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n 261 del 26 Maggio 2006 Stampa E-mail
gioved 25 maggio 2006
26 Maggio 2006
nr. 261

Notiziario

Sito web www.caffedunant.it


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1 - Dal sito web CICR – News 06/79 del 24-5-2006
 “Pakistan: la gestione delle spoglie mortali dopo una catastrofe”
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

2 - Comitato internazionale della Croce Rossa
Comunicato stampa n° 06/43 del 12 maggio 2006
“Il presidente del CICR ha terminato i suoi incontri con i responsabili dell’amministrazione americana:
egli deplora la mancanza di progressi rispetto alla detenzione segreta”
Traduzione non ufficiale di Sabrina Bandera

3 - Polonia: una conferenza sulla privatizzazione della guerra
CICR News n°06/21 del 27 aprile 2006
Traduzione non ufficiale di Sabrina Bandera

4 - Dichiarazione di Pierre Krähenbühl
“La sicurezza umanitaria: una questione di accettazione, di percezione, di comportamento, ... ".
Traduzione non ufficiale di Luigi Micco

1 - Dal sito web CICR – News 06/79 del 24-5-2006
 “Pakistan: la gestione delle spoglie mortali dopo una catastrofe”
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

Nel quadro delle sue attività per far luce sulla sorte delle persone disperse a seguito del sisma devastatore dell’8 ottobre 2005, il CICR organizza attualmente a Muzaffarabad (regione del Cachemire amministrata dal Pakistan) un convegno di due giorni sulla gestione delle spoglie mortali dopo una catastrofe. Animata dal Dr. Eric Dykes, specialista in medicina legale del CICR, il convegno è indirizzato a funzionari governativi e comunali e anche ai membri delle forze armate e di polizia, della Mezzaluna Rossa del Pakistan e di diverse organizzazioni non governative.Il terremoto del 2005 è costato la vita a numerose persone, ed ha provocato migliaia di feriti e centinaia di dispersi. Se oggi tutti (o pressapoco) sanno che cosa è avvenuto ai propri familiari, ci sono delle persone che sono ancora senza notizie dei membri della loro famiglia. 
La gestione delle spoglie mortali è uno degli aspetti più complessi degli interventi in caso di catastrofi. L’inumazione  affrettata dei corpi senza che essi siano stati preventivamente riconosciuti in maniera adeguata aggrava il trauma subito dalle famiglie, che restano nell’incertezza sulla sorte dei loro familiari, e portano complicazioni sul piano giuridico e amministrativo. Il convegno è incentrato su tre questioni essenziali: l’importanza dell’identificazione delle spoglie prima della loro inumazione, il ruolo cruciale che le organizzazioni comunitarie locali possono giocare e le difficoltà legate alla presa in carico dei resti umani.

Immediatamente dopo il sisma, il CICR ha fornito alla polizia, alle autorità comunali di Muzaffarabad, alle forze armate e alle organizzazioni non governative  locali, dei sacchi mortuari, delle macchine fotografiche digitali e l’assistenza tecnica per aiutarli a trattare e ad identificare i resti umani. Ha anche messo a disposizione dell’ospedale dell’Istituto pakistano delle Scienze Mediche a Islamabad una camera fredda destinata ad aumentare la capacità dell’attività dell’ufficio mortuario centrale.

Il CICR e la Mezzaluna Rossa del Pakistan continueranno a venire in aiuto alle famiglie sforzandosi di far luce sulla sorte dei loro congiunti dispersi.

L’originale in lingua francese al link: http://www.icrc.org/Web/fre/sitefre0.nsf/html/pakistan-news-240506!OpenDocument

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2 - Comitato internazionale della Croce Rossa
Comunicato stampa n° 06/43 del 12 maggio 2006
“Il presidente del CICR ha terminato i suoi incontri con i responsabili dell’amministrazione americana:
egli deplora la mancanza di progressi rispetto alla detenzione segreta”
Traduzione non ufficiale di Sabrina Bandera

Ginevra/ Washington D.C. (CICR) – Il presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), Jakob Kellenberger, ha terminato oggi [12 maggio NdT] i suoi incontri con il segretario di Stato, Condoleezza Rice, il consigliere per la Sicurezza nazionale, Steven Hadley, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, e il segretario aggiunto alla Difesa, Gordon England, e con altri alti funzionari americani.

La visita di Jakob Kellenberger aveva per obiettivo principale di ottenere che il CICR avesse accesso a tutte le persone detenute dagli Stati Uniti nel contesto della lotta contro il terrorismo, questione che aveva sollevato per la prima volta due anni fa con il governo americano,

Dopo gli incontri, Jakob Kellenberger ha detto che egli deplorava il fatto che le autorità americane non avessero fatto progressi nell’idea di accordare al CICR l’accesso alle persone detenute in luoghi tenuti segreti.

“Se le ragioni della detenzione sono legittime, il diritto di dissimulare il luogo dove si trova una persona o di negare che essa è detenuta non esiste”, ha dichiarato Jakob Kellenberger, e ha aggiunto che a dispetto della deludente mancanza di risultati e della posizione attuale degli Stati Uniti, il CICR perseguirà il suoi sforzi per ottenere prioritariamente l’accesso a queste persone.

Il CICR ha sempre riconosciuto pubblicamente che gli Stati possono detenere degli individui non solamente nel quadro dei conflitti armati o nel caso di persone oggetto di accusa penale, ma anche per motivi imperativi di sicurezza.

Tuttavia, Jakob Kellenberger ha sottolineato che tutte le persone detenute dagli Stati Uniti hanno diritto ad uno status giuridico e a delle garanzie procedurali chiare.

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3 - CICR News n°06/21 del 27 aprile 2006
“Polonia: una conferenza sulla privatizzazione della guerra”
Traduzione non ufficiale di Sabrina Bandera

La privatizzazione della guerra è il soggetto di una conferenza che si tiene oggi e domani [27 e 28 aprile NdT] a Varsavia. Organizzata congiuntamente dal CICR e dall’Istituto polacco degli affari internazionali, la conferenza riunisce università, esperti nel settore dei servizi militari e della sicurezza privata, oltre a rappresentanti dell’industria, per discutere dell’implicazione crescente del settore privato nei conflitti armati attuali, delle origini di questa tendenza e delle sue conseguenze sul piano giuridico.

Nel corso degli ultimi quindici anni, gli Stati hanno affidato a delle imprese private un numero crescente di funzioni che erano precedentemente assolte dalle loro strutture militari o di sicurezza. Si tratta in particolare del sostegno logistico agli spiegamenti militari, della protezione degli edifici, della protezione degli individui, della formazione delle forze armate e di polizia sul territorio nazionale e all’estero, del combattimento armato, della ricerca e dell’analisi delle informazioni, così come della custodia e dell’interrogatorio dei prigionieri.

Molte di queste attività mettono il personale delle imprese private in contatto diretto con categorie di persone protette dal diritto internazionale umanitario, quali le persone private di libertà e l’insieme della popolazione civile.

La preoccupazione principale del CICR è che queste nuove entità rispettino il diritto umanitario nei conflitti armati. Il loro personale deve conoscere il diritto, e le loro azioni, procedure, regole di ingaggio devono essere conformi alle disposizioni di questo diritto. Infine, devono esserci dei meccanismi che obbligano le imprese private e il loro personale a rendere conto di eventuali violazioni.

La conferenza di Varsavia è per il CICR una occasione di portare avanti il dialogo con l’industria militare privata, con l’industria privata della sicurezza e con i governi per definire le migliori modalità di fare rispettare il diritto internazionale umanitario nel nuovo contesto.

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4-Dichiarazione di Pierre Krähenbühl
“La sicurezza umanitaria: una questione di accettazione, di percezione, di comportamento, ... ".  Traduzione non ufficiale di Luigi Micco

 In una riunione a Ginevra (31/03/04) il direttore delle operazioni del CICR, Pierre Krähenbühl, ha delineato il punto di vista dell’organizzazione sulle minacce contro le quali l’azione umanitaria si scontra nelle zone di conflitto e ha riaffermato l’impegno verso principi di imparzialità, di indipendenza e di neutralità.

 Discorso pronunciato al “Forum umanitario di alto livello”, Palazzo delle Nazioni, Ginevra, 31 marzo 2004.

Signor Presidente, Signore e Signori,

innanzi tutto ho il piacere di esprimere il sincero apprezzamento del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) per essere stato invitato a partecipare a questa riunione e ad esporre alcune riflessioni di apertura sugli importanti temi di oggi.

Gradirei ringraziare anche la OCHA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari) per il documento di lavoro intitolato "Addressing the challenges to Humanitarian Security."

Il 2003 è stato indubbiamente difficile e spesso drammatico per la condotta delle operazioni umanitarie. Le istituzioni ed il loro personale sono stati deliberatamente oggetto di minacce e di attacchi, cosa che ha sollevato la questione sulla capacità di queste organizzazioni di svolgere il proprio mandato ed ha suscitato il dibattito sul futuro dell'azione umanitaria. In questo dibattito ci sono importanti punti di discussione per il CICR e noi gradiremmo condividere alcune riflessioni e indicazioni in merito a come il CICR valuti questi nuovi fatti e cosa intende fare di fronte alle loro conseguenze più importanti.

I contesti che cambiano

I conflitti nel mondo di oggi si evolvono in contesti estremamente diversi in termini di cause, caratteristiche e tipologie. Ad un livello globale, si nota una polarizzazione ovvero una radicalizzazione sempre più marcata. Questo fenomeno assume molte forme, ma quello che più tocca i conflitti è il confronto tra un numero di Stati impegnati in quella che è nota come "lotta contro il terrorismo" ed una serie di attori di non statali estremisti, decisi ad opporsi e pronti al ricorso all'uso di metodi non convenzionali, incluso attacchi terroristici intenzionali contro i civili ed i cosiddetti “obiettivi vulnerabili”, come le organizzazioni umanitarie.

Se queste tendenze mondiali influenzano un certo numero di contesti, tuttavia sono soprattutto le cause locali che sembrano predominare quando si valutano le ragioni di un conflitto: problemi economici, sociali, sanitari ed altri problemi connessi.

Le conseguenze sulla sicurezza

Svolgere le attività umanitarie in zone di conflitto armato o di violenza interna è sempre stata un'impresa pericolosa. Il CICR ha attualmente 10.000 addetti che operano in 75 Paesi. In ogni momento del giorno si muovono in aree teatro di combattimenti o attraversano le linee del fronte tra le parti avversarie. Incontrano, negoziano o trattano con i portatori di armi più diversi: dai militari alla polizia, dalle forze paramilitari ai ribelli, dai bambini soldato ai mercenari.

La sicurezza, quella del personale come quella dei beneficiari dell'azione, è comunque una responsabilità cruciale dell'istituzione: lavorare nelle situazioni di conflitto armato o di violenza implica dei rischi importanti, ed il CICR si è sempre sforzato di utilizzare dei metodi e dei mezzi di gestione della sicurezza che limitano, nella massima misura possibile, l'esposizione a questi rischi.

L'ambiente naturale di sicurezza "classica" è descritto generalmente come una situazione dove il rischio maggiore è di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Vale la pena di sottolineare, mentre si esaminano alcuni nuovi aspetti dei rischi, che questo tipo di contesto di sicurezza resta, secondo l'esperienza del CICR, il più frequente, attualmente.

Ciò detto, nel 2003, il CICR è stato vittima di una serie di attacchi deliberati che sono costati la vita a quattro dei nostri colleghi in Afghanistan ed in Iraq. Un quinto si è trovato in un fuoco incrociato ed è stato ucciso a Bagdad. Anche molte altre organizzazioni tra cui la Mezzaluna Rossa Afgana, la famiglia delle Nazioni Unite e delle ONG, hanno subito delle perdite tragiche.

Se due dei tre attacchi deliberati, quella a nord di Kandahar in marzo e a sud di Bagdad in luglio, sembrano dovute al fatto che si è associata la presenza del CICR all'azione politico-militare internazionale condotta in quei luoghi, l'attentato dinamitardo di ottobre contro gli uffici del CICR a Bagdad era un attacco pianificato, avente per diretto obiettivo l'organizzazione.

Questo era un elemento nuovo? Non particolarmente: era già successo di essere scelti come bersaglio in certi contesti. Il CICR ha perso parecchi membri del proprio personale durante attacchi deliberati in Burundi e in Cecenia nel 1996, nell'est della Repubblica Democratica del Congo nel 2001. Ma, anche lì altre organizzazioni hanno vissuto le loro proprie tragedie.  

Allora, che cosa è cambiato oggi? Per il CICR, ciò che è nuovo nel contesto attuale, è il carattere mondiale della minaccia, il fatto che non è circoscritta ad un territorio geografico limitato. Il CICR ha adottato un concetto di sicurezza le cui modalità si definiscono essenzialmente in funzione del contesto. Ogni delegazione, sul campo, valuta il suo ambiente naturale di sicurezza basandosi su una serie di indicatori istituzionali, che chiamiamo i "pilastri della sicurezza", tra cui l'accettabilità occupa un posto importante.

Oggi, tuttavia, anche se questi indicatori ci danno un pronostico favorevole in un certo contesto, ciò non esclude del tutto che gli attori del conflitto prenderanno a bersaglio il nostro personale.

La situazione è complicata inoltre dal fatto che è molto difficile attualmente, o addirittura impossibile, avere accesso ai gruppi che conducono tali attacchi. Il dialogo con tutti gli attori che partecipano ad un conflitto o suscettibili di influenzarne l'uscita è un elemento cruciale del modus operandi del CICR. Senza questo dialogo, non possiamo assicurarci l'accettabilità richiesta e, di conseguenza, raggiungere le popolazioni in pericolo per condurre le nostre attività di protezione e di assistenza.

A ciò si aggiunge il fatto che, in un ambiente naturale così polarizzato, si tende ad aspettare che ogni intervenuto prenda partito. Deve essere amico o nemico, alleato o avversario. Organizzazioni che, come il CICR, invocano principi di indipendenza e di neutralità trovano molte difficoltà a fare passare il loro messaggio. La percezione della legittimità dell'azione umanitaria, ed in particolare del modalità di azione neutrale ed indipendente del CICR, diventa molto importante.

Tuttavia esistono due rischi: quello di essere rifiutati e quello di essere strumentalizzati.

Attualmente sembra che ogni attore, percepito come partecipante, in un modo o in un altro, all'azione di stabilizzazione o di transizione in Afghanistan o all'occupazione dell'Iraq sia potenzialmente in pericolo. Per il CICR, essendo considerato da certi media, come un'organizzazione essenzialmente occidentale, a causa del suo finanziamento, del suo emblema e della sua sede, è grande il rischio che sia assimilato, a torto, all'insieme delle presenze politico-militari presenti nel Paese.

Qualunque fossero i motivi, il CICR ha condannato fon forza questi attacchi contro il suo personale, che ha intaccato gravemente la sua capacità di fornire il livello di protezione e di assistenza che esige la situazione in Iraq ed in Afghanistan.

Un altro rischio è quello di essere strumentalizzati, ovvero di essere inglobati, da certi attori statali, nell’insieme dei mezzi a disposizione per condurre la loro "campagna contro il terrore". Questa tendenza si è espressa in diversi modi, in questi ultimi mesi. Si sono sentiti certi governi qualificare la loro presenza militare in Iraq particolarmente, ed in Afghanistan, come "essenzialmente umanitaria". Il concetto di “squadra di ricostruzione provinciale” (PRT) creato per le forze internazionali in Afghanistan né è un esempio. La sfumatura che ne risulta tra il ruolo e gli obiettivi degli attori politici e militari, da una parte, e degli attori umanitari, dall’altra, pone gravi problemi ad un'organizzazione come il CICR, sia in termini di percezione, sia sul piano operativo.

 Risposta del CICR

Cosa intende far fronte il CICR a certe conseguenze più urgenti della situazione? Per rispondere a questa domanda, vorrei esprimervi alcune riflessioni attuali e riprendere alcune delle idee suggerite nel documento di lavoro che l'OCHA ha elaborato per questa riunione.

Il concetto del CICR in materia di gestione della sicurezza è basato su parecchi parametri essenziali, tra cui:

- Il CICR ha una cultura della gestione molto decentralizzata dove l'iniziativa si trova sul campo, e ciò vale anche per la gestione della sicurezza. È convinto fermamente che più si è vicino alle popolazioni in pericolo, meglio si possono analizzare gli avvenimenti e formulare delle strategie.

- Per restare efficace, questa larga autonomia del campo deve evolversi all’interno di una cornice istituzionale ben definita, costituito da tre elementi: il nostro mandato, i nostri principi ed il nostro concetto di sicurezza.

Il CICR ritiene che la gestione della sicurezza ricada sugli stessi responsabili delle operazioni. Non vede separazione tra gestione della sicurezza e condotta delle operazioni. La valutazione dei rischi e delle minacce è parte integrante della definizione della strategia operativa.

Quando dieci anni fa è stata creata un'unità di "sicurezza", annessa al Dipartimento delle operazioni, i responsabili operativi sul campo hanno posto una condizione preliminare essenziale: che la responsabilità di gestire la sicurezza non fosse loro ritirata. In questo senso, l'unità ricopre un ruolo di vigilanza attiva ed assume principalmente delle funzioni di elaborazione delle politiche generali, di controllo, di appoggio e di formazione.

- Il CICR è convinto anche che, prima di essere una questione di protezione fisica, la sicurezza è tutt’altro: una questione di accettazione, di percezione dell'organizzazione, di comportamento individuale dei delegati e di capacità di ascoltare, di comunicare e di proiettare un'immagine stabile e coerente a tutti gli attori impegnati in un conflitto, ovvero, bisogna essere prevedibili, essere percepiti come facenti ciò che si dice di voler fare.

In che modo l’evoluzione dei contesti ora evocati influisce sull’approccio generale del CICR?

- Di fronte alle tragedie come quelle dell’ultimo anno, si potrebbe essere tentati di centralizzare il processo decisionale in sede. Il CICR, nonostante tutto, è convinto che deve conservare il suo approccio decentralizzato.  

- Bisogna accettare il fatto che la minaccia è mondiale. In altri termini, il concetto di gestione della sicurezza deve sviluppare dei metodi che sensibilizzino e preparino meglio ai pericoli nati all'esterno di un particolare contesto, ma comunque suscettibili di attenzione.  

- Bisogna trovare nuovi modi di comunicare con le differenti parti in conflitto. Bisogna cioè, in particolare, trovare dei modi di comunicare con chi, oggi, può non comprenderci o rifiutarci.  

- Allo stesso tempo, dobbiamo prendere una posizione ferma in favore di un'azione umanitaria neutrale ed indipendente. Questo vuol dire applicare vecchie regole ad un mondo differente? A nostro avviso no. Per noi, al contrario, questo è sostenere con convinzione, di fronte al pericolo, una posizione fondata su dei principi.

Evidentemente ci sono un certo numero di settori in cui il CICR deve mostrarsi molto più efficace:

- Così, come fortemente sottolineato dal documento di lavoro, bisogna integrare meglio il personale nazionale nell'analisi e nella valutazione delle condizioni di sicurezza; ugualmente, bisogna migliorare il confronto sulle questioni relative alla sicurezza con i nostri principali partner al livello nazionale o locale, in modo particolare con i nostri colleghi delle Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.

- Bisogna anche spiegare l'imparzialità o l'indipendenza sono importanti e perché la neutralità è necessaria.

Per noi, l'imparzialità significa semplicemente che l'azione umanitaria deve aiutare le persone qualunque sia la loro origine, la loro razza, il loro sesso, le loro credenze religiose. Così, nessuno sarebbe privato dell’assistenza o della protezione a causa delle proprie convinzioni. Sebbene esistano altre definizioni, questo non è un principio molto contestato.

Per noi, l'indipendenza esige che la nostra azione umanitaria sia distinta dai processi decisionali politici e che sia percepita come tale. La ragione è molto semplice: in ogni conflitto, le parti tendono a rifiutare gli attori umanitari che sospettano di avere un fine politico nascosto.

Ciò spiega, non ne sarete stupiti, perché insistiamo così categoricamente sul rispetto delle rispettive identità, dei mandati e dei metodi operativi dei differenti attori. Siamo lieti di vedere che questo punto figurare in buona posizione nel documento di lavoro. A nostro avviso, differenti tipi di approcci integrati, associando mezzi politici, militari, umanitari e elementi di ricostruzione, portati avanti dalle Nazioni Unite, da una parte, ed un certo numero di Stati, dall’altra, vanno contro questo principio. Il CICR non potrebbe sottoscrivere queste politiche.

Per questo motivo, siamo particolarmente preoccupati della menzione, nel documento di lavoro dell'OCHA, dell'adesione ad un'azione comune come il ritiro di ogni presenza umanitaria nelle zone dove si registrano una serie di violazioni gravi. Sebbene comprendiamo lo scopo, abbiamo visto, in Afghanistan ed in Iraq ad esempio, delle situazioni dove, in virtù di questo tipo di percorso condizionale, si abbandonavano intere popolazioni, con il pretesto che esse erano controllate da una parte che la comunità internazionale voleva ostracizzare o isolare.  

Non sempre è facile fare comprendere ciò che significa la neutralità. Di fatto, la si confonde spesso con l’indifferenza. Il CICR non è neutrale di fronte alle violazioni del Diritto Internazionale Umanitario. Viceversa, in un conflitto, non prende parte e non ritiene responsabile né un parte né l'altra. Il CICR confida i conflitti come dei fatti, e si esprime solo sulla condotta delle ostilità.  

La neutralità è un mezzo per ottenere fine dunque, e non un fine a se stesso. È un mezzo per mantenere aperta la strada all'azione concreta. Intendiamo mantenere il dialogo con tutte le parti; non rifiutiamo mail il dialogo con i soggetti che detengono il potere sulle popolazioni. Ciò non rappresenta minimamente un giudizio sul loro valore in quanto interlocutori, e ciò non vuole dire neanche che riconosciamo loro uno status particolare.

Difendere un’azione umanitaria indipendente e neutrale, significa, in altri termini, richiedere il mantenimento di una distinzione molto netta tra l'azione umanitaria e le azioni politico-militari. Non che il CICR eviti i mezzi militari; al contrario, ricerchiamo, e abbiamo spesso, un dialogo attivo con essi. Ci sono circostanze, quando gli altri soggetti sono incapace di adempiere alle proprie missioni, in cui è probabile che il ricorso ad una unità militare, sia l’ultima possibilità per le popolazioni colpite. Ciò che vogliamo veramente, invece, è di evitare la confusione che attualmente risulta per il fatto che si qualificano come “umanitarie” campagne militari "di conquista di cuori e di spiriti" o di ricostruzione.  

 Le squadre provinciali di ricostruzione all’opera in Afghanistan danno, a questo riguardo, un problemi al CICR, non rispetto agli obiettivi rigorosamente militari o di sicurezza che si sono fissati: a causa della nostra neutralità è una questione sulla quale preferiamo non esprimerci. Ci sembra inquietante, in compenso, che inseriscano degli interventi umanitari in un progetto globale che è militare e di sicurezza, in quanto rispondere ai bisogni di certe parti della popolazione, può fare parte di una strategia che mira a vincere un oppositore o un nemico.  

Questo modus operandi è forse difendibile, ma è importante sottolineare che un progetto che si basa su tale definizione dell'azione umanitaria è contrario ai principi del CICR e che quest’ultimo non potrà sottoscrivere o parteciparvi.  

Siamo coscienti, che questo rischia di dare l'impressione che il CICR, ancora una volta sottolinea la propria "differenza" e che, in un mondo in piena mutazione, conserva le proprie vecchie tradizioni. Niente è più lontano dalla nostra intenzione. Il documento di lavoro contiene osservazioni molto utili, di cui certe illustrano le contraddizioni e le debolezze che esistono in seno alla comunità umanitaria. Il CICR non ha nessuna ragione di cullarsi nell'autocompiacimento e si augura vivamente di trarre insegnamenti dall'esperienza degli altri.  

In questo senso, siamo veramente risoluti a partecipare, con tutti gli attori umanitari e le altre parti interessate, ad un dialogo trasparente su queste questioni, sia nelle situazioni di conflitto indicate, dove è spesso vitale condividere le analisi e le valutazione delle minacce, sia nel quadro di dibattiti teorici dove si può arrivare a comprendere meglio ciò che gli uni e gli altri intendono per "azione umanitaria."  

Sappiamo perfettamente che oggi esistono altre definizioni dell'azione umanitaria oltre la nostra. Lungi da noi l'idea che tutti gli altri attori debbano o possano aderire alla nostra definizione o alla nostra filosofia operativa. Conosciamo il rischio che cui siano in futuro, come è già successo, delle situazioni dove la nostra linea di condotta non darà i risultati aspettati e dove occorrerà probabilmente che altri attori intervengano.  

In compenso, siamo convinti fermamente che dobbiamo precisare bene la nostra posizione: è importante che possiamo far comprendere questo sia ai soggetti con cui ci confronteremo, attraverso dialoghi, consultazioni o coordinamento con altri attori, e sia a i soggetti con cui non ci confronteremo. Siamo convinti di mantenere la nostra modalità di azione, basata su dei principi, perché siamo certi che essa rimane efficace e necessaria.
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Riferimenti per le versioni originali:

31-03-2004  Official Statement  by Pierre Krähenbühl
Humanitarian security: "a matter of acceptance, perception, behaviour..."
http://www.icrc.org/Web/Eng/siteeng0.nsf/html/5XSGWE?OpenDocument

31-03-2004  Déclaration  par Pierre Krähenbühl
La sécurité humanitaire : « une question d'acceptation, de perception, de
comportement. »
http://www.icrc.org/Web/fre/sitefre0.nsf/html/5YBFDC?OpenDocument

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