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n° 236 del 15 Febbraio 2005 Stampa E-mail
lunedì 14 febbraio 2005

15 Febbraio 2005
nr. 236
Notiziario a cura del Museo Internazionale Croce Rossa
Castiglione delle Stiviere (MN)


Questo numero è inviato a nr 1.174 indirizzi e-mail


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1-CICR Comunicato Stampa nr. 05/06 del 11 febbraio 2005
“Nepal: il CICR richiede insistemente il rispetto del diritto internazionale umanitario”
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

 

2-CICR news nr. 05/12 del 11 febbraio 2005
“Afganistan: distribuzione di soccorsi d’emergenza contro il freddo glaciale di Kabul”
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

 

3-Susanna Fioretti delegata CRI in Afganistan
Di M.Grazia Baccolo

 

4-Tratto dal sito della Federazione della Croce Rossa del 3 febbraio 2005
“Indonesia, I villaggi isolati di Aceh chiedono di non essere dimenticati”
di Pia Elers in Lam No, provincia di Aceh
Traduzione non ufficiale di Susy Turato

 

5-CICR Comunicato stampa n° 05/1 del 14 gennaio 2005
“Kosovo: appello delle Nazioni Unite e del CICR per la ripresa del dialogo sulle persone scomparse"
Traduzione non ufficiale di Sabrina Bandiera

 

6-“La tela di Penelope” Sideral Edizioni, 2004, pagg.206 Autrice Susanna Fioretti
di M.Grazia Baccolo
Presentazione dall'Ansa "La Tela di Penelope"

 

7- Allegato
Ciclo di sei conferenze “Quale diritto nei conflitti armati?” organizzati in collaborazione da
Università degli Studi Milano – Bicocca, Facoltà di Giurisprudenza - Croce Rossa Italiana e
Dipartimento Giuridico delle Istituzioni Nazionali ed Europee.
Le conferenze si terranno il 21 Marzo – 4 e18 Aprile – 2, 9, 23 Maggio 2005 presso
Università degli Studi Milano-Bicocca Edificio U6 Piazza dell’Ateneo Nuovo,1 – 20126 MILANO
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo - www.unimib.it/giurisprudenza/dgine/Bacheca.htm

 

8- Allegato
CABLIT News Febbraio 2005
Comunicatoci da Isidoro Palumbo

 


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1-CICR Comunicato Stampa nr. 05/06 del 11 febbraio 2005
“Nepal: il CICR richiede insistemente il rispetto del diritto internazionale umanitario”
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

 

 

Ginevra/Katmandu (CICR) - Da nove anni, il Nepal vive un’atmosfera di violenza e più di 10.000 persone hanno perso la vita. Troppo spesso, sono i civili che soffrono direttamente o indirettamente del conflitto in corso.

 

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) richiede insistentemente alle parti in conflitto di rispettare le regole essenziali e universalmente accettate del diritto internazionale umanitario contenute nell’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949 (di cui il Nepal è parte), le regole consuetudinarie relative alla condotta delle ostilità e applicabili ai conflitti armati non internazionali, così come le norme pertinenti contenute negli altri trattati internazionali. Queste regole precisamente dicono che:

 

· Sono vietati gli attacchi diretti contro i civili e gli attacchi di violenza il cui scopo è la diffusione del terrore fra la popolazione civile;

 

· Sono proibiti, gli omicidi, le esecuzioni sommarie, le torture, le violenze sessuali, i trattamenti crudeli e le catture di ostaggi.

 

· I minori di anni 18 non devono prendere parte direttamente alle ostilità.

 

· I combattenti feriti e malati, così come coloro che sono catturati o che si arrendono, devono essere trattati con umanità;

 

· I feriti e i malati devono essere curati senza ritardi né distinzioni. Il personale medico così come le strutture e le installazioni sanitarie ed anche le ambulanze, i posti di sanità e gli ospedali devono essere rispettati dalle due parti in conflitto.

 

Le installazioni, i veicoli e il personale della Croce Rossa del Nepal devono, anch’essi, essere rispettati.

 

Il CICR è un’organizzazione imparziale, neutrale e indipendente che ha per missione il portare protezione ed assistenza alle vittime dei conflitti armati e di altre situazioni di violenza, come pure di promuovere il rispetto del diritto internazionale umanitario. A questo titolo, ha organizzato delle riunioni di formazione e discussione per le forze armate delle due parti in conflitto.

 

Dall’inizio delle sue attività in Nepal nel 1998, il CICR ha visitato 4.749 persone detenute dalle due parti in conflitto. Durante lo stesso periodo, 3.151 messaggi Croce Rossa sono stati scambiati fra i detenuti e le loro famiglie. Tuttavia, il CICR è a conoscenza di casi riguardanti 900 persone di cui si è ancora senza notizia e le cui famiglie vivono nell’angoscia.

 

Il personale medico del CICR ha fatto, nel 2004, formazione in chirurga di guerra per un centinaio di chirurghi, medici e ausiliari sanitari. Sessanta amputati sono stati dotati di arti artificiali e circa 400 persone sono state formate come istruttori di soccorso o come soccorritori in tutto il paese. In oltre, la Croce Rossa nel Nepal ha ricevuto in dono tre ambulanze.

Grazie al CICR, le persone incarcerate in cinque prigioni hanno avuto la possibilità di accedere all’acqua potabile. In cooperazione con la Società nazionale, l’istituzione si è anche occupata di rendere più moderno il sistema di trasporto dell’acqua in diversi villaggi.

 

Il CICR esorta le due parti in conflitto a mantenere ed a rinforzare il dialogo umanitario iniziato con lo stesso, nell’interesse della popolazione nepalese, che è la principale vittima di questo conflitto.

 

 

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2-CICR news nr. 05/12 del 11 febbraio 2005
“Afganistan: distribuzione di soccorsi d’emergenza contro il freddo glaciale di Kabul”
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

 

L’Afganistan sta passando l’inverno più rigido da diversi anni, con un freddo polare e importanti nevicate. In oltre, sono stati segnalati casi di persone che muoiono di freddo nei campi di “senza-casa” costituiti da tende, sparsi qua e la nella periferia della capitale, Kabul.

 

A seguito di una richiesta del ministero afgano della Sanità e ad una valutazione dei bisogni, la cooperazione italiana, in collaborazione con la Croce Rossa Italiana e il CICR, ha distribuito 45 tonnellate di legna e più di 400 coperte il 1 febbraio a famiglie che vivono nel campo a Chaman-i-Barak, nella periferia di Kabul. Il giorno dopo, una distribuzione simile è stata effettuata in favore di 60 famiglie che vivono in tende in un altro campo, Shahi Shahid.

 

Circa 200 famiglie – di cui la metà residente nei campi -- hanno beneficiato dell’assistenza fornita a Chaman-i-Babrak. E’ vero che questa assistenza non è certamente sufficiente a coprire tutti i bisogni, si tratta di un inizio. In effetti, una nuova distribuzione è già prevista.

 

Un gran numero di queste famiglie sono ritornate dal Pakistan e vivono a Chaman-i-Babrak in condizioni spaventose da mesi, perfino anni. Questo luogo è sprovvisto di tutte le comodità ed i rifugi miserevoli sono fatti di fango e da teli in plastica.

 

Abdul Qahar, un vecchio soldato, e gli otto membri della sua famiglia avevano grande necessità di questo aiuto. In effetti, sei giorni prima, Nazia, sua moglie, aveva dato alla luce il loro sesto figlio, una bambina, Nasima. Con una maglia bianca, il neonato era nelle braccia della mamma, nel loro rifugio sinistro e fangoso, quando Abdul è arrivato anunciando alla sua famiglia la distribuzione dei soccorsi insperata.

 

Chaman-i-Babrak è un luogo orribile per crescerci dei bambini. E l’inverno glaciale rende questo compito ancora più difficile. Tuttavia, almeno per ora, ci sarà abbastanza legna per il fuoco e coperte per scaldare Nasima, ella avrà modo di abituarsi a questo mondo freddo e sconosciuto.

 

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3-Susanna Fioretti delegata CRI in Afganistan
Di M.Grazia Baccolo

 

Come sempre le notizie del Comitato Internazionale della Croce Rossa e della Federazione Internazionale parlano delle attività, di quello che si fa, di quello che si raggiunge, di quello che a volte non si raggiunge. Raramente si citano nomi di chi fa il lavoro, se non di Presidenti, Direttori di porta-voce ufficiali, è giusto che sia così. Beh…stavolta il nome del delegato CRI che ha effettuato l’attività in Afganistan: la distribuzione di soccorso d’emergenza contro il freddo glaciale di Kabul, io lo conosco ed ora ve lo presento.

E’ una donna italiana, di nome Susanna Fioretti. Sono in contatto e-mail con lei da quando, a metà gennaio 2005, è andata a Kabul (per l’ennesima volta) a seguire il progetto della Croce Rossa Italiana che riguarda un orfanatrofio nella capitale dell’Afganistan. Mi aveva descritto la distribuzione, quella di cui si dice nella news del CICR, e mi aveva raccontato anche dei rischi corsi quando, per poter finire la distribuzione, si sono trattenuti anche dopo che il sole era calato ed il freddo diventato quasi insopportabile. Qualche giorno dopo, con mia sorpresa, ricevo il bollettino del CICR (il nr. 05/12 del 11 febbraio 2005) che fa riferimento proprio a quella attività. E’ questa una bella occasione per andare più in là. Le notizie di che cosa accade nel mondo sono importanti, ma quando possiamo conoscere meglio chi le ha ideate e messe in pratica, acquistano un altro sapore, riusciamo a condividerle meglio.

 

Ho conosciuto Susanna a Castiglione delle Siviere, in occasione dell’ultimo corso per delegati tenutosi qui, in ottobre 2004. Veniva a portare la sua esperienza ai corsisti e fra le diverse cose che ha fatto, ultima in ordine di tempo, è seguire un programma per bambini di un orfanatrofio di Kabul per conto della Croce Rossa Italiana. L’ho ascoltata quando parlava ai partecipanti del corso. E’ stata diretta, essenziale, ma soprattutto semplice e per questo molto efficace. Ricordo che nel finale, quando era tempo di raccomandazioni ha detto qualcosa che somigliava molto a: <Non fatevi prendere dalla foga di “cambiare” il mondo, restate con i piedi per terra e con quelli fate un passo dopo l’altro, piano piano. E’ facile che, in situazioni di grave emergenza umanitaria, ci si senta in qualche modo “superiori” e questo ci può far cadere nell’errore di lavorare con l’animo del colonialista umanitario. Attenzione questo capita anche quando non lo vogliamo, quando meno ce lo aspettiamo, è una sensazione subdola, quindi attenzione, tanta attenzione.>

Resteremo in contatto con Susanna, che mi ha promesso di raccontarci delle sue attività, ogni tanto, quando potrà. Una sorta di corrispondente del Caffè nel mondo, ora dall’Afganistan perchè è lì……….. domani chissà da dove…….leggeremo.

 

 

 

4-Tratto dal sito della Federazione della Croce Rossa al link: http://www.ifrc.org/docs/news/05/05020301/
Indonesia, I villaggi isolati di Aceh chiedono di non essere dimenticati
3 febbraio 2005 di Pia Elers in Lam No, provincia di Aceh
Traduzione non ufficiale di Susy Turato

 

Un peschereccio indonesiano lungo 17 metri sta uscendo da quello che era il bacino portuale di Banda Aceh. Il porto è stato spazzato via dallo tsunami, come la metà del capoluogo di questa provincia.

 

Tuttavia, una parte del pontile è riuscita a resistere alla forza delle onde gigantesche, e ora alcune barche da pesca vecchie e colorate sono lì ferme l’una accanto all’altra in attesa di trasportare passeggeri e provviste nelle cittadine remote della costa nord occidentale di Sumatra.

 

Si tratta di luoghi che sono rimasti isolati da quando sono stati travolti dallo tsunami, che ha distrutto le strade e svariati ponti lungo il tratto di 250 chilometri di costa tra Banda Aceh e Meulaboh.

 

Uno dei pescherecci è stato caricato con articoli di soccorso per Lam No, una cittadina situata a 60 chilometri a sud di Banda Aceh. Allo stesso tempo, si sono imbarcati anche 15 studenti del Jakarta, offertesi volontari per la Croce Rossa indonesiana per partecipare alle operazioni di soccorso.

 

Il capitano ordina al suo equipaggio di chiudere con serrette i vecchi boccaporti di legno, al fine di evitare che l’acqua di mare penetri nel carico prezioso. Sono state caricate cinque tonnellate di merci: riso, zucchero, olio da cucina, coperte e altri articoli essenziali.

 

Man mano che ci si allontana dalla terra ferma, non si può non provare a cercare di immaginare come appariva quel porto in quella soleggiata domenica mattina, quando un’onda di dimensioni spaventose ha distrutto tutto quello che trovava nel suo cammino. Tuttavia, è impossibile immaginarsi una scena del genere.

 

Dopo cinque ore di navigazione arriviamo a Lam No. Il pontile d’approdo non c’è più: il capitano deve far approdare la barca presso una scogliera. Circa una dozzina di persone del luogo osserva questa manovra un po’ difficile.

 

Là, ad attenderci, c’è già un autocarro e nel giro di pochi minuti le persone locali e i volontari della Croce Rossa indonesiana danno una mano a scaricare la barca. Poi con l’autocarro andiamo a visitare alcuni rifugi, dove 12.000 persone hanno trovato riparo.

 

Ad accoglierci lungo il nostro percorso verso la cittadina di Lam No è uno scenario tetro: pantano di fango, alberi di palme caduti e nude fondamenta di abitazioni. Tadjuddin, coordinatore locale, ci dice che 30 dei 40 villaggi del distretto sono stati distrutti completamente. Circa 6.500 persone (quasi il 30% della popolazione) sono morte o disperse.

 

L’onda assassina si è estesa nell’entroterra per quattro chilometri prima di ritirarsi. Gli unici a sopravvivere sono coloro che sono riusciti a rifugiarsi sulle colline che circondano i villaggi. Molti dei senza tetto si sono sistemati lì, e sono proprio queste persone che oggi andiamo a visitare.

 

L’autocarro procede a sobbalzi su per le montagne, attraversando un paesaggio selvaggio e pieno di colore. È un contrasto enorme con i campi di riso inariditi attraverso i quali siamo appena passati.

 

La nostra prima fermata è un campo provvisorio per 464 sopravvissuti del villaggio Sapek, i quali si precipitano sull’autocarro non appena questo si ferma.

 

Il coordinatore Tadjuddin legge una lista: a queste persone spetta del riso, dell’olio da cucina, dei teloni e gli assai richiesti “pacchetti famiglia”, che consistono di pentole da cucina, posate e articoli per l’igiene, quali sapone e spazzolini da denti.

 

Gli uomini del villaggio accatastano le scatole. E le donne, con in braccio i loro bambini piccoli, li guardano da una certa distanza. Il capo villaggio, Osman Basera, ci dice che questa è la terza volta, da quando lo tsunami ha colpito, che ricevono aiuti.

 

“Il riso e gli spaghetti vanno bene. Ore ne abbiamo abbastanza per un’altra settimana. Speriamo che la distribuzione continui, in quanto ci vorrà del tempo prima che possiamo coltivare qualcosa nei nostri campi. Sono stati rovinati dall’acqua di mare e molti dei nostri bufali sono morti”, afferma Osman.

 

Osman, indicando la pila dei “pacchetti famiglia”, aggiunge che ne servirebbero molti di più. “Abbiamo bisogno di tutto dai piatti ai sarong (indumenti caratteristici del luogo - ndt) perché la mia gente ha veramente perso tutto. Anche se avesse del denaro, non c’è niente da comprare nei negozi di Lam No, i quali non stanno nemmeno ricevendo alcun rifornimento”.

 

In un altro campo non molto distante, incontriamo i sopravvissuti del villaggio di pescatori di Ujong Muluh. Era situato a soli 100 chilometri dal mare. Una volta aveva una popolazione di 1.100 persone, mentre oggi ne ha solo 400.

 

Ilyas Ismail, pescatore, ci racconta che l’unico motivo per cui oggi è vivo è perché si trovava in mare quando lo tsunami ha colpito il villaggio. Quel giorno, cercò di dirigersi il più in fretta possibile verso la riva per cercare la sua famiglia.

 

Ma già da molto lontano, si rese conto che era successo quello di cui tanto temeva. Nel punto in cui sorgeva la casa della sua famiglia, non c’era più niente se non un grande buco. Trovò il cadavere di suo suocero, ma nessuna traccia di sua moglie e dei suoi cinque bambini.

Il grande dolore che Ilyas sta provando va al di là di ogni immaginazione. Dà una lunga boccata alla sua sigaretta indonesiana di forma conica, mentre i suoi occhi si riempiono di lacrime.

 

Quando gli chiediamo se ritornerà al villaggio distrutto per ricostruire una nuova casa, ci guarda sorpreso: “Naturalmente. Dove altro dovrei ricostruire una nuova dimora e incominciare una nuova famiglia. Ujong Muluh è il luogo a cui appartengo, non ci sono altri posti per me”.

 

Nasari Abdulrani lo interrompe: “Però non possiamo iniziare a ricostruire prima che tutti i cadaveri siano stati rimossi. Ogni giorno una squadra di abitanti del villaggio va a cercarli e continueremo così finché non ce ne saranno più”.

 

Ilays, pescatore, inizia a parlare di nuovo: “Ma non siamo sicuri che il governo indonesiano sia in grado di occuparsi di tutto questo, di supportarci nella ricostruzione di nuovi villaggi. Abbiamo bisogno di tutti voi; della Croce Rossa e di tutte le organizzazioni straniere che sono qui ora. Per piacere non dimenticateci.”

 

 

 

 

5-CICR Comunicato stampa n° 05/1 del 14 gennaio 2005
“Kosovo: appello delle Nazioni Unite e del CICR per la ripresa del dialogo
sulle persone scomparse”
Traduzione non ufficiale di Sabrina Bandera

 

Ginevra (CICR) – Il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per il Kosovo, Søren Jessen-Petersen, e il presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), Jakob Kellenberger, hanno lanciato oggi [14 gennaio, NdT] un appello per la ripresa del dialogo diretto tra Belgrado e Pristina sulla questione delle persone scomparse. A seguito di una riunione tenuta con Jessen-Petersen presso la sede del CICR a Ginevra, il presidente Kellenberger ha riaffermato l’impegno dell’Istituzione a presidiare un gruppo di lavoro* incaricato di fare luce sulla sorte di più di 3.000 persone di cui non si hanno ancora notizie nonostante il conflitto sia terminato da cinque anni. Questo gruppo di lavoro, che comprende dei rappresentanti delle autorità di Belgrado e di Pristina, si è riunito una sola volta dopo la sua creazione nel marzo 2004.

“Si tratta innanzitutto di una questione umanitaria”, afferma Jessen-Petersen. “Le famiglie delle persone scomparse soffrono da molto tempo. Io ringrazio il CICR di essersi proposto per giocare un ruolo di primo piano per facilitare il dialogo, perché è orami giunto il momento di fare dei progressi su questa questione. Essa è rimasta per troppo tempo in sospeso. Nuovi ritardi non farebbero che aggravare la sofferenza delle famiglie in tutte le comunità interessate. Esse hanno il diritto di sapere che cosa è successo ai loro famigliari”.

Il bisogno urgente di compiere dei progressi su questa questione è stato sottolineato dal capo delle operazioni del CICR per l’Europa del Sud-Est e presidente del gruppo di lavoro, François Stamm: “Migliaia di famiglie attendono da diversi anni notizie di un famigliare scomparso. Le autorità delle due parti hanno la responsabilità di chiarire questa questione. In quanto intermediario, il CICR è pronto ad aiutarle”.

Una ripresa del dialogo diretto tra Pristina e Belgrado permetterebbe di accelerare il processo di trasferimento di resti umani. Un migliore scambio di informazioni contribuirebbe anche a risolvere alcuni problemi tecnici, a facilitare la localizzazione delle persone disperse e a migliorare il coordinamento tra le diverse organizzazioni.

“La Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kosovo** è pronta a prendere delle misure immediate riguardanti questa questione, con il sostegno della comunità internazionale”, ha dichiarato Jessen-Petersen.

In Kosovo, come in altri paesi della regione, il CICR partecipa a diverse attività umanitarie destinate a risolvere il problema delle persone scomparse. Queste attività consistono in particolare nel raccogliere e centralizzare le informazioni personali (ivi compresi i dati ante mortem) sulle persone disperse, nel pubblicare dei libri contenenti le informazioni su queste persone (vestiti, oggetti personali che esse avevano al momento della loro scomparsa, etc.) e ad apportare una assistenza giuridica e psicologica alle famiglie. Inoltre, il CICR sostiene numerose associazioni di aiuto reciproco create dalle famiglie.

 

 

* Il CICR presiede il gruppo di lavoro sulle persone scomparse dal febbraio 2004 (Cfr. “Kosovo: il CICR presiederà un gruppo di lavoro sulle persone disperse”, News n° 04/24 del 27 febbraio 2004, in Caffè Dunant n° 193/2004) (NdT).


** La Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kosovo (United Nations Interim Administration Mission In Kosovo - UNMIK) è un’operazione di pace approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per la riforma e la ricostruzione del Kosovo. Essa è stata istituita il 10 giugno 1999 con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, che aveva nello stesso tempo autorizzato l’ingresso di un contingente di sicurezza guidato dalla NATO (KFOR - Kosovo Force).

Maggiori informazioni sulla Missione in http://www.onuitalia.it/peacekeeping/unmik.html (NdT).

 

 

 

 

 

6-“La tela di Penelope” di Susanna Fioretti
Sideral Edizioni, 2004, pagg.206, Euro 12
di M.Grazia Baccolo
Presentazione dall'Ansa "La Tela di Penelope"

 

E’ un’Infermiera Volontaria della CRI Susanna, che ad un certo punto della sua vita, quando di strada ne aveva percorsa già parecchia, decide che vuole, oltre che lavorare nella sua città: Roma, anche lavorare in altre città, in posti sparsi nel mondo. E così parte: India, Mauritania e poi Afganistan. Questa sua parte di vita, ma non solo, Susanna la scrive in un libro “La tela di Penelope” che è stato pubblicato da Sideral Edizioni (Via città di Castello 14 – 00191 Roma – Fax 06-3330109 Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo - www.audiolibrifate.com e che sarà a giorni in distribuzione in tutte le librerie. E’ stato stampato a Kabul da “The voice of afghan women” Associazione femminile afgana che gestisce una radio indipendente e la rivista MALALAI.

Susanna devolve i diritti del libro al progetto “The House of Flowers” di Kabul.

 

Io l’ho letto e mi è piaciuto molto. Susanna parla di sé, del suo privato, del suo lavoro umanitario in Italia ed all’estero. E’ molto interessante e lo consiglio vivamente a chi vuol sapere chi è e che cosa fa un “delegato” della Croce Rossa.

 

Riporto integralmente la quarta di copertina di “La tela di Penelope”:

 

“Scuotendo il capo” di Alberto Cairo – Responsabile dei centri ortopedici e di riabilitazione del Comitato Internazionale Croce Rossa in Afganistan

 

“ Chi te lo fa fare, beata te, magari potessi io, ma non hai paura, ma resta a casa che è meglio, tutti bravi ad occuparsi dei bambini indiani, ma ai nostri vecchi chi ci pensa? Sei matta”.

Se lo sente dire chi parte ad aiutare in paesi lontani. Assieme a sguardi di curiosità. Pochi, credo, hanno una risposta esauriente.

Susanna Fioretti non prova a darcela, al lettore di trovarla tra i diari di viaggio e lavoro, nel racconto della sua vita. Tanti i personaggi nei mondi distanti degli aiutati: indiani, mauritani, o vicini a Roma, alla Borraccia. Tanti nel mondo che Susanna lascia e a cui ritorna ogni volta: amici, familiari, affetti, amori. Personaggi severi e divertenti, preoccupati e critici, tutti parte della sua vita e delle sue avventure lontane. Molti i lettori che si ritroveranno in lei. Chi il lavoro umanitario l’ha svolto, chi l’ha solo sognato e chi lo disapprova. Alcuni scuoteranno il capo. Ma saranno pochi, ne

sono convinto.

 

L’autrice Susanna Fioretti, ha pubblicato il suo primo libro sulle vicende di un campo nomadi della Periferia di Roma con l’editore Palombi (1989). E’ stata coautrice del volume storico “In guerra, in pace” (Palombi 1990), ha scritto soggetti e sceneggiature per cinema e televisione.

Oltre alle esperienze come infermiera volontaria e delegato internazionale della Croce Rossa Italiana in Afganistan, India e Mauritania, ha ideato e coordinato attività di ricerca e protezione ambientale nell’isola greca di Rodi, dove ha promosso la costruzione di una casa ecologica che ha ospitato gratuitamente nel 2001 per le vacanze estive bambini “a rischio” affidati alla casa famiglia “Xamoielo tou pediou”.

 
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