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n° 288 del 26 Ottobre 2006 Stampa E-mail
giovedì 26 ottobre 2006

26 Ottobre 2006

nr. 288

Notiziario

Sito web www.caffedunant.it


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Contenuto:

1 - Aperta la Sezione “Convegno Istruttori D.I.U. 2006” sul sito del Caffè Dunant
di M.Grazia Baccolo

2 - L’Associazione Collezionisti Croce Rossa “Ferdinando Palasciano”
di Riccardo Romeo Jasinski

3 - 19 ottobre 2006 Intervista dal Sito web del CICR
Portare le società private di sicurezza e militare a rispettare la legge
Traduzione non ufficiale di Colum Donnelly

4 - 19-10-2006 CICR News 06/62
Azerbaidjan: nuove aree di gioco sicure per i bambini
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo
 
5 - 10 ottobre 2006 Comunicato CICR
Gaza - Bollettino CICR No. 10/2006
Ultimo rapporto sulle attività del CICR sul campo
Traduzione non ufficiale di Colum Donnelly

6 - Rivista del Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – n° 2 / 2006
Traversata mortale
di Alex Wynter, giornalista ed editore, Regno Unito
Traduzione non ufficiale di Matteo Cavallo

7 - allegato
60° SESSIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE
sintesi di Luisa Del Turco – 2005

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1 - Aperta la Sezione “Convegno Istruttori D.I.U. 2006” sul sito del Caffè Dunant

Sul sito www.caffedunant.it è stata aperta la sezione speciale dedicata al Convegno Istruttori D.I.U. “Flussi migratori e fruizione dei Diritti Fondamentali”  svoltosi a Campobasso il 15, 16, 17 settembre 2006.  Verranno pubblicate le comunicazioni e le relazioni che ci verranno trasmesse per il tramite del Prof.Paolo Benvenuti, che ringraziamo per la preziosa collaborazione.

M.Grazia Baccolo

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2 - Amici di Croce Rossa
appassionati di storia e di collezionismo

L’Associazione Collezionisti Croce Rossa “Ferdinando Palasciano”
è un’opportunità per Voi
per approfondire, scambiare, ricercare, conservare,
conoscendo persone che hanno la stessa vostra passione!

Per informazioni telefonare al numero 3496197541 o scrivere alla
Associazione Collezionisti Croce Rossa “Ferdinando Palasciano”
C.P. 209 - 57100 Livorno

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3 - 19 ottobre 2006 Intervista
Portare le società private di sicurezza e militare a rispettare la legge
Mentre numerosi compiti militari e di sicurezza vengono "esternalizzate" a società private, si levano interrogativi su quali norme regolino la loro azione in situazioni di conflitto. E.C. Gillard, esperta legale del CICR, commenta l'iniziativa del governo Svizzero per la promozione del rispetto del Diritto Internazionale Umanitario e propone alcune soluzioni per risolvere la questione.
Traduzione non ufficiale di Colum Donnelly

Come è nata l'iniziativa?

L'idea è nata dal Dipartimento Affari Esteri Svizzero. A causa della crescente presenza di compagnie private militari/di sicurezza (PMC/PSC) nei paesi interessati da conflitti armati, incluse le occupazioni, hanno pensato fosse utile iniziare un processo di dialogo e riflessione tra stati riguardo alle regole legale da applicare.

Quali regole applicare e sono esse adeguate?

I giornalisti ed i commentatori spesso sottolineano la mancanza di norme riguardanti le PMC/PSC. Per il CICR, d'altra parte, è chiaro che in caso di conflitto armato esiste un corpus di norme applicabili, chiamate DIU (IHL), che regola sia le attività del personale delle PMC/PSC, sia la responsabilità degli stati che li hanno ingaggiati.

La legislazione inoltre attribuisce una serie di obblighi ai governi dei paesi dove queste compagnie sono registrate o incorporate, e dove operano.

In caso di infrazioni del DIU, la responsabilità del personale delle PMC/PCS e degli stati che li hanno ingaggiati appare abbastanza chiara. Effettivamente, sono sorte difficoltà pratiche nell'intraprendere azioni legali per contrastare le violazioni.

La carenza a livello legislativo, sia nazionale che internazionale, riguardante la regolamentazione dei servizi offerti dalle PMC/PCS e dei processi amministrativi, se previsti, che devono essere tenute a rispettare per poter operare. Non esiste alcun progetto di regolamentazione internazionale che si concentri su questo tipo di industria e sulle attività svolte.

Solo un ristretto numero di paesi ha adottato una legislazione specifica, stabilendo delle procedure che le PMC/PCS basate nel proprio territorio devono rispettare per lavorare all'estero (Sud Africa) o che regolano le compagnie che operano nel proprio territorio (Iraq, Sierra Leone).

E' semplicemente la proposizione del desiderio dei legislatori di regolare tutto?

Non sempre!!! Le PMC/PSC lavorano sempre più frequentemente in situazioni - come l'Iraq - che li portano a stretto contatto con le persone vulnerabili protette dalle Convenzioni di Ginevra; è essenziale per loro conoscere e rispettare la legge. Alcune PMC/PCS hanno in effetti richiesto la chiarificazione dei regolamenti e delle leggi, accogliendo positivamente iniziativa.

Chi è coinvolto in questa iniziativa - quali sono gli obiettivi specifici?

Essenzialmente, gli stati sono le prime entità considerate. Ma i rappresentanti dell'industria di questo settore offrono un contributo estremamente importante, perciò sono stati consultati, oltre ad annoverare un ristretto gruppo di esperti.

Questo documento può inoltre spingere in avanti l'opzione per l'adozione di una piattaforma legale comune a livello nazionale che fornirebbe solide basi giuridiche per questa particolare situazione.

Quali sono i passi successivi?

Un primo workshop, tenutosi nel gennaio 2006, ha raccolto gli esperti provenienti da diversi paesi ed un ristretto numero di rappresentanti dell'industria del settore e di altri esperti; le reazioni sono state molto positive. Un secondo incontro è in agenda per il mese di novembre 2006 a Montreux.

Il nostro obiettivo sarà quello di creare una base comune a livello internazionale o regionale, in particolare durante la 30a Conferenza Internazionale di Croce Rossa  e Mezzaluna Rossa, prevista nel novembre 2007.

Una cosa è certa: la presenza delle PMC/PSC nelle zone di conflitto sembra essere costante o addirittura in aumento, perciò il momento per iniziare a discutere di regolamentazioni è adesso.

Tratto dal sito del CICR:
http://www.cicr.org/web/eng/siteeng0.nsf/html/privatisation-war-interview-191006

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4 - 19-10-2006 CICR News 06/62
Azerbaidjan: nuove aree di gioco sicure per i bambini
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

La Società di Croce Rossa d’Azerbaidjan inaugura oggi (19-10-06 NdT) diverse aree di gioco recentemente rese sicure, allestite per i bambini di due villaggi del distretto di Figuli, situate sulla linea del fronte, nel sud-ovest del Paese, dove un grande numero di mine e di altri ordigni esplosivi lasciati dopo il conflitto Haut-Karabakh continuano a impedire il ritorno alla vita normale.

La costruzione di questi campi di gioco si inserisce in un progetto realizzato con il sostegno operativo del CICR e grazie all’appoggio finanziario della Croce Rossa Norvegese.

Mahiya Casanova, un’allieva del quarto anno, può da ora in avanti andare in altalena dopo la scuola, nella nuova area di gioco del suo villaggio. <Fuori da casa nostra, abbiamo poco spazio per divertirci – dice – da oggi veniamo qui.>

Lo scopo di questo progetto è di creare luoghi dove i bambini possano giocare senza temere le mine e altri resti di esplosivi di guerra. Nelle regioni colpite dai conflitti, i bambini sono stati educati al concetto di “area di gioco” e alla elaborazione dei consigli di sicurezza a loro destinati.

<I genitori hanno espresso il loro riconoscimento ai membri della Mezzaluna Rossa per la costruzione dei campi di gioco sicuri nei loro villaggi> ha dichiarato Baygan Veliyev, coordinatore del progetto per la Società della Mezzaluna Rossa dell’Azerbaidjan. <Essi dicono che da ora in avanti non si preoccuperanno più quando i loro bambini andranno a giocare fuori>.

Nel 2005, quindici aree di gioco sicure sono state allestite dalla Società nazionale, con il sostegno del CICR. Da ora alla fine del 2006, dieci terreni dello stesso genere saranno attivati. Si tratta di uno dei numerosi progetti realizzati dal CICR e le Società Nazionali  nelle regioni disseminate da mine ovunque nel mondo, e tende con misure pratiche, a ridurre l’impatto delle mine e degli esplosivi di guerra lasciati sul terreno.  

Originale francese al link:
http://www.icrc.org/Web/fre/sitefre0.nsf/html/azerbaijan-news-191006!OpenDocument

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5 - 10 ottobre 2006 Comunicato CICR
Gaza - Bollettino CICR No. 10/2006
Ultimo rapporto sulle attività del CICR sul campo
Traduzione non ufficiale di Colum Donnelly

Situazione generale

Scontri occasionali tra gruppi armati Palestinesi sono proseguiti nella Striscia di Gaza durante tutta la settimana, ma non hanno mai raggiunto i livelli di tensione del primo ottobre. Si sono verificati un certo numero di incidenti che hanno provocato la morte di tre persone, portando il numero di decessi tra la popolazione civile a 12 dall'inizio del mese. Altre 43 persone sono state ferite durante il corso della settimana, tra cui molti civili coinvolti  accidentalmente negli scontri a fuoco.

In seguito agli eventi del primo ottobre, incidenti violenti si sono verificati a West Bank, in particolare Ramallah, Hebron, Jericho, Qalqilya e Nablus. L'atmosfera nelle strade rimane tesa.

I gruppi militanti Palestinesi hanno proseguito con il lancio di razzi fabbricati artigianalmente contro Israele. Uno dei razzi è caduto nei pressi dell'abitazione del sindaco di Sderot, ma non sono stati registrati decessi sul fronte Israeliano.

Nella striscia di Gaza, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno proseguito gli attacchi e la distruzione delle case e degli edifici sospettati di essere depositi di armi. Sono state inoltre effettuate una serie di brevi azioni militari in altre aree.

Saifa, nella parte nord orientale della striscia di Gaza, ha sperimentato l'intensità dell'azione dell' IDF. Il primo ottobre - per la terza volta in due settimane - i terreni agricoli ed i sistemi d'irrigazione sono stati distrutti. Una quarta e più lunga incursione ha avuto luogo il sei ottobre. E' stato consentito l'accesso al CICR all'area durante le operazioni, permettendo la consegna alle famiglie di cibo, kit igienici e coperte.

Si segnala un piccolo miglioramento nei movimenti di beni e persone da e per la striscia di Gaza. Il terminal cargo di Karni è stato aperto il 4 ottobre, mentre la frontiera con l'Egitto di Rafah è stata aperta per due giorni. In ogni caso, le severe restrizioni riguardanti l'accesso al mare dei pescatori rimangono ancora in vigore.

Attività di Croce Rossa / Mezzaluna Rossa

Durante le scorse settimane, il CICR ha distribuito aiuti a 29 famiglie le cui case erano state distrutte nelle aree di Rafah, Shoka e Khan Younis. I kit contenevano teli impermeabili, materassi, coperte ed altri oggetti essenziali. Dalla fine di agosto, 295 famiglie hanno ricevuto questo tipo di aiuti da parte del CICR.

Il CICR ha inoltre distribuito kit di emergenza ad hoc, in forma di razioni alimentari e kit igienici, a 29 famiglie nei distretti di Rafah e Khan Younis durante lo stesso periodo.

Lo staff sanitario del CICR ha visitato gli ospedali di Beit Hanoun e Shifa, in seguito alle esplosioni di violenza della scorsa settimana, per discutere con le autorità le condizioni delle strutture e le necessità più impellenti. Le visite erano parte dell'attuale politica del CICR, che prevede il mantenimento di stretti contatti con gli ospedali del West Bank e di Gaza. L'organizzazione ha inoltre contribuito a coordinare il trasferimento verso Gaza di forniture farmaceutiche governative conservate a Ramallah.

Il CICR ha continuato a facilitare gli spostamenti delle ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) nonostante le operazioni militari in corso. Ha inoltre organizzato l'evacuazione di pazienti che richiedevano cure mediche all'esterno della striscia di Gaza. Ha sostenuto il servizio di emergenza sanitaria della PRCS, gli ospedali ed i centri di cura, facilitando la consegna di forniture mediche essenziali.

Il programma di visite familiari del CICR per i detenuti Palestinesi in Israele è ripreso il 13 agosto nella striscia di Gaza. Dal 2 al 5 ottobre, 197 familiari sono stati in grado di visitare 105 detenuti.

Il CICR mantiene i contatti con le autorità e con vari gruppi della popolazione Palestinese, e costantemente manifesta la propria volontà di visitare il soldato Israeliano Gilad Shalit. Attraverso questi contatti e anche pubblicamente, il CICR continua a sollecitare i sequestratori del soldato di trattarlo umanamente, di rispettare la sua vita e la sua dignità permettendogli di comunicare con la sua famiglia.

Tratto dal sito del CICR:
http://www.cicr.org/web/eng/siteeng0.nsf/html/palestine-news-101006!OpenDocument

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6 - Rivista del Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – n° 2 / 2006
Traversata mortale
di Alex Wynter, giornalista ed editore, Regno Unito
Traduzione non ufficiale di Matteo Cavallo

L’area del Mediterraneo, frontiera tra l’Europa e l’Africa, è divenuta una delle più pericolose rotte di migrazione in cui ogni anno perdono la vita centinaia, e probabilmente migliaia, di persone.

Fodé Camara viene dalla Guinea-Bissau, ha 41 anni ed è padre di tre figli; ha scelto di prendere la via “facile” per la Spagna, fintanto che è praticabile e cercherà di raggiungere le Isole Canarie direttamente dal Sahara Occidentale. Un viaggio via mare di un centinaio di chilometri verso Fuerteventura, l’isola più vicina alle coste africane, un’unica semplice rotta: sempre a nord-ovest. “Siamo partiti alle cinque del mattino e per le sette della sera eravamo in Spagna,” ricorda.

Quando sono sbarcati, la polizia spagnola ha cercato di scoprire chi fosse alla guida della patera, una piccola imbarcazione da pesca. I contrabbandieri, a volte sono soltanto i presunti timonieri delle imbarcazioni che trasportano gli emigranti, rischiano cinque anni di carcere se ritenuti colpevoli dalle corti di giustizia spagnole.

Durante i primi giorni del nuovo afflusso di immigrati, racconta Gerardo Mesa Noda, presidente della sede di Fuerteventura della Croce Rossa Spagnola, si sono registrati casi di contrabbandieri in preda al panico che costringevano i passeggeri a gettarsi in mare quando viene avvistata la terra.

Per Mesa Noda, banchiere in pensione e persona premurosa e di profonda umanità, che tiene un resoconto preciso degli immigrati in arrivo e di quelli che sono dichiarati morti, la disperazione di cui è stato testimone settimana dopo settimana non è altro che un parametro della crisi in cui versa l’Africa. “Il mondo deve sapere che cosa capita qui,” ha dichiarato. “Queste persone non affrontano tali rischi per nulla.”

In un certo senso, Fodé Camara si era già conquistato il suo biglietto per l’Europa. “Ho passato due anni in Marocco cercando di racimolare i soldi necessari per il viaggio,” ha spiegato. Il colpo di fortuna l’ha avuto quando è arrivata una compagnia cinematografica americana per girare il  film “Black Hawk Down”: è stato assunto come comparsa. Ma questo succedeva nel 2001. Per sette anni non ha potuto vedere la sua famiglia.

Fin dal suo arrivo nelle Canarie, questo alto uomo della Guinea ha cercato di apprendere lo spagnolo, ma al momento si trova sospeso in una sorta di “limbo legale”, in cui gli viene impedito di cercarsi un lavoro; tuttavia, secondo la legislazione spagnola, non può essere rimandato in Guinea-Bissau, dal momento che non esistono accordi bilaterali tra questo paese e Madrid circa il rimpatrio dei clandestini. Come molti altri emigranti dalle regioni sub-sahariane, Camara è fuggito dalla povertà e dalla situazione di conflittualità diffusa, circostanze che spesso affliggono profondamente l’Africa; ma non è ufficialmente un rifugiato e neppure un richiedente asilo, bisognoso di protezione umanitaria temporanea. Camara vuole semplicemente lavorare in Spagna.

Morte in mare

Magat Jope, 34 anni, è un elettricista che arriva dal Senegal: ha preso in prestito 1100 dollari da sua madre per imbarcarsi su una nave di emigranti diretta alle Isole Canarie all’inizio dell’anno, ma non è stato fortunato. Come migliaia di africani, è stato costretto a tentare di raggiungere le Canarie seguendo la via più lunga, e molto più pericolosa, dalla Mauritania (e più recentemente anche partendo dal Senegal), in seguito all’attività di repressione della migrazione illegale dal Sahara Occidentale ad opera del governo marocchino.

Gli emigranti salpano vicino a Nouadhibou, il porto più settentrionale della Mauritania, a bordo di un cayuco (imbarcazione africana a scafo piatto simile ad una canoa ed usata soprattutto per la pesca) e seguono un percorso molto difficoltoso di circa 500 chilometri, risalendo l’intera costa del Sahara Occidentale, prima di dirigersi verso Gran Canaria e Tenerife attraverso l’oceano Atlantico.

Kevin Sullivan, corrispondente del Washington Post, ha raccontato dalla Mauritania che dopo quattro giorni trascorsi con il mal di mare, continuamente a sgottare, la bagnarola su cui si trovava Jope è stata intercettata dalla guardia costiera marocchina e rimorchiata indietro fino a Nouadhibou. Alcuni dei passeggeri hanno cercato a quel punto di raggiungere la costa a nuoto, per evitare di essere rimpatriati.

Jope è venuto poi a sapere che alcuni amici sono annegati dopo che il cayuco su cui viaggiavano e che trasportava circa 30 persone aveva fatto naufragio durante la notte. Le morti in mare, secondo quando ha riportato Sullivan, hanno fornito parecchio lavoro ai becchini di Nouadhibou all’inizio dell’anno.

“È veramente pericoloso”

Nel corso del 2005, gli aspiranti emigranti africani si sono riversati a Nouadhibou, tradizionalmente una città aperta e cosmopolita, incrementando la popolazione da 90000 fino ad una cifra che si aggira sui 100000 abitanti.

Padre Jerome Otitoyomi Dukiya ricorda quando all’inizio dell’anno scorso un giovane in preda all’eccitazione si precipitò nel suo ufficio riferendo la notizia che un gruppo era riuscito a compiere tutto il tragitto fino a Las Palmas in cayuco. Il missionario nigeriano, che lavora a Nouadhibou da quattro anni, si trova in una posizione ottimale per valutare l’entità della crisi umanitaria che comporta questo genere di migrazione irregolare. Dice che nessuno può fornire dati precisi, ma “ci sono sempre delle informazioni”, ha raccontato al Magazine della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa in un’intervista telefonica da Nouadhibou.

“È molto pericoloso, molto rischioso. Si rende conto di quante persone abbiamo perso? La prima cosa che fanno è contattare qualcuno per informarlo che ce l’hanno fatta e sono arrivate,” ha raccontato. “E poi la voce si sparge in tutta la città.”

Cifre in rialzo

Ahmed Ould Haye, Mezzaluna Rossa della Mauritania, usando informazioni provenienti da diverse fonti, comprese quelle spagnole, ritiene che siano 1200 i migranti morti in mare nell’arco di un periodo di cinque mesi, a partire dal novembre 2005.

Secondo le informazioni provenienti dalle Isole Canarie, dove i migranti arrivati nei primi cinque mesi del 2006 superano di gran lunga il numero di quelli giunti nell’intero 2005, una imbarcazione su tre proveniente dalla Mauritania è affondata. Padre Jerome, che si rammarica del fatto che per la sua stessa natura questa tragedia non può essere conteggiata in modo appropriato, sostiene che le cifre reali possono essere di decisamente peggiori. “Penso che solamente un trenta percento di coloro che tentano il viaggio riesca a compiere la traversata.”

Nei primi mesi del 2006, quando l’esodo dalla Mauritania era ormai in pieno corso, sono iniziate ad abbondare le storie di tragedie consumatesi in mare aperto. L’unica imbarcazione in dotazione alla guardia costiera di questo paese impoverito ha trovato una nave che era salpata apparentemente dal porto di S. Louis, 600 chilometri più lontano ancora delle Canarie. Era rimasta in mare per due settimane; erano morti più della metà dei quaranta passeggeri.

Rickard Sandell, specialista sul tema dell’immigrazione presso il Real Instituto Elcano di studi internazionali e strategici di Madrid, ha dichiarato che la frontiera tra Europa ed Africa è diventata “uno dei passaggi migratori più pericolosi di tutti i tempi”.

Sulla terraferma, la Croce Rossa Spagnola e la sede di Nouadhibou della Mezzaluna Rossa della Mauritania hanno predisposto un programma di assistenza umanitaria per i migranti sotto il controllo delle autorità locali in un centro di nuova costruzione. Tre delegati spagnoli e 15 volontari della Mezzaluna Rossa forniscono acqua, pasti caldi, cure sanitarie, coperte, kit per l’igiene, vestiti e carte telefoniche gratuite.

“Molti dei migranti sono sopravvissuti ad incidenti in mare,” racconta Jaime Bará Viñas, responsabile della sezione per l’Africa della Croce Rossa Spagnola, che si è recato in Mauritania all’inizio dell’anno. Le Società Nazionali sono consapevoli dell’esigenza di fornire assistenza umanitaria, ma nessuno vuole creare un “pull factor” [NdT I fattori determinanti il fenomeno migratorio possono essere divisi in fattori di attrazione (pull factor) e fattori di spinta all’emigrazione (push factor)] che invogli sempre più migranti irregolari ad intraprendere un viaggio che può diventare mortale.

“Queste persone non sono criminali,” sostiene Bará. “Molti di essi sono soltanto dei giovani in cerca di un futuro migliore. In alcuni casi capita che siano le stesse comunità di partenza a scegliere chi dovrà compiere un viaggio così pericoloso.”

Le Società Nazionali, soprattutto le Società della Mezzaluna Rossa nel Maghreb, devono riflettere attentamente nell’intraprendere qualsiasi iniziativa che vada al di là dell’assistenza umanitaria di base.

Un trattamento più giusto

Helene Lackenbauer, specialista in tema di migrazione della Federazione Internazionale, sostiene che la popolazione africana sub-sahariana non ha beneficiato pienamente dell’aumento considerevole che ha riguardato l’immigrazione primaria verso l’Unione Europea nel corso del decennio passato; incremento che, nel caso della Spagna, ad esempio, ha portato il numero dei migranti internazionali da più di un milione nel 1995 fino a quasi 4,8 milioni nel 2005, ovvero l’11,1 percento della popolazione, secondo le cifre fornite dalle Nazioni Unite.

“I paesi ricchi continuano a selezionare i migranti,” ha spiegato, “e scelgono deliberatamente di accogliere, per esempio, gli informatici provenienti dall’India o il personale sanitario dall’Africa. Al tempo stesso, gli immigrati irregolari non specializzati attualmente sostengono il settore agricolo, dell’edilizia e la ristorazione in alcuni, con salari più bassi di quelli a cui potrebbero aspirare se fossero regolarizzati.”

Helene Lackenbauer si augura che vengano predisposti programmi di assistenza per i lavoratori provenienti dalle regioni da cui i migranti si mettono in viaggio per il Mediterraneo. “Dovrebbero poter fare domanda per un permesso di lavoro, invece di dover rischiare la loro vita su imbarcazioni di fortuna. Così si potrebbero garantire i loro diritti fondamentali nei paesi di immigrazione.”








 La Croce Rossa Italiana a Lampedusa

La minuscola isola italiana di Lampedusa, nel Mediterraneo Centrale, più vicina alla Tunisia che alla Sicilia, è un altro sito di fondamentale importanza per la crisi dell’immigrazione clandestina nella regione.

Anche qui, nel 2006, sono arrivati mese dopo mese sempre più immigrati irregolari.

Nel 2004 e nel 2005 l’Italia è stata accusata di aver violato la Convenzione delle Nazioni Unite sui Rifugiati del 1951 attraverso la deportazione dei migranti senza preventivamente accertare se alcuni di questi fossero rifugiati. Non è stato possibile verificare in modo indipendente quello che è successo veramente a Lampedusa, dal momento che l’isola è stata chiusa alle agenzie ed organizzazioni umanitarie. Ma a febbraio di quest’anno la Croce Rossa Italiana, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione sono state autorizzare ad aprire un ufficio congiunto presso il centro di accoglienza temporaneo governativo, sito nei pressi del piccolo aeroporto dell’isola.

Non poter andare da nessuna parte

Le infermiere della Croce Rossa Italiana ora si occupano delle donne e dei bambini che si trovano presso il centro, un piccolo agglomerato di edifici dell’aviazione e di container per le merci, convertiti in dormitori, stretti tra la pista dell’aeroporto e ordinati filari di olivi, fichi e viti. Il sottile filo spinato che circonda il centro non potrebbe resistere al tentativo di fuga di chi fosse veramente determinato, ma a Lampedusa – 3 chilometri di larghezza per 11 chilometri di lunghezza – non si può andare da nessuna parte.

In una stanza del centro, molto spartana, Ajana, che proviene dal Ghana, ricorda la testa che girava a causa dello disagio e della paura dopo una giornata trascorsa sull’imbarcazione sovraccarica, insieme ad una decina di altri africani. Vicino a lei, seduta sopra un letto, c’è Gifti, che si è imbarcata malgrado fosse incinta di 38 settimane. In un angolo della stanza, una coppia sposata condivide un letto a castello.

Nessuno dei ghanesi sa con sicurezza chi fosse a condurre la piccola imbarcazione che li ha portati a Lampedusa. Ma Ajana ricorda che, quando è stata svegliata dal rumore di un elicottero della Guardia Costiera italiana, gli atri passeggeri stavano dicendo che dopo aver avvistato la terraferma i due contrabbandieri – a detta dei passeggeri, provenienti dall’Egitto – si sono trasferiti su una seconda imbarcazione che fino a quel momento li aveva trainati e se ne sono andati.

Un dilemma umanitario

Gli operatori umanitari nel Nord Africa e sulle isole italiane concordano che il traffico di persone in quest’area del Mediterraneo è decisamente meglio organizzato di quanto non lo fosse due anni fa. Vi sono ragioni per credere che il numero dei decessi dovrebbe scendere.

Antonietta Maltese è la vice direttrice della sezione di Agrigento della Croce Rossa Italiana, costa meridionale della Sicilia, ed è responsabile delle infermiere volontarie che si occupano dei migranti nella palestra di una scuola. Come molti altri operatori umanitari che lavorano nella regione, anche la sig. Maltese ha notato che gli immigrati clandestini che sbarcano sulle isole italiane sono in condizioni di salute relativamente buone: i casi di disidratazione sono rari, così come i casi di rigidità paralizzante, molto frequenti presso gli immigrati nella zona delle isole Canarie e che può essere loro fatale nel caso cadano in acqua o siano buttati in mare.

“Sono mesi che non posiziono più una fleboclisi,” riferisce Stefano Valentini, il dottore di Medici Senza Frontiere che opera a Lampedusa: ha lavorato per molti anni in Africa e si occupa degli immigrati appena sbarcati e, come Gerardo Mesa Noda, tiene un registro accurato degli arrivi.

Vi sono ormai dei forti sospetti (ma non ancora delle prove) che i trasportatori utilizzino barche più grandi per effettuare la maggior parte del percorso dalla Libia, per poi trasferire i passeggeri su imbarcazioni più piccole, troppo fragili per poter essere rimandate indietro, con cui compiere l’ultima parte del viaggio fino alla costa italiana.

Tratto da “The Magazine of the International Red Cross and Red Crescent Movement” – n°2/2006 (www.redcross.int)

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7 - SCARICA L'ALLEGATO

60° SESSIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE
sintesi di Luisa Del Turco – 2005
In riferimento all’allegato segnaliamo i link ai documenti finali originali dell’Assemblea in lingua inglese pubblicati sul sito del Caffè Dunant

http://www.caffedunant.it/articoli/2006/288/GA_Final_Report.pdf
http://www.caffedunant.it/articoli/2006/288/GA_Summit_Report.pdf

 
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