto a lui, riguardo all’attraversamento in Texas. L’uomo non lo sa. Alla mattina, Antonio potrebbe parlare con uno dei “coyote” – contrabbandieri – che vivono nei pressi dell’ostello. Ma non ha soldi, ed è diffidente nei confronti dei coyotes.

 

Se Antonio potesse parlare con Angel, un immigrato nascosto in una casa sicura a nord del confine, potrebbe imparare come attraversare la Linea della Morte in maniera sicura.

 

Oltre 1.000 persone, ogni anno - alcune volte 40 per notte - vi passano attraverso, il primo rifugio per immigrati dista dai sette ai nove giorni di cammino dalla frontiera. Ricevono un po’ di cibo, dormono sul pavimento e le loro ferite sono curate da guaritori tradizionali. La notte successiva, si rimettono in cammino.

 

Angel vive qui. Altri uomini nella stessa casa-rifugio, dicono che il forte e spalluto Angel ha delle radici come quelle di una quercia da entrambi i lati della frontiera. Il trentanovenne ha attraversato la Lìnea de la Muerte quasi ogni anno, sin da ragazzo. Si è profondamente abbronzato, piantando giardini, tagliando l’erba e mitendo il raccolto, le sue mani sono divenute grosse costruendo strade e case.

 

Angel spiega che cosa dovrebbe fare, qualcuno come Antonio, per attraversare la Linea della Morte e sopravvivere. Un codice che ha iniziato ad imparare quando ha attraversato per la prima volta, ad 11 anni, insieme a suo padre e a suo zio: deve portare con sé carne essiccata, sale, aspirine e tutta l’acqua che può trasportare per la lunga camminata attraverso un territorio selvaggiamente caldo, secco e aspro.

 

Deve trovare, lungo il fiume, un luogo non sorvegliato da telecamere, da sensori di movimento o agenti della polizia di frontiera equipaggiati con visori notturni: qualche posto lungo il fiume che non sia il territorio controllato da contrabbandieri violenti, che aiutano quelli che possono pagare. Deve evitare i contrabbandieri; alcuni sapranno che è povero e proveranno a forzarlo a trasportare droga per loro in cambio del passaggio. Deve portare i suoi vestiti in un sacco di plastica e, se non è in grado di nuotare, deve attraversare galleggiando su una camera d’aria. Deve cancellare le sue tracce.

 

Deve camminare solo di notte per evitare di essere scoperto e per il caldo. Deve sempre rimanere in silenzio, anche se in buona compagnia. Deve seguire “el Carrito” tra le stelle, una costellazione a forma di carro la cui estremità punta verso nord. Deve cercare mulini ad acqua e rimanere in ascolto per le rane. Dove ci sono rane, c’è acqua.

 

Deve prepararsi a bere acqua che è verde. Deve essere pronto ad arrampicarsi, tagliare o strisciare sotto 20 o più recinti per cervi alti tre o quattro metri. Deve stare attento ai fili taglienti come rasoi sulla sommità di alcuni recinti. Deve riparare ogni recinto dovesse tagliare.

 

Deve portare con sé una fionda ed un coltello, in modo che quando il cibo finirà, può abbattere un coniglio o uccidere una capra. Deve essere pronto a mangiare serpenti, armadilli o selvaggina morta, trovata nei recinti o sulle autostrade. Ma senza selvaggina o fuoco, deve mangiare cactus crudi.

 

Non deve mai rompere finestre, forzare porte o rubare presso le capanne o le fattorie dove le persone lasciano cibo per gli emigranti.

 

Questo, dice Angel, è come si attraversa la Linea della Morte.

 

Nei prossimi tre giorni, Antonio potrebbe essere fortunato. Potrebbe in qualche modo ricevere il farmaco che gli serve per la gamba. Potrebbe trovare un lavoro per pagarsi un’altra settimana di riposo sul pavimento di una delle case vicine dove gli immigrati come lui sono stipati come sardine. Potrebbe incontrare un Angel che gli mostri come attraversare e sopravvivere.

 

Oggi è stato fortunato, ha fatto una doccia, la barba ed un taglio di capelli all’ostello. Al di sopra della cappella di San Giuseppe ha scelto alcuni vestiti puliti di seconda mano da sopra un tavolo, per poi andare in una grande sala da pranzo al piano superiore. Si è trovato di fronte ad un piatto fumante di cibo, accanto ai suoi compagni e circa 60 uomini come lui. Quando una suora ha chiesto ad uno di loro di pregare, gli uomini si sono tolti i cappelli ed hanno chinato le teste.

 

La preghiera dell’uomo era lunga, pena di ringraziamenti e invocando per le loro famiglie e per la giornata che verrà. Quando la preghiera dell’uomo finì, la suora aggiunse alcune brevi e semplici preghiere, come sempre, e gli uomini si sedettero a mangiare.

 

Tornato all’ostello, Antonio ha raccontato la storia della sua giornata, con l’aiuto dei suoi amici. La sua pancia è piena, per una volta, perciò presto andrà a dormire. Dispone di un materasso per tre notti, per sognare i suoi sogni semplici, e ha 3 giorni per ascoltare la semplice preghiera della suora: ”Signore, cammina con noi, ed eleva le nostre anime”.

 

La preghiera dell’uomo era lunga, pena di ringraziamenti e invocando per le loro famiglie e per la giornata che verrà.

 

Virgil Grandfield

Virgil Grandfield è una scrittrice freelance ed una delegata oltremare della Croce Rossa Canadese.

 
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