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n° 274 del 11 Agosto 2006 Stampa E-mail
venerdì 11 agosto 2006
11 Agosto 2006
nr. 274

Notiziario

Sito web www.caffedunant.it


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Contenuto:
1 - “Arrivo missione di pace Istanbul Ravenna”
Ricevuto da Fulgida Barattoni

2 - 7 agosto 2006 Comunicato stampa 06/76
“Sierra Leone: Moot court (simulazione processuale) sul Diritto Internazionale Umanitario”
Traduzione non ufficiale di Colum Donnelly

3 - 25 luglio 2006
“Gli abusi alimentano l'odio”
di Alain Aeschilmann, Capo Attività di Protezione, CICR
Traduzione non ufficiale di Colum Donnelly

4 - 31 luglio 2006
“Volontari della Croce Rossa del Libano: dal crepuscolo all’alba, un lungo incubo”
Ayad el-Mounzer, Croce Rossa libanese
Traduzione non ufficiale di Elisa Barzaghi

5 - Tratto dal Magazine del Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezza Luna Rossa nr.1/2006   
“ Salute mentale e prigioni “
Traduzione non ufficiale di Barbara D’Urso

6 - allegato
Agosto 2006 Tratto dalla Rivista “Red Cross Red Crescent” nr. 1/2006
“Dietro le sbarre”
di Florian Westphal
Traduzione non ufficiale di Simon G.Chiossi

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1 - “Arrivo missione di pace Istanbul Ravenna”
Ricevuto da Fulgida Barattoni

Domenica 13 agosto alle ore 18,00 arrivera' in Piazza del Popolo a Ravenna la missione di pace ITINERA BIZANTINO TURCICA. Partita da Istanbul ha portato attraverso i balcani una pergamena di pace e solidarieta'

 


 

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Alla cerimonia saranno presenti:
Gianantoni Mingozzi - Vice-Sindaco di Ravenna Prof. Antonino Panaino ISIAO e Universita' di Bologna Prof. Azad Shekahni Universita' di Sulaymanya

Altri sindaci del territorio verranno a firmare la pergamena che sara' suggellata da Susanna Agostini Delegato per la Mayors for Peace del Sindaco di Firenze Leonardo Domenici Vice-Presidente della MfP. Questo desidera essere un mattoncino che IPB-Italia pone sulla via della Pace per unire i popoli dell'est e dell'ovest del mondo.

Fulgida Barattoni

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2 - 7 agosto 2006 Comunicato stampa 06/76
“Sierra Leone: Moot court (simulazione processuale) sul Diritto Internazionale Umanitario”

Traduzione non ufficiale di Colum Donnelly


Ginevra (CICR) - Studenti provenienti da diverse università del Sierra Leone saranno domani impegnati nella seconda edizione della competizione di moot court interuniversitaria sul Diritto Internazionale Umanitario. Quest'anno, per la prima volta, la competizione è aperta a tutte le università del paese.


Cinque squadre di tre studenti ciascuna sono state selezionate a partecipare sulla base delle loro conoscenza giuridiche. I casi legali su cui lavoreranno saranno puramente di fantasia, ma affronteranno un gruppo di esperti in una vera corte - la Corte Speciale per il Sierra Leone.

La giuria sarà composta dal Capo-Delegazione del CICR di Freetown, da un rappresentante della Croce Rossa del Sierra Leone, da un giudice della Corte Speciale del Sierra Leone, da una rappresentante dell'Associazione delle Donne Avvocato e da un rappresentante delle Forze Armate del Sierra Leone. Gli studenti saranno giudicati sulla base delle loro conoscenze di Diritto Internazionale Umanitario e di Diritto Interazionale Pubblico, della loro capacità di utilizzare gli strumenti per argomentare il caso assegnato, della capacità di lavorare in gruppo e dall'abilità oratoria.

Questo evento, organizzato dal CICR, avrà luogo presso la Corte Speciale l'8 agosto. Il CICR, la Corte Speciale e gli esperti locali di Diritto Internzaionale Umanitario formeranno ed addestreranno gli studenti vincitori, che partiranno per Arusha (Tanzania) a novembre, sponsorizzati dal CICR, per rappresentare il loro ateneo e il loro paese alla competizione internazionale di moot court.

Moot Court - per maggiori informazioni: http://www.elsaitalia.it/mcc.asp

Tratto dal sito del CICR:
http://www.cicr.org/Web/Eng/siteeng0.nsf/html/sierra-leone-news-070806!OpenDocument

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3 - 25 luglio 2006
“Gli abusi alimentano l'odio”
di Alain Aeschilmann, Capo Attività di Protezione, CICR
Traduzione non ufficiale di Colum Donnelly

Le torture non sono solo un'affronto all'umanità, sono anche un crimine proibito da numerosi strumenti internazionali.*

Le torture sono una pratica internazionale, insidiosa, che non conosce confini geografici, sociali o economici. In molti paesi viene utlizzata per estorcere confessioni ed evitare indagini approfondite, attraverso cui impedire azioni giudiziarie.

In anni recenti, una serie di considerazioni, tra cui la sicurezza nazionale e la presunta natura di alcune persone, sono state invocate nel tentativo di giustificare l'uso di metodi coercitivi di interrogatorio.

Sono stati fatti dei tentativi per rinegoziare o limitare lo scopo della proibizione delle torture. Uno dei tentativi argomentava la nozione secondo cui, fermo restando che la proibizione di tortura rimane assoluta, l'uso di altre forme di maltrattamenti, normalmente classificati come "crudeli, inumani e degradanti", possano essere permessi in quanto non considerati "torture" in senso stretto.

Le torture e le altre forme di maltrattamento hanno necessariamente degli effetti su chi subisce tali pratiche e, per estensione, sulla società in cui vivono. Storicamente, la tolleranza verso le torture era il risultato di ambienti permissivi che, per contro, hanno causato una esclation nell'uso della tortura e l'erosione della proibizione.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) non può accettare alcuna deroga ai principi fondamentali di protezione di cui ogni essere umano è titolare. Il Diritto Internazionale prende in considerazione le legittime misure di sicurezza  di ogni Stato ed il diritto di detenere ed interrogare le persone per motivi inerenti alla sicurezza. Ad ogni modo, richiede che ogni Stato detenga ed interroghi sulla base di un appropriato sistema legale e rispetti il benessere fisico e psichico delle persone interessate.

La tortura è fondamentalmente una questione di soffrenza, disumanità e disprezzo. Gli effetti diretti a livello psicologico e mentale sulle vittime durano per il resto della vita. Le vittime invisibili delle torture sono le famiglie, la cui struttura e la cui integrità vengono spesso destabilizzate o addirittura distrutte.

Il CICR rimane investito del dovere di lavorare in tutto il mondo per assicurare che i detenuti siano trattati con umanità. Ma i governi devono, allo stesso tempo, fare la loro parte. Non è abbastanza impegnarsi attraverso leggi che includono i valori fondamentali dei diritti umani. Le leggi, per produrre effetti reali, devono godere di adeguata pubblicità e devono essere sviluppate, ed i colpevoli devono essere perseguiti e puniti.

* Le Convenzioni di Ginevra proibiscono la tortura e tutte le forme di "oltraggio alla dignità personale, in particolare i trattamenti umilianti e degradanti." La Convenzione contro le Torture del 1984 non prevede circostanze eccezionali da invocare per giustificare torture.

Tratto dal sito del CICR:
http://www.cicr.org/Web/Eng/siteeng0.nsf/htmlall/detention-article-250706

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4 - 31 luglio 2006

“Volontari della Croce Rossa del Libano: dal crepuscolo all’alba, un lungo incubo”
di Ayad el-Mounzer, Croce Rossa libanese
Traduzione non ufficiale di Elisa Barzaghi

Dall’inizio delle ostilità, due settimane fa, più di 5000 volontari e dipendenti della Croce Rossa libanese si occupano, in condizioni sempre più pericolose, di evacuare feriti e malati e di distribuire articoli di prima necessità alle famiglie sfollate, operando talvolta in condizioni di pericolo per la propria vita, in particolare nel sud del Paese. Il personale paramedico della Società nazionale assicura l’unico servizio di ambulanze del Paese, caricando i pazienti nelle zone vicino alla frontiera con Israele per condurli a Tir, poi, da là, verso città più sicure, come Beyrouth. La Croce Rossa è una delle rare organizzazioni in grado di evacuare i feriti di guerra ed i civili presi nella tormenta.

Georges Kettaneh, direttore delle equipe mediche d’urgenza, spiega che la Croce Rossa libanese è in stato d’allerta permanente e coordina la sua azione con il ministero della Sanità e con la commissione di soccorso d’urgenza. Poiché i ponti e le strade hanno subito gravi danni, le sue equipe hanno grandi difficoltà nel raggiungere le città del sud, praticamente tagliate fuori dal mondo esterno, dove migliaia di persone sono crudelmente prive di acqua e cibo. Questi danni rallentano considerevolmente l’evacuazione delle famiglie in pericolo e dei feriti, così come l’invio di cure e di altri soccorsi.

Nel quadro di quasi 3000 missioni di primo soccorso e di salvataggio, circa 2400 volontari hanno già trasportato più di 2200 persone, accompagnato circa 500 feriti all’ospedale ed evacuato più di 100 corpi.  Altri 2000 volontari circa forniscono assistenza di giorno in giorno a più di 43000 malati e persone sfollate. Georges Kettaneh insiste sulle enormi difficoltà che comporta l’accesso ad alcune comunità isolate o che vivono nelle regioni bersagliate da un diluvio di bombe.

Anche nel cuore delle zone più pericolose, i volontari della Croce Rossa assicurano una presenza nei posti di primo soccorso, dove si tengono pronti a rispondere ad ogni urgenza. Dal crepuscolo all’alba, la loro vita si trasforma in un lungo incubo. Nel rumore assordante delle bombe, aspettano un’eventuale chiamata per andare a liberare delle vittime tra le macerie, in mezzo a nuvole di fumo.

Quando Walid si è impegnato in Croce Rossa, tre anni fa, pensava che il suo lavoro si limitasse a prestare i primi soccorsi a persone anziane vittime di crisi cardiache. Fino a queste ultime settimane, pensava che la situazione più penosa alla quale avrebbe potuto assistere consistesse nel soccorrere persone coinvolte in incidenti stradali. Non avrebbe mai immaginato che la sua vita potesse essere messa in pericolo nel compimento delle sue mansioni. E non avrebbe mai immaginato di vedere un giorno tanti feriti e morti, sepolti sotto le rovine di edifici crollati, in strade che sembrano appartenere ad un altro mondo, che assomigliano all’”inferno sulla terra”.

Walid non è il solo volontario in questa situazione. Dopo quindici giorni, sono centinaia ad essersi attivati senza interruzione come api in un alveare e, tramite loro, alcuni si sono impegnati dopo lo scoppio delle ostilità, consapevoli che il loro lavoro sarebbe stato estremamente difficile e pericoloso.

Altri hanno già una lunga esperienza di Croce Rossa. Abdallah, soccorritore dal 1992, afferma di essere diventato molto più forte dopo aver visto morire tante persone e che niente potrebbe impedirgli di portare assistenza alle vittime. Recentemente, si è trovato con alcuni colleghi in una situazione particolarmente critica. “Mi chiedo ora per quale miracolo non mi sia successo niente quando ho soccorso all’aeroporto un ferito che giaceva vicino a dei bidoni di carburante, appena dopo un bombardamento. Chissà perché non sono stato ferito anch’io e come ho potuto aiutare questa persona?”

A più riprese, le ambulanze della Croce Rossa libanese sono state colpite o hanno evitato per un pelo dei colpi d’artiglieria. Nel corso degli ultimi giorni, la Società nazionale ha segnalato cinque incidenti di sicurezza. Uno di questi si è verificato il 23 luglio a Cana, una città a sud del Libano. Nel momento in cui alcuni soccorritori stavano trasferendo dei pazienti da un’ambulanza all’altra, i due veicoli sono stati colpiti, quando erano chiaramente segnalati dall’emblema della croce rossa e dai loro lampeggianti. Nove persone, tra cui sei membri della Croce Rossa, sono stati feriti.

Il 25 luglio, un posto di primo soccorso ha subito un colpo indiretto a Tebnine. Dei dipendenti sono stati feriti e le ambulanze danneggiate. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha segnalato l’incidente alle autorità israeliane e le ha invitate a prendere misure adeguate al fine di evitare che fatti del genere si ripetano. La Croce Rossa libanese  dispone di quarantadue postazioni d’ambulanza nel Paese e di un parco – che sta invecchiando- di 200 veicoli. Amministra anche una rete nazionale di ventiquattro cliniche di cura di sanità primaria, di altrettanti dispensari, di cinque cliniche mobili e di nove banche del sangue che operano attualmente 24 ore su 24, a causa della gravità della situazione.   

Testo originale francese al link:
http://www.ifrc.org/fr/docs/news/06/06073101/index.asp

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5 - Tratto dal Magazine del Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezza Luna Rossa nr.1/2006   
“ Salute mentale e prigioni “
Traduzione non ufficiale di Barbara D’Urso

I malati mentali sono particolarmente vulnerabili in tempo di guerra e subito dopo un conflitto. Croce Rossa e Mezza Luna Rossa affronta questo tema poco conosciuto attraverso l’esperienza del dottor Jean Rey-Bellet, che ha svolto diverse missioni per il CICR, specialmente nello Yemen e in Bosnia.

Yemen, 1994: quattro anni dopo la riunificazione tra il nord monarchico e il sud socialista, scoppia la guerra, provocando un importante intervento del CICR. Il dottor Jean-Bellet, ex direttore dell’ospedale psichiatrico di Monthey (Svizzera), in pensione, è allora inviato dal CICR nello YEMEN per valutare i bisogni in materia psichiatrica nelle prigioni. Due anni prima, durante una missione a Tuzla, nella Bosnia in guerra, egli  aveva già trattato questa problematica. I malati mentali di un ospedale in zona serba erano stati cacciati e si erano dispersi nella natura.

Era stato necessario improvvisare delle soluzioni di urgenza per assistere questa categoria di popolazione particolarmente vulnerabile in tempo di guerra.

«Nello Yemen , erano indirizzati al CICR dei rapporti regolari da venticinque anni sulla situazione dei malati mentali nelle prigioni del paese, i quali non ricevevano alcuna cura specifica, ricorda Jean Rey-Bellet. Ma questi rapporti sono rimasti per troppo tempo privi di considerazione. E’ al momento della guerra civile del 1994 che è stata presa la decisione di fare qualcosa». Il dottor Rey-Bellet si reca allora nello Yemen ed effettua una visita alle principali prigioni e a  tutti gli istituti psichiatrici del paese. Nella prigione di Sanaa, la capitale, un medico yemenita effettuava una visita una volta al mese in  orrendi  locali.

In quella d’Hodeida, i malati erano ammassati in delle condizioni ancora peggiori. Dei blocchi di cemento fungevano da letto. In certi casi, i malati venivano incatenati.

«In generale, le condizioni sanitarie erano pietose», ricorda. Ad Aden, nel vecchio Yemen del sud per anni sotto influenza sovietica,  invece , la situazione è migliore. «I malati mentali erano tenuti in considerazione. Venivano curati con l’ergoterapia, la terapia del lavoro, che costituiva la parte importante delle cure trent’anni fa in Occidente…»

Molto velocemente, il dottor Rey-Bellet sottopone a Ginevra un piano d’azione che è accettato malgrado qualche perplessità. Riparte così per lo Yemen per metterlo in pratica. Innanzitutto a Sanaa, dal 1995, prima di estenderlo progressivamente ad altre due prigioni: Taïz l’anno successivo e Ibb nel 1997. «Era impossibile – ed inutile – organizzare un’unità psichiatrica in ciascuna prigione. Sin dalla partenza, l’idea era di raggruppare i pazienti di tutto il paese in questi tre istituti». Nella capitale, il CICR recluta un medico psichiatra e un infermiere, incaricati di un controllo più regolare e di una fornitura di medicinali appropriati molto costosi. Il loro primo compito consiste nel precisare lo status dei detenuti: reali prigionieri o semplici malati mentali ammassati per le strade? Si tratta inoltre di stabilire la loro identità, per poi formare dei dossier medici personalizzati. Importanti lavori di sistemazione erano stati già intrapresi dal CICR nella prigione di Sanaa ( elettricità, installazioni sanitarie, acqua corrente, fognature ). I lavori furono completati per l’ala dedicata ai malati mentali: locali ridipinti, un cortile da passeggio sistemato ad orto per migliorare   il quotidiano . Dei volontari della Croce Rossa dello Yemen fungevano da infermieri, dopo un periodo di formazione. «Quando abbiamo cominciato alla prigione di Sanaa, c’erano 102 malati mentali, di cui 14 non detenuti, poiché alcuni malati non avevano affrontato procedure penali. Man mano che il nostro programma si concretizzava, questa cifra di non-detenuti è aumentata, poiché le famiglie facevano pressione sulle guardie affinché li lasciassero entrare per essere curati gratuitamente».

Oggi, l’insieme del progetto è assicurato finanziariamente dalla Croce Rossa olandese. Nel 2000, il dottor Rey-Bellet ha ceduto il posto al figlio, medico a Ginevra, il quale assicura il controllo di un programma che ha raggiunto la velocità da crociera.

 In retrospettiva , egli si interroga sulle perplessità del CICR al momento della nascita del progetto. «Non  rientrava  nelle missioni dell’istituzione, visto che si trattava piuttosto di un progetto di sviluppo».

Comunque sia, la dinamica messa in atto nello Yemen ha permesso di concretizzare la principale aspettativa iniziale. «Al posto di essere “guardianati”, i pazienti hanno avuto la possibilità di essere curati, anche se certi trattamenti erano per lo più sommari. E, allo stesso tempo, i diversi protagonisti del settore della sanità nello Yemen si sono organizzati per lavorare insieme».

Samuel Gardaz
Giornalista indipendente con base a Ginevra


Dalla teoria alla pratica
Il dottor Jonathan Beynon, incaricato della salute carceraria al CICR a Ginevra, ricorda l’approccio che prevale oggi nel campo delle cure psichiatriche in prigione così come le principali poste in gioco.

Esiste nel CICR una dottrina in materia di psichiatria?

Jonathan Beynon: “Non propriamente”. Cioè, la psichiatria non è altro che un aspetto – certo importante – della salute mentale, che conviene apprendere nel suo insieme. La primaria ambizione del CICR consiste nel promuovere quella vicina a  tutte le persone coinvolte nella  della prigione: i detenuti, ma anche le guardie e la direzione. In un secondo momento essa mira a dare una risposta specifica ai detenuti che soffrono di problemi mentali cercando alternative alla prigione: il trattamento fuori dall’ambiente carcerario, la messa in relazione dalla prigione e dal sistema di cure generali, ecc.

A questo scopo, abbiamo elaborato  un concetto , formalizzato dal 2004-2005 in un documento redatto congiuntamente all’Organizzazione mondiale della salute (OMS) e che vale sia sul piano teorico che pratico. Se avessimo bisogno di una dottrina formale, questo documento ne formerebbe il nocciolo duro.

In cosa consiste?

Esso stabilisce innanzitutto una breve situazione dei luoghi della questione: il tasso di malati mentali nelle prigioni è proporzionalmente più elevato che nel resto della società; la detenzione, in molti paesi, produce effetti molto negativi in termini di salute mentale; in certi casi, persone con           problemi mentali sono tenute in carcere in mancanza di sistema medico appropriato.

Dal punto di vista pratico, questo documento raccomanda fondamentalmente che le persone che  soffrono di problemi mentali siano dirette verso strutture mediche adatte, col rischio di essere rinviate in un secondo momento in prigione, a condizione che lì possano ricevere un trattamento appropriato. Un esempio: un paese dell’Africa progettava di costruire una prigione specifica per i suoi malati di mente e ha avvicinato il CICR per domandare  consiglio. Noi abbiamo risposto che era un approccio sbagliato. Schematicamente, consideriamo che sia il sistema di cure generali che deve andare verso le prigioni, non il contrario.

Qual è oggi la sfida principale?

L’applicazione della teoria più che la teoria stessa. E questo per una semplice ragione: in tutti i paesi del mondo, compresi quelli in Occidente, le prigioni sono sempre le meno favorite in termini di risorse finanziarie. La nostra principale sfida è quindi quella di cambiare l’atteggiamento dei governi nei loro confronti.


Succede che, nel contesto carcerario, la psichiatria sia raggirata a fini non medici?

Sì, immaginando ciò che si praticava all’epoca sovietica, essa continua ad essere utilizzata in certi paesi allo scopo di neutralizzare dei dissidenti sotto la responsabilità di una diagnosi medica. Accade anche che degli psichiatri o degli psicologi siano consultati durante degli interrogatori di prigionieri per rivelare le loro inclinazioni mentali, con lo scopo di estorcere loro delle informazioni. Numerose voci si sono elevate per far notare che questi procedimenti sono totalmente contrari all’etica medica.

Discorsi raccolti da Samuel Gardaz

Testo originale al link:    http://www.redcross.int/fr/default.asp

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 6  -SCARICA L'ANTEPRIMA-

Agosto 2006 Tratto dalla Rivista “Red Cross Red Crescent” nr. 1/2006
“Dietro le sbarre”
di Florian Westphal
Traduzione non ufficiale di Simon G.Chiossi 

 
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