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Standing Commission

n° 87 del 2 Aprile 2002 Stampa E-mail
lunedì 01 aprile 2002
2 APRILE 2002
nr. 87
Notiziario a cura del Museo Internazionale Croce Rossa
Castiglione delle Stiviere (MN)




---------------------------------------------------------------------------------- 

 

1-
Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR)
Comunicato stampa del 2 aprile 2002
Israele, i territori occupati e i territori autonomi: il CICR richiama al
rispetto dei servizi medici
Traduzione non ufficiale di Sabrina Bandera


2-
CICRnews 13 del 28 Marzo 2002
Traduzione non ufficiale di M.Grazia Baccolo

3-
I CRIMINI CONTRO L'UMANITA'
di Roberto Arnò

4- Allegato:
<Il diritto internazionale dei conflitti armati, la protezione civile e il
diritto dei rifugiati>
Corso di formazione (maggio - giugno 2002)
Direzione del Corso: Prof. Dino Rinoldi
Coordinatore didattico: Avv. Isidoro Palumbo

1-
Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR)
Comunicato stampa del 2 aprile 2002
Israele, i territori occupati e i territori autonomi: il CICR richiama al
rispetto dei servizi medici

Tel Aviv (CICR) - Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) è
vivamente preoccupato per la flagrante mancanza di rispetto dei servizi
medici registrata durante l'intensificazione senza precedenti della violenza
in Israele e nei territori palestinesi occupati nel corso delle ultime
settimane. Egli condanna qualsiasi attacco diretto contro il personale e le
installazioni mediche, e reitera il suo appello al rispetto dei servizi
medici da parte di tutte le parti interessate.

Allorché la violenza aumenta, è di importanza capitale che i servizi medici
che curano i feriti e i malati possano lavorare senza impedimenti. Tanto la
Mezzaluna Rossa palestinese che il Magen David Adom hanno operato
coraggiosamente e senza tregua per compiere la loro missione umanitaria -
che ingloba tutte le popolazioni e tutte le culture - e curare le vittime
della violenza, senza distinzione.

Sfortunatamente, questi servizi medici sono stati sempre più presi a
bersaglio nel corso delle ultime settimane. Il CICR è indignato per i
recenti attacchi diretti contro i servizi medici d'urgenza tanto della
Mezzaaluna Rossa palestinese che del Magen David Adom. Il 31 marzo, sette
persone - di cui quattro facevano parte del personale del Magen David Adom -
sono state ferite in un attacco suicida in prossimità di un centro medico
nella colonia israeliana di Efrat, vicino a Betlemme. Solo tre settimane fa,
tre membri palestinesi dei servizi medici d'urgenza (di cui due appartenenti
alla Mezzaluna Rossa palestinese) sono stati uccisi e numerosi altri
gravemente feriti quando le loro ambulanze sono state il bersaglio di tiro
di soldati israeliani, a Jénine e Tulkarem.

Il CICR è allarmato per le restrizioni sempre più importanti imposte dalle
Forze di difesa israeliane ai servizi medici della Mezzaaluna Rossa
palestinese e alla missione umanitaria del CICR nei territori palestinesi
occupati. Le attese possono arrivare fino a otto ore ai posti di controllo,
il rifiuto di accordare il libero passaggio e l'accesso rapido alle vittime
così come l'oppressione del personale di numerose ambulanze della Mezzaaluna
Rossa palestinese, sono altri fattori che impediscono gravemente l'
assistenza medica e umanitaria necessaria in ogni urgenza.

Il CICR si appella ancora una volta alle autorità israeliane e palestinesi,
affinché esse adempiano ai loro obblighi derivanti dal diritto
internazionale umanitario e che esse garantiscano il rispetto dell'azione
medica in Israele e nei territori palestinesi occupati.

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CICRnews 13 del 28 Marzo 2002

Il Presidente riafferma l'applicabilità delle Convenzioni di Ginevra.
Il Presidente del CICR Jakob Kellenberger ha insistito sull'applicabilità
del diritto internazionale umanitario esistente e la sua pertinenza nel
mondo moderno.

AFGANISTAN Terremoto - Azione coordinata
Il Movimento Internazionale della croce Rossa e Mezzaluna Rossa in
Afganistan (CICR. Federazione internazionale delle Società di Croce Rossa e
Mezzaluna Rossa, Mezzaluna Rossa Afgana) intervengono per far fronte ai
bisogni delle persone colpite dal terremoto avvenuto nel nord dell'
Afganistan, precisamente nella regione vicina a Nahrin.

ISRAELE, i territori occupati e i territori autonomi
Subire gli effetti dell'accerchiamento.
26 Marzo - Due camions del CICR marciano prudentemente su una cattiva strada
in pendenza che sale a tornanti attraverso le colline fino al villaggio di
Der Ibzi'e, a nord di Ramallah in Cisgiordania.

NEPAL - Sorveglianza del sistema di sanità
Per la seconda volta in quattro mesi, il CICR ha fornito a Bheri Zonal
Hospital di Nepalgunj ( a circa 600 Km da Katmandu) un assortimento di
materiale chirurgico che permetterà di trattare fino a 100 feriti di guerra.

SIRIA - Due matrimoni celebrati nel Golan
Le delegazioni del CICR a Damas e Tel-Aviv hanno organizzato, il 21 amrzo,
lo svolgimento di due matrimoni fra persone che vivono da una parte e dall'
altra della linea di demarcazione che divide il Golan. I siriano che vivono
sull'altipiano siriano del Golan occupato da Israele , in principio, non
sono autorizzati ad introdursi in territorio controllato dai Siriani e sono,
quindi, separati dalle loro famiglie da 34 anni. Questa è la ragione per la
quale questi matrimonisono stati organizzati sotto gli auspici del CICR.


ERITREA - Seminario di diritto per la polizia
La delegazione del CICR a Asmara ha terminato un seminario destinato a
<formare dei formatori> in Diritto Internazionale Umanitario e al diritto
dei Diritti dell'Uomo, organizzato per gli Istruttori e per altri alti
rappresentanti delle forze di polizia eritree.


SENEGAL - Presentazione in Casamance dei risultati dello studio " Le donne
in rapporto con la guerra "
Nekl quadro del Progetto " Le donne in rapporto alla guerra" la delegazione
regionale di Dakar (Senegal) del CICR ha organizzato, in collaborazione
con il Comitato Regionale di Ziguinchor (Casamance) della Croce Rossa
Senegalese, una giornata di sensibilizzazione al Diritto Internazionale
Umanitario.


Ricordiamo che le notizie complete, in lingua francese, possono essere
richieste a Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo e in altre lingue straniere si possono trovare nel
sito www.icrc.org

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3-
I CRIMINI CONTRO L'UMANITA'
di Roberto Arnò


ORIGINI E PRIME CODIFICAZIONI DEI CRIMINI CONTRO L'UMANITA' (1)

Esistono norme e principi non scritti che salvaguardano la dignità e
l'integrità della persona umana in qualsiasi circostanza. La loro violazione
è di tale gravità da offendere l'umanità intera e da costituire un motivo di
grave preoccupazione per la comunità internazionale nel suo complesso: essa
minaccia la pacifica convivenza tra i popoli e rivela con luce sinistra un
inferno di brutalità in cui ogni certezza, finanche per i valori più
fondamentali
e sacri, si perde.

All'alba del XX secolo l'esistenza di queste regole e principi,
caratterizzati dal carattere di "inviolabilità", viene codificata nel
diritto internazionale positivo. La Dichiarazione sulla rinuncia all'uso in
tempo di guerra di proiettili esplodenti di peso inferiore ai 400 grammi del
1868 riconosce l'esistenza di "limiti tecnici entro
i quali la necessità bellica deve arrestarsi per tener conto delle esigenze
dell'umanità" (paragrafo 1).

L'importanza di queste "leggi dell'umanità" e del loro essere limite estremo
e invalicabile trova consacrazione nelle Convenzioni sulle Leggi e gli usi
della guerra terrestre firmate all'Aia nel 1899 e nel 1907 nel Preambolo
delle quali si legge che "nei casi non compresi nelle disposizioni
regolamentari [...] adottate, le popolazioni e i belligeranti restano sotto
la salvaguardia e l'imperio dei principi del diritto delle genti, quali
risultano dagli usi stabiliti fra nazioni civili, dalle leggi dell'umanità e
dalle esigenze della coscienza pubblica" (VI Convenzione dell'Aia del 1907,
Introduzione, paragrafo 8).

Se ne conclude che l'esistenza di limiti inviolabili alle condotte che -
anche in tempo di guerra - gli Stati possono tenere era un fatto già
consolidato nell'ordinamento giuridico internazionale dei primissimi anni
del secolo appena concluso.

Al termine della Prima Guerra mondiale, la Commissione sulle responsabilità
degli autori della guerra e sull'applicazione delle sanzioni pervenne alla
conclusione che erano stati commessi dei "crimini contro l'umanità", in
particolare con riguardo al genocidio degli armeni in Turchia. Si tratta
della prima volta in cui tali crimini vengono riconosciuti in uno specifico
strumento di livello internazionale.

La prima codificazione dei crimini contro l'umanità nel diritto
internazionale positivo è contenuta nello Statuto del Tribunale militare
internazionale di Norimberga, il cui articolo 6 li definisce come
"l'omicidio volontario, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la
deportazione e ogni altro atto disumano commesso ai danni di una qualsiasi
popolazione civile, prima o durante la guerra, oppure persecuzioni per
motivi politici, razziali o religiosi semprechè tali atti o persecuzioni -
abbiano costituito o meno una violazione del diritto interno del paese in
cui sono stati commessi - siano stati perpetrati nell'esecuzione di uno dei
crimini rientranti nella competenza del Tribunale, o in connessione con uno
di siffatti crimini".

Quando, nel 1993 e nel 1994, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
ha istituito i due Tribunali internazionali per la ex Iugoslavia e per il
Ruanda, ha assegnato loro la competenza sopra i crimini contro l'umanità
Nello Statuto dei due Tribunali sono incriminati gli stessi atti: "a)
omicidio; b) sterminio; c) riduzione in schiavitù; d) deportazione; e)
incarcerazione; f) tortura; g) stupro; h) persecuzioni per motivi politici,
razziali o religiosi; i) altri atti inumani" (Statuto del Tribunale per la
ex Jugoslavia, articolo 5; Statuto del Tribunale per il Ruanda, articolo 3).
Diversa è però la cornice entro la quale questi comportamenti devono
inscriversi per costituire un crimine contro l'umanità: nel primo caso essa
è costituita da un conflitto armato, abbia esso carattere internazionale o
interno; nel secondo deve trattarsi di un attacco massiccio o sistematico
contro la popolazione civile.

Occorre sottolineare che, prima ancora di essere crimini internazionali,
tali comportamenti sono delitti comuni in tutti gli ordinamenti giuridici
interni degli Stati. Occorre pertanto stabilire quali siano quelle
caratteristiche tali da attribuire ad essi un rilievo internazionalistico:
quando, cioè, le conseguenze dei comportamenti in questione coinvolgono non
soltanto chi ne è direttamente vittima o la collettività in seno alla quale
sono stati posti in essere, ma minacciano le basi ed i principi stessi sui
quali si fonda la comunità internazionale. Il fatto che attraverso gli
omicidi, le deportazioni, gli stupri, si realizzi un disegno volto a colpire
una qualsiasi popolazione civile attribuisce a questi comportamenti una
gravità tale da far scattare l'interesse di ogni Stato ad agire per
reprimerli.


L'ARTICOLO 7 DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE (2)

I crimini contro l'umanità sono iscritti in virtù dell'articolo 5 dello
Statuto entro la competenza della Corte penale internazionale. Essi sono
definiti nel successivo articolo 7 in cui sono elencati i comportamenti che
"when committed as part of a widespread or systematic attack directed
against any civilian population, with
knowledge of the attack" (articolo 7, paragrafo 1) costituiscono un crimine
contro l'umanità.

Tutti i comportamenti criminosi riconosciuti in analoghi e precedenti
strumenti per la soppressione dei crimini contro l'umanità (quali gli
statuti dei Tribunali militari internazionali di Norimberga e di Tokio e gli
statuti dei Tribunali penali internazionali per la ex-Yugoslavia e per il
Ruanda) sono stati riportati anche nello Statuto della Corte penale
internazionale. Lo Statuto inoltre riconosce esplicitamente come crimini
contro l'umanità alcune tipologie di condotte criminose che non erano
espressamente elencate in analoghi precedenti strumenti, comportamenti quali
la sparizione forzata delle persone, il crimine di apartheid ed alcune gravi
forme di violenza sessuale. Si tratta, in particolare, di comportamenti che
già la comunità internazionale considerava inumani e tali da poter
costituire dei crimini contro l'umanità (si vedano per esempio la
Convenzione internazionale per la soppressione e la punizione del crimine di
apartheid; la Convenzione sulla imprescrittibilità dei crimini di guerra e
dei crimini contro l'umanità; la Convenzione inter-americana sulla
sparizione forzata delle persone; la Dichiarazione sulla protezione di tutte
le persone dalla sparizione forzata), comportamenti però che nessuno statuto
o strumento di codificazione dei crimini contro l'umanità aveva mai
esplicitamente accolto sotto questa fattispecie criminosa.

L'elenco completo degli atti incriminati dallo Statuto della Corte penale
internazionale comprende pertanto: "a) omicidio; b) sterminio; c) riduzione
in schiavitù; d) deportazione o trasferimento forzato della popolazione;
e)imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale
in violazione di norme fondamentali di diritto internazionale; f) tortura;
g) stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata,
sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di analoga
gravità; h) persecuzione contro un gruppo o una collettività [...]; i)
sparizione forzata; j) apartheid; k) altri atti inumani di analogo carattere
diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni
all'integrità fisica o alla salute fisica o mentale" (articolo 7, paragrafo
1).

Come si è visto, il paragrafo introduttivo dell'articolo 7 precisa le due
condizioni necessarie per qualificare i comportamenti elencati nelle lettere
(a)-(k) come crimini contro l'umanità.

La prima fa riferimento ad un attacco esteso o sistematico contro la
popolazione civile rimovendo il "war link" istituito dall'articolo 6 dello
Statuto del Tribunale di Norimberga. Su questo punto, nel corso della
Conferenza di Roma, le delegazioni si erano spaccate in due gruppi.
L'oggetto della frattura era la congiunzione che avrebbe legato i due
termini "esteso" e "sistematico". E' evidente, infatti, che il loro uso
congiunto - l'attacco deve essere sia esteso che sistematico - avrebbe
richiesto il superamento di una soglia troppo alta, ben oltre quelle
situazioni in cui vengono commessi degli atti che certamente hanno le
caratteristiche di gravità e barbarie dei crimini contro l'umanità.
E' vero anche, però, che deve esistere una soglia minima, capace di
distinguere quei comportamenti che sono di rilievo internazionale dagli
altri che, nonostante la gravità o la frequenza, rimangono essenzialmente di
competenza delle sole giurisdizioni interne degli Stati. Il secondo gruppo
di delegazioni sosteneva che l'uso disgiuntivo dei due termini - l'attacco
deve essere o esteso o sistematico - fissasse invece troppo in basso quella
soglia: ciò che avrebbe posto sotto la giurisdizione della Corte situazioni
che non hanno alcun rilievo internazionalistico.
La preoccupazione per il fatto che dei crimini isolati e senza connessione
tra loro potessero ricadere sotto la giurisdizione della Corte penale
internazionale fu accolta. Non si ritenne però che la soluzione potesse
essere l'uso congiunto dei due termini: il richiedere di dimostrare che
l'attacco contro la popolazione civile fosse "esteso e sistematico" venne
considerato da molte delle delegazioni presenti alla Conferenza diplomatica
di Roma un test eccessivamente restrittivo. Furono allora diversi tra gli
Stati c.d. "like-minded" ad osservare che la questione
dell'esclusione dalla competenza della Corte dei crimini isolati e senza
connessione tra loro fosse già regolata attraverso il concetto di "attack
against any civilian population" Non sarebbe possibile infatti connotare
come attacco diretto contro la popolazione civile degli atti isolati e non
connessi tra loro o dei crimini o offese commessi su una scala molto ridotta
o limitata: perché si sia in presenza di un attacco contro la popolazione
civile un certo grado di pianificazione deve esistere. Queste considerazioni
furono largamente condivise e con l'accordo aggiunto venne, da un lato,
accolto l'uso disgiuntivo dei termini che caratterizzano l'attacco, che
quindi deve essere "esteso o sistematico"; dall'altro, fu deciso che il
termine "attacco" fosse più precisamente definito: ciò che fu fatto
introducendo il paragrafo 2 nell'articolo 7. Questo paragrafo stabilisce che
"[f]or the purpose of paragraph 1: (a) 'Attack directed against any civilian
population' means a course of conduct involving the multiple commission of
acts referred to in paragraph 1 against any civilian population, pursuant to
or in furtherance of a State or organizational policy to commit such attack"
(articolo 7, paragrafo 2). In altre parole, ai sensi dell'articolo 7,
paragrafo 2, per "attacco" si deve intendere una situazione caratterizzata
dalla presenza simultanea di una "course of conduct" - con cui si intende il
fatto che i comportamenti incriminati devono in qualche misura ripetersi
(senza tuttavia che la loro diffusione debba essere estesa) - e di una
"policy" - vale a dire un disegno più o meno preordinato ed organizzato (pur
non dovendo necessariamente essere "sistematico").


Superata questa soglia minima occorre provare che l'attacco in questione è
di tale gravità da costituire motivo di preoccupazione per l'intera comunità
internazionale: condizione questa che è soddisfatta quando almeno uno dei
due elementi - grado di reiterazione o di organizzazione - supera una
seconda soglia di gravità: l'attacco è esteso (l'accento in questo caso è
posto sull'elemento quantitativo) o sistematico (ponendo invece l'accento
sul grado di organizzazione). (Ci si può chiedere, a questo punto, se
davvero il fatto che si sia in presenza di un attacco diretto contro una
popolazione civile - situazione in cui si assiste alla commissione diffusa
(ma non estesa) di atti quali l'omicidio, la riduzione in schiavitù, la
deportazione, l'incarcerazione, la tortura, lo stupro, la persecuzione di un
gruppo, la sparizione forzata, l'apartheid e altri atti inumani di carattere
analogo, perpetrati in esecuzione di un disegno preordinato (ma non
sistematico) di un governo (sic!) o di un'altra organizzazione - necessiti
di provare che tale attacco superi almeno quella soglia che lo caratterizza
come "esteso" o l'altra della sistematicità Davvero, in mancanza di questo,
la situazione non è sufficientemente grave da sollecitare l'attenzione e
l'intervento della comunità internazionale e, in particolare, da rendere
urgente e internazionalmente rilevante la repressione
del crimine e la punizione dei responsabili?)

Il secondo requisito indicato nel paragrafo introduttivo dell'articolo 7 è
quello della consapevolezza che l'autore
del crimine deve avere dell'attacco. Si può osservare che questa condizione
non era richiesta né dallo Statuto del Tribunale di Norimberga, né dai
successivi Statuti dei Tribunali internazionali per la ex Jugoslavia e per
il Ruanda.

Si sposti ora l'attenzione sulla definizione dei comportamenti incriminati
dall'articolo 7 dello Statuto. L'elenco di questi comportamenti, che, come
si è visto più sopra, si trova nel paragrafo 1, lettere (a)-(k), è
completato dal paragrafo 2, lettere (b)-(i) e dal paragrafo 3 dello stesso
articolo, i quali forniscono delle precisazioni sul significato e sulla
portata dei termini utilizzati nel primo paragrafo.

Si vuole ora fermare l'attenzione del lettore su due, in particolare, di
queste tipologie di condotte criminose: la tortura e la persecuzione.

Quanto alla prima, la tortura, lo Statuto precisa che "'torture' means the
intentional infliction of severe pain or suffering, whether physical or
mental, upon a person in the custody or under the control of the accused;
except that torture shall not include pain or suffering arising only from,
inherent in or incidental to, lawful sanctions" (articolo 7, paragrafo 2,
lettera (e)). Questa definizione segna un progresso rispetto a quella
contenuta nella Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene
crudeli, inumane o degradanti del 1987 sotto due profili. Da un lato
scompare la necessità che la pena o sofferenza sia inflitta con un intento
specifico (come quello di ottenere dalla vittima o da una terza persona
delle informazioni o una confessione; ovvero quello di infliggere una
punizione; o quello di creare una intimidazione o di esercitare una
coercizione; oppure ancora quello di perseguire un intento discriminatorio).
In secondo luogo viene meno il requisito che l'autore sia un pubblico
ufficiale o abbia agito su istigazione o con il consenso di un pubblico
ufficiale o di altra persona che agisca in una veste ufficiale (Convenzione
contro la tortura, articolo 1, paragrafo 1).

Se l'articolo 7, paragrafo 2, lettera (e), appena visto segna un passo
avanti nella codificazione del diritto internazionale positivo, non può
dirsi altrettanto della definizione di persecuzione data nel primo
paragrafo. Qui si legge che la persecuzione costituisce un crimine contro
l'umanità qualora sia posta in essere
"in connection with any act referred to in this paragraph or any crime
within the jurisdiction of the Court" (articolo 7, paragrafo 1, lettera
(h)). Nelle precedenti formulazioni contenute negli Statuti dei due
Tribunali internazionali ad hoc la persecuzione costituiva di per se un
crimine contro l'umanità, allo stesso titolo degli altri comportamenti
elencati.


GLI ELEMENTI DEI CRIMINI CONTRO L'UMANITA' (3)

Venendo ora agli elementi dei crimini contro l'umanità, si osservi - a
titolo preliminare - che l'articolo 7 dello Statuto già fornisce una
descrizione piuttosto precisa delle condizioni e dei comportamenti
incriminati. L'articolo 9 dello Statuto stabilisce tuttavia che "1. Elements
of Crimes shall assist the Court in the interpretation and application of
articles 6, 7 and 8. [...] 3. The Elements of Crimes [...] shall be
consistent with this Statute" (articolo 9). Ne consegue, in primo luogo, il
carattere non vincolante degli Elementi dei crimini. I giudici ricorreranno
ad essi nella misura in cui questi forniscono delle linee guida per
l'interpretazione dello Statuto. Quanto al paragrafo 3, esso ha assunto una
importanza fondamentale nel corso dei lavori della Commissione preparatoria
della Corte penale internazionale: l'elaborazione del Regolamento di
procedura e di prova e degli Elementi dei crimini era un vero e proprio
"percorso minato" segnato dal rischio di stravolgere i risultati ottenuti a
Roma.

L'introduzione degli Elementi dei crimini contro l'umanità riprende la
definizione di "attacco diretto contro una popolazione civile". Nell'ultima
frase del paragrafo 3 si legge che "'policy to commit such attack' requires
that the State or organization actively promote or encourage such an attack"
(Introduzione agli elementi dei crimini contro l'umanità, paragrafo 3).
Questa definizione non avrebbe potuto essere accettata così com'era nelle
precedenti formulazioni anche nel testo definitivo. Numerosi rapporti delle
organizzazioni non governative riunite nella Coalizione per la Corte penale
internazionale hanno mantenuto alto il livello di attenzione su questo
punto, dato il rischio concreto di svuotare di contenuto il delicato
equilibrio creato dal disposto congiunto dei paragrafi 1 e 2 lettera (a)
dell'articolo 7 dello Statuto.
Il fatto che fosse necessario il coinvolgimento "attivo" di uno Stato o di
una organizzazione nell'attacco diretto contro la popolazione civile avrebbe
alzato la soglia di gravità ad un livello eccessivamente alto, situato ben
oltre quelle situazioni che erano state giustamente ritenute tali da
giustificare la competenza della Corte. L'inserimento nel testo finale
dell'accordo della nota n. 6 alla fine di quella formulazione chiarisce che
"such a policy may, in exceptional circumstances, be implemented by a
deliberate failure to take action" (Introduzione agli elementi dei crimini
contro l'umanità, paragrafo 3, nota 6). Se dal modo in cui sono calibrate le
parole di questo elemento si può riconoscere
la difficoltà a trovare un compromesso su un punto tanto sensibile per gli
Stati, si può tuttavia ritenere che l'elemento così completato offra ai
giudici della Corte uno strumento sufficientemente elastico da poter
applicare lo Statuto in
quelle situazioni in cui il disegno criminale di un governo o di una
organizzazione si esprime con una colpevole quanto esecrabile inazione.

Passando agli elementi dei singoli crimini, una prima osservazione si deve
fare a proposito del primo elemento dei crimini di riduzione in schiavitù e
schiavitù sessuale. La formulazione di questo elemento, originariamente
troppo sbilanciata sulla connotazione "commerciale" del crimine, è stata
tenuta costantemente sotto osservazione critica
in quanto non teneva conto delle condizioni e delle forme in cui questo
crimine è oggi portato a compimento. Anche in questo caso l'aggiunta di una
nota negli elementi rispettivi corregge in modo soddisfacente una
definizione altrimenti troppo limitativa. In buona sostanza, attraverso il
rinvio alla Convenzione supplementare relativa all'abolizione della
schiavitù, alla tratta degli schiavi e alle istituzioni e pratiche analoghe
alla schiavitù
del 1956 si estende il concetto di schiavitù a tutte le limitazioni
dell'autonomia individuale che si manifestano attraverso le forme in cui
effettivamente questo crimine si traduce, quali sono il lavoro forzato e il
traffico di esseri umani.

Sempre una nota risolve il problema dei crimini la cui complessità si
traduce (o può tradursi) nella partecipazione congiunta di più persone per
il completamento del disegno criminoso. A questo proposito le note n. 17 -
relativa alla schiavitù sessuale - e n. 23 - relativa alla sparizione
forzata - precisano che "[g]iven the complex nature of this crime, it is
recognised that its commission could involve more than one perpetrator as a
part of a common criminal purpose" (Elementi del crimine di schiavitù
sessuale, nota 17).

Comune a diversi crimini di natura sessuale è invece la coercizione. In
particolare essa è drammaticamente determinante nello stupro, nella
prostituzione forzata e nelle c.d. altre forme di violenza sessuale. A
questo proposito era essenziale elaborare l'elemento relativo in modo da
renderlo sufficientemente ampio da potersi applicare a quelle forme di
coercizione che non sono dirette o non sono fisiche. La formulazione
adottata prevede infatti che l'autore abbia perpetrato il crimine "by force,
or by threat of force or coercion, such as that caused by fear of violence,
duress, detention, psychological oppression or abuse of power, against such
person or another person, or by taking advantage of a coercitive environment
or such person's or persons' incapacity to give genuine consent" (Elementi
del crimine di violenza sessuale, paragrafo 1); quale drammatico elenco
delle condizioni attraverso cui può essere piegata la volontà di un essere
umano!

Un'ultima considerazione riguarda la nota n. 24 relativa agli Elementi del
crimine di sparizione forzata. Essa stabilisce che "[t]his crime falls under
the jurisdiction of the Court only if the attack [directed against a
civilian population] occurs after the entry into force of the Statute"
(Elementi del crimine di sparizione forzata, nota 24). A questa limitazione
rationae temporis della competenza della Corte con riguardo a questo
particolare crimine si è arrivati in parte anche per la preoccupazione di
alcuni Stati, in particolare sud-americani. Il carattere continuativo del
crimine di sparizione forzata, infatti, avrebbe potuto avere come
conseguenza l'apertura di numerose procedure di fronte alla Corte relative a
situazioni che, a tutt'oggi, non possono ancora essere considerate estinte.

Questo spinge a fare due considerazioni conclusive di carattere generale. La
prima è l'invito a riflettere su quante ferite (e tra queste quante quelle
ancora aperte!) l'incapacità di prevenire i crimini contro l'umanità, o di
arrestarli efficacemente qualora l'orrenda macchina sia già stata messa in
moto, non ha saputo evitare. La seconda, che da questa discende, è quanto
urgente sia porre fine all'impunità per gli autori dei crimini di diritto
internazionale.


Note:

1
Amnesty International, The International Criminal Court Fact sheet 4:
Prosecuting crimes against humanity, 1° agosto 2000 (web.amnesty.org);
Cherif Bassiouni, "Crimes Against Humanity" in Cherif Bassiouni,
International Criminal Law, New York, Dobs Ferry, 1999, pp. 521-588;
Cherif Bassiouni, "Crimini contro l'umanità" in Roy Gutman - David Rieff (a
cura di), Crimini di Guerra, Contrasto - Internazionale, 1999, pp. 113-115;
Eric David, Principes de Droit international des Conflits armés, Bruxelles,
Bruylant, 1999; Charles Garraway, "Superior orders and the International
Criminal Court: Justice delivered or justice denied" in Révue internationale
de la Croix-Rouge, dicembre 1999, pp. 785-793; "International Criminal
Court" in Human Rights Watch World Report 2000 - Events of 1999, pp.
475-479;
Flavia Lattanti - Elena Sciso, Dai Tribunali penali internazionali ad hoc a
una corte permanente, Editoriale Scientifica, Napoli, 1996;
Stortoni - Virgilio - Illumintati (a cura di), Crimini internazionali tra
diritto e giustizia: dai Tribunali internazionali alle commissioni verità e
riconciliazione, Giappichelli, Torino, 2000;
A. Tarantino - R. Rocco - R. Scorrano, Il processo di Norimberga: scritti
inediti e rari, Milano, Giuffré, 1999;
Otto Triffterer, Commentary on the Rome Statute of the International
Criminal Court, Nomos Verlagsgesellschaft, Baden-Baden, 1999;
Pietro Verri, Diritto per la pace e diritto nella guerra, Edizioni speciali
della "Rassegna dell'Arma dei Carabinieri", Roma, 1980 (ristampa 1987); -
U.N. Doc. A/CONF.183/10*, 17 luglio 1998, Final Act of the United Nations
Diplomatic Conference of Plenipotentiaries on the establishment of an
International Criminal Court, Annex I, Resolution (F) adopted by the United
Nations Diplomatic Conference of Plenipotentiaries on the Establishment of
an International Criminal Court;
A/RES/53/105, 26 gennaio 1999, Establishment of an International Criminal
Court, paragrafo 4.


2
Amnesty International, The International Criminal Court Fact sheet 4:
Prosecuting crimes against humanity, 1° agosto 2000 (web.amnesty.org);
Cherif Bassiouni, "Crimes Against Humanity" in Cherif Bassiouni,
International Criminal Law, New York,
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